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«Soluzioni economiche ma anche culturali»

«Soluzioni economiche ma anche culturali»
Foto: Simona Caleo
Simona Ciaramitaro
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Per l'economista Leonardo Becchetti, docente all'Università di Roma Tor Vergata, esistono le ricette per affrontare la pesante crisi in corso e guardare al futuro modificando investimenti, priorità e comportamenti

Le misure economiche adottate dal governo italiano per contrastare gli effetti dell’epidemia da Covid-19 sulle attività produttive, il lavoro e le famiglie aprono dibattiti sulla loro efficacia e opportunità e lo stesso vale per le iniziative che vengono (o non vengono) prese in sede Ue. All’economista Leonardo Becchetti, docente presso l’Università di Roma Tor Vergata, abbiamo chiesto se in questo momento è possibile avere una “ricetta” che porti a esiti sicuramente positivi per affrontare le cosiddette fasi due e tre di questa emergenza. “Le ricette le avremmo in tasca, bisogna capire come realizzarle – risponde Becchetti -. È necessario muoversi sui binari dell’Europa, di quanto possiamo fare noi come cittadini, del benessere resiliente, puntando a misure che mettano insieme futuro, salute e ambiente. Paro proprio dalle tematiche ambientali. La maggiore incidenza del virus nelle aree più inquinate, come dimostrano gli studi, dovrebbe essere un campanello d’allarme che sarebbe irresponsabile, non ascoltare. Quindi bisogna assolutamente procedere con il ‘green new deal’ come leva per rilanciare l’economia, mettendo in campo policy che prevedano investimenti di maggiore sostenibilità, che non vuole dire decrescita, ma efficientamento energetico (che comporta punti di Pil), fonti rinnovabili, sostituzioni di caldaie per il riscaldamento domestico che producono il 57% delle polveri sottili. E poi più smart work, che in questi giorni si è rivelato essere qualcosa che mette insieme più produttività, conciliazione lavoro-famiglia, lavoro e relazioni, ambiente e salute”.

Sul lavoro da casa si potrebbe però sollevare una serie di obiezioni: come si risolve, ad esempio, il venire a galla di una serie di disuguaglianze?

È vero che lo smart work amplifica le disuguaglianze digitali, ma bisogna intervenire per sanarle, non buttare a mare tutto. Il ministero dell’Istruzione, ha stanziato 160 milioni di euro per aumentare le dotazioni delle scuole, noi (Next, l’associazione Nuova economia per tutti alla quale è associata anche la Cgil, ndr) abbiamo proposto un acquisto di computer per smart work privato totalmente deducibile, e poi sono necessari investimenti per la banda larga. Con quest’altra modalità di lavoro il tempo che usiamo per gli spostamenti lo possiamo usare in maniera efficiente (ad esempio svolgendo da casa comitati scientifici e consigli di amministrazione aziendali), ben sapendo che incontrarsi rimane un valore.

Lo smart work non potrebbe invece essere un modo per dividere la classe dei lavoratori e di spingerci verso un individualismo ancor più marcato dell’attuale?

Cito un episodio interessante. Sono stato in un’industria dove parte del lavoro si svolge negli altoforni e parte negli uffici, questo aumenta la differenza tra impiegati e operai e questi ultimi, sottoposti a mansioni usuranti, non hanno la possibilità di lavorare da casa. Queste considerazioni non ci devono fermare, ma dobbiamo pensare di premiare chi non può fare smart work perché più disagiato. Sono convinto che non si siano ridotte le relazioni, ma anzi rinsaldate davanti a nemico comune. I rapporti faccia a faccia sono migliori e vanno coltivati, anche grazie al tempo risparmiato lavorando a distanza. Per me ha un valore inestimabile il fatto che alla mattina io faccia un solo passo e sono al lavoro, anziché stare 45 minuti in mezzo al traffico ogni giorno. È preistoria che ogni lunedì mattina milioni di abitanti di una città si alzino ed escano per andare in ufficio o in fabbrica. Operare da casa ti regala tempo in più, poi devi usarlo bene.

Passiamo poi al capitolo della salute da lei citato. Il nostro sistema sanitario ha mostrato la sua fragilità, soprattutto là dove le politiche regionali si sono mostrate scellerate: cosa va modificato?

Il numero insufficiente di posti letto in terapia intensiva ha inciso sulle morti e abbiamo capito che la sanità è un bene pubblico e che anche i ricchi, quando esplode un’epidemia, vengono colpiti direttamente e indirettamente. Bisogna che la sanità si fondi sulla community base più che sulla hospital base. La sanità non è il grande ospedale, che si è mostrato anche focolaio d’infezione, è fondamentale per le emergenze, ma tanto più si operano interventi sul territorio più si prevengono le acuzie. Gli interventi domiciliari prevengono e quindi la sanità regge. Un sistema sanitario territoriale richiede risorse pubbliche, ma è pensato anche come capacità di sussidiarietà con il coinvolgimento del terzo settore, della società civile in forma organizzata, con regole e investimenti seri. Non si possono ridurre le risorse per la sanità pubblica e lasciare il cerino in mano al terzo settore.

L’intervento dell’Unione europea è in ritardo a causa delle divisioni interne agli Stati membri. Davanti alle diverse proposte, quali potrebbero essere frutto di una mediazione e insieme mostrarsi efficaci?

In sede europea alcune cose sono state fatte, ma non è abbastanza. In un mio articolo ho proposto l’helicopeter drop of money, vale a dire il meccanismo attraverso il quale la Banca centrale europea mette soldi in tasca ai cittadini. La controindicazione è sollecitare l’inflazione, ma gli ultimi dati di marzo sull’andamento dei prezzi hanno fatto vedere che al momento non si corre questo rischio, fatto salvo l’incremento dei costi delle mascherine e dei generi alimentari. Però l’Europa non lo ha fatto, anche se ha sospeso il Patto di stabilità, ha dato l’opportunità di un deficit libero da vincoli, ha sbloccato i fondi per il cofinanziamento per le  regioni, ha istituito il fondo per la cassa integrazione, e la Bce compra titoli italiani in proporzione maggiore alla quota del nostro Paese nella Banca centrale.  Sarebbero poi necessarie emissioni obbligazionarie europee unitamente all’helicopter drop of money, sono misure alla portata della Ue.

Quindi lei propone misure economico-finanziarie unitamente a un cambiamento dello stile di vita?

I sovranisti vogliono farci credere che gli stranieri rubano il lavoro agli italiani, ma è una balla clamorosa. La ministra Bellanova chiede mano d’opera alla Romania per raccogliere la nostra frutta e verdura che rischia di marcire e c’è chi protesta e chi dice che chi lavora nei campi ha una paga da fame. L’alternativa è scegliere, come consumatori, prodotti che coniughino l’uso della tecnologia alla dignità del lavoro. Ecco perché noi di Next abbiamo lanciato l’iniziativa ‘Vota col portafoglio’, che consente di avere la spesa a casa, con sconti per persone con problemi, con prodotti che vengono da produzioni biologiche, da realtà carcerarie o da aziende agricole del Sud che si battono per la legalità. Agli italiani piacciono le teorie economiche, ma questo è un modo per passare al concreto, acquistando prodotti migliori, anche per la nostra salute, e spostando le spese della famiglia mettendo qualcosa in più sulla qualità di quanto mangiamo.