Sono passati 40 anni. Era Il 26 aprile 1986 quando alle ore 1.23 un guasto al reattore quattro della centrale nucleare di Chernobyl, durante un test di sicurezza, generò il più grave incidente atomico della storia. Oltre 100 sostanze radioattive diverse furono rilasciate nell’aria (fra cui lo iodio-131, il cesio-37 e lo stronzio-90) e le nubi arrivarono su gran parte dell'Europa.

600 mila le vittime stimate nei 20 anni successivi al giorno dell’esplosione secondo le valutazioni più verosimili, 6,5 milioni le persone esposte alle radiazioni, 336 mila evacuate, molte delle quali non sono mai più tornate a casa. Ma le analisi su quali siano stati gli effetti a lungo termine sulla popolazione dell’esposizione alle radiazioni sono discordanti.

L’evento più disastroso della storia

Quello che è certo è che fu un avvenimento tragico che cambiò il corso della storia, il più disastroso e anche il più costoso, intorno ai 700 miliardi di dollari. L'unico incidente classificato al settimo livello, ovvero il massimo, della scala che misura le catastrofi, insieme a quello di Fukushima in Giappone in seguito al terremoto e allo tsunami che colpì il Paese nel 2011.

Colpevole ritardo

La notizia si diffuse con colpevole ritardo. Nessuno nel mondo sapeva quello che era successo perché le autorità sovietiche si erano ben guardate dal comunicarlo: Chernobyl si trova nell'Ucraina settentrionale che all’epoca faceva parte dell’Urss, al confine con la Bielorussia. Due giorni dopo venne registrato un livello anomalo di radioattività in una stazione di monitoraggio, prima in Svezia e poi in altre stazioni nel Nord Europa. Alle nove di sera finalmente l’ex Urss diede notizia del disastro.

La città più vicina, Pripyat, è oggi una città fantasma abbandonata: l'area è disabitata per circa 30 chilometri. Quarant’anni fa squadre di operai lavorarono per settimane tra le macerie per rimettere in sicurezza il sito; la centrale nucleare non poteva essere chiusa perché da sola forniva il dieci per cento dell’energia dell’Ucraina.

Il sarcofago

Già nelle prime settimane cominciò la costruzione del sarcofago che avrebbe poi sigillato il nocciolo del reattore numero 4, per contenerne le radiazioni. Nel frattempo però, il materiale radioattivo trasportato lontano dalla nube si depositò sul terreno, contaminando piante, ortaggi, acqua, animali: come dimenticare la paura dell’insalata e del latte contaminati che si diffuse in quelle settimane e nei mesi successivi?

Uno studio pubblicato nel 2020 su Scientific Reports mostra che le tracce degli elementi liberati dall'incidente sono presenti tuttora con concentrazioni leggermente più elevate in Italia settentrionale, Alsazia, Francia orientale e Germania meridionale.

Chernobyl fa di nuovo paura

Quaranta anni dopo Chernobyl torna a preoccupare il mondo. Secondo un report commissionato da Greenpeace Ucraina esiste un rischio concreto sulla tenuta della struttura attorno al reattore, colpita da un drone russo il 14 febbraio 2025. La gigantesca cupola in acciaio New Safe Confinement, costata circa 1,5 miliardi di euro, progettata per isolare definitivamente il sito e realizzata nel 2016, è stata riparata, ma i lavori non sembrano aver scongiurato il pericolo di una fuoriuscita di radioattività nell’ambiente.

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica dell’Onu lo conferma: il sistema ha perso alcune funzioni principali, tra cui la capacità di contenimento per via del deterioramento della struttura metallica. Nonostante gli interventi parziali già effettuati, un ripristino completo è indispensabile per garantire la sicurezza nel lungo periodo.

Danni significativi

Il pericolo principale riguarda il possibile collasso del sarcofago interno, che contiene ancora materiali altamente radioattivi, tonnellate di polveri contaminate e residui di combustibile nucleare. La portata dei danni è significativa. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha stimato in circa 500 milioni di euro il costo necessario per riparare la struttura colpita. Una situazione aggravata dal fatto che i lavori di messa in sicurezza sono rallentati dal conflitto in corso.

La sicurezza assoluta non esiste

L’incidente di Chernobyl di 40 anni fa e il drone esplosivo di due mesi fa dimostrano ancora una volta che la sicurezza assoluta per il nucleare non esiste. Che altamente improbabile non significa impossibile. Secondo uno studio della rivista Bulletin of the Atomic Scientists possiamo aspettarci un incidente ogni 25 anni, col numero di reattori oggi in funzione. La nuova corsa mondiale al nucleare non è rassicurante, ma diventa folle se si decide di avviare la costruzione di decine di centrali come intende fare il nostro governo, tanto più che non conviene economicamente e crea una nuova dipendenza per l’approvvigionamento dell’uranio naturale e arricchito.

Il ritorno al nucleare? Un errore

“Il possibile ritorno al nucleare, che è una tecnologia in via di estinzione e altamente costosa, è un altro errore del governo in fatto di politica energetica”, denuncia Legambiente presentando il nuovo report “Il prezzo della dipendenza” all’apertura della conferenza internazionale di Santa Marta, in Colombia, contro le fossili, e nell’anniversario della tragedia di Chernobyl.

“Mentre l’Italia da anni deve ancora decidere sul deposito nazionale delle scorie radioattive e in tutto il mondo, a partire dalla Cina e dalle imprese americane, si sta investendo quasi esclusivamente sulle rinnovabili, è assurdo parlare di atomo”, prosegue Legambiente: “Siamo tra i Paesi europei più vulnerabili per dipendenza da fossili, importiamo il 95 per cento del gas e il 91 del petrolio consumati, e tra gennaio e aprile 2026 con una media di 130,5 euro a megawattora registriamo i costi più alti dell’energia elettrica all’ingrosso rispetto a Germania, Francia, Spagna e Olanda. Il Paese paga lo scotto di una politica energetica miope, mentre le fonti rinnovabili, in crescita, restano impigliate in iter autorizzativi troppo lenti e opposizioni territoriali”.