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In occasione del 25 aprile 2026, proponiamo dieci curiosità sulla Liberazione. Dalla scelta della data alla pluralità della Resistenza, passando per falsi miti e storie poco raccontate: cosa c’è davvero dietro la festa che ha fondato la democrazia italiana
1. Quando il 25 aprile diventò festa nazionale
La scelta del 25 aprile come Festa della Liberazione non fu il risultato di un lungo dibattito, ma una decisione presa rapidamente nel 1946, in un’Italia ancora attraversata da macerie materiali e politiche. Il governo guidato da Alcide De Gasperi approvò il decreto pochi giorni prima della ricorrenza, accogliendo proposte provenienti dal mondo antifascista e associativo.
È Giorgio Amendola, su sollecitazione soprattutto dell’Anpi, ma anche di personalità diverse (tra le quali Giuseppe Di Vittorio), a proporre al primo ministro De Gasperi di scegliere la giornata del 25 aprile come festa nazionale. “Fino a quando non venga diversamente stabilito - reciterà il Decreto legislativo luogotenenziale 22 aprile 1946 n.185 - nelle ricorrenze dell'Anniversario della Liberazione (25 aprile), della Festa del Lavoro (1° maggio), dell'Anniversario della Vittoria in Europa (8 maggio), che sono dichiarate giorni festivi a tutti gli effetti civili, nell'anniversario della Vittoria della guerra 1915-18 (4 novembre), lo Stato, gli enti pubblici ed i privati datori di lavoro sono tenuti a corrispondere ai lavoratori da essi dipendenti, ancorché non vi sia prestazione d'opera, la normale retribuzione giornaliera, compreso ogni elemento accessorio di questa (...) In caso di trasgressione i datori di lavoro incorrono nelle sanzioni previste dal primo comma dell'art. 509 del Codice penale”.
2. Date diverse, stessa libertà: il 25 aprile come sintesi nazionale
Anche se il 25 aprile è la data simbolica nazionale, la Liberazione non avvenne ovunque nello stesso momento. In molte città italiane la fine dell’occupazione nazifascista arrivò in giorni diversi: Genova viene liberata tra il 23 e il 25 aprile, Venezia il 28, altre zone ancora più tardi. Questo significa che il 25 aprile è una data unitaria costruita a partire da esperienze locali differenti. È il giorno che rappresenta tutte le liberazioni, non quello in cui tutte avvennero davvero. Un dettaglio che racconta bene la natura concreta e diffusa della Resistenza: non un evento unico, ma una molteplicità di storie che confluiscono in una memoria comune.
3. Prima della Liberazione il 25 aprile era già una festa (ma per un altro motivo)
Il 25 aprile era già una festa in Italia. Con la legge n. 276 del 28 marzo 1938, Vittorio Emanuele III di Savoia, allora Re d’Italia, decretava infatti che il 25 aprile, anniversario della nascita di Guglielmo Marconi, doveva essere a tutti gli effetti giorno di solennità civile.
4. Non solo in Italia si festeggia la Liberazione dal fascismo
Anche l’Etiopia, il 5 maggio, ricorda la fine dell’occupazione italiana avvenuta nel 1941.
5. La rivolta di un popolo
La Liberazione non fu un evento improvviso, ma il punto di arrivo di un processo iniziato almeno dal 1943. Prima del 25 aprile 1945, accanto alla lotta armata, vi fu una mobilitazione diffusa: scioperi, sabotaggi, occupazioni di fabbriche. Il contributo dei lavoratori fu decisivo nel bloccare la produzione bellica e nel sostenere logisticamente la Resistenza. “L’insurrezione vittoriosa di tutto il popolo dell’Italia del Nord, il 25 aprile 1945 – diceva Giuseppe Di Vittorio in occasione del primo anniversario della Liberazione – realizzò la premessa essenziale della rinascita e del rinnovamento democratico e progressivo dell’Italia, come della sua piena indipendenza nazionale. Per è noi motivo di grande soddisfazione ricordare che a questo movimento di riscossa nazionale, il contributo più forte e decisivo fu portato dai lavoratori italiani. Furono gli operai, i contadini, gli impiegati ed i tecnici che costituirono la massa ed il cervello delle gloriose formazioni partigiane e di tutti i focolai di resistenza attiva all’invasore tedesco. Chi può dire se la clamorosa vittoria del 25 aprile sarebbe stata possibile, senza gli scioperi generali grandiosi che, dal marzo 1943, si susseguirono, a breve distanza, sino al 1945? Quegli scioperi, che contribuirono fortemente a paralizzare l’efficienza bellica del nemico ed a sviluppare la resistenza armata, costituiscono un esempio unico e glorioso di lotta decisa dalla classe operaia sotto il terrore fascista, sotto l’occupazione nazista ed in piena guerra. È un esempio che additava il proletariato italiano all’ammirazione del mondo civile! I lavoratori italiani, manuali ed intellettuali, non dimenticano. Essi hanno piena coscienza di essere stati il fattore determinante della liberazione dell’Italia, per opera degli italiani; della salvezza. Dell’onore dell’Italia e dell’attrezzatura industriale del Nord. Essi sono consapevoli dell’obbligo che si sono assunti di essere un pilastro basilare della nuova Italia democratica. Solidamente uniti nella grande Confederazione generale italiana del lavoro, i lavoratori italiani saranno all’altezza della loro funzione di forza coesiva dell’Italia rinnovata; della forza che assicurerà stabilità e ordinato progresso al nuovo regime democratico e che assicurerà al popolo italiano la libertà, il benessere e una più alta dignità civile ed umana”.
6. La libertà conquistata: gli italiani protagonisti, non spettatori
La libertà non fu semplicemente “concessa” dagli Alleati. In molte città del Nord, le truppe tedesche e fasciste furono sconfitte o costrette alla fuga prima dell’arrivo degli eserciti alleati (e prima e dopo il 25 aprile). Questo elemento sottolinea il ruolo attivo degli italiani nella riconquista della propria sovranità. Certo i partigiani non potevano competere né numericamente né dal punto di vista delle dotazioni belliche contro un esercito regolare come quello nazista ma il contributo dei partigiani e delle partigiane non è stato di valore solo simbolico. Lo dimostra il fatto che gli Alleati hanno attivamente sostenuto la Resistenza in vari modi, consci della sua importanza (non a caso, il comandante nazista Albert Kesselring giudicherà una “peste” le formazioni partigiane, ordinando di colpirle senza pietà).
7. Partigiani oltre gli stereotipi
Nella narrazione generale il partigiano è maschio, bianco e comunista. Non è mica tanto vero però…
Sono state oltre cinquanta le nazionalità presenti nella Resistenza italiana. Il caso più numeroso, più noto e studiato è quello dei partigiani sovietici. Ma hanno contribuito alla nostra liberazione uomini e donne jugoslavi, polacchi, cechi, slovacchi, ungheresi, danesi, olandesi, austriaci, tedeschi, indiani, australiani, irlandesi, africani. Allo stesso modo numerosi sono stati gli italiani che hanno aiutato i partigiani di altre nazioni nella loro battaglia contro il fascismo e i suoi alleati: i volontari antifascisti nella guerra di Spagna sono l’esempio più noto ma non l’unico.
Durante la Seconda guerra mondiale sui monti liguri esisteva una brigata tutta femminile: la brigata Alice Noli. Sono 180 tra operaie, lavoratrici, donne dei quartieri. La più giovane, Adele Rossi, ha 15 anni e muore in combattimento, la più anziana ne ha 72, “Nonnina”.
Una delle argomentazioni più gettonate è che tutti i partigiani fossero comunisti o comunque controllati dai comunisti. Certamente il contributo delle Brigate Garibaldi alla Resistenza è stato importante, ma non c’erano solo loro. Secondo le stime degli storici, le Brigate Garibaldi hanno fornito alla Resistenza il 50% dei combattenti. Il 20% veniva però da Giustizia e Libertà (collegate al Partito d’Azione); mentre il restante 30% dalle Formazioni Autonome (di ispirazione militare e monarchica), dalle Matteotti (Partito socialista) e dalle cattoliche. Fra i partigiani c’è anche un santo: Aldo Gastaldi, nome di battaglia Bisagno. Apolitico e cattolico, Gastaldi stabilirà per gli uomini della sua Divisione regole molto severe di comportamento - il famoso Codice di Cichero - che i partigiani si impegneranno a rispettare.
8. Dalla lotta alla Costituzione: il 25 aprile come atto fondativo della Repubblica
I valori maturati nella Resistenza - libertà, uguaglianza, rifiuto del totalitarismo - confluiscono nella Costituzione del 1948. Il 25 aprile non è solo memoria storica, ma fondamento dell’ordinamento democratico italiano. La Liberazione non è un evento astratto: si radica in luoghi segnati dalla lotta e dalla repressione, dalle montagne partigiane alle città occupate, fino ai siti delle stragi naziste. La geografia della memoria è parte integrante della sua comprensione. “In questa Costituzione - diceva Calamandrei - (…) c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli (…) Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti”.
9. Bella ciao non è una canzone comunista
Bella ciao è diventata l’inno ufficiale della Resistenza solo anni dopo la fine della guerra. La canzone dei partigiani era Fischia il vento, troppo legata alle formazioni comuniste per essere assunta nell’Italia della guerra fredda a simbolo della Liberazione.
“Fischia il vento - scriveva Franco Fabbri - ha il ‘difetto’ di essere basata su una melodia russa, di contenere espliciti riferimenti socialcomunisti, di essere stata cantata soprattutto dai garibaldini. Bella ciao è - ironia della sorte - più ‘corretta’, politicamente e perfino culturalmente”. Nel 1963 Yves Montand incide il brano che avrà un successo internazionale. La prima incisione italiana risale allo stesso anno, ad opera di Sandra Mantovani e Fausto Amodei.
Gaber la inciderà nel 1967; De André la inserirà in Carlo Martello e ne La ballata dell’amore cieco; Milva la canterà nella versione delle mondine a Canzonissima nel 1971; persino il ‘reuccio’ Claudio Villa la inciderà nel 1975. L’anno successivo la canzone echeggerà al XIII congresso della Democrazia cristiana (decisamente poco “comunista”), congresso di conferma alla guida del Partito del partigiano Benigno Zaccagnini, l’onesto Zac.
10. Il 25 aprile è divisivo
Sì, il 25 aprile divide. Divide la storia d’Italia in un prima e in un dopo. Un prima che non ci piace. Un dopo per il quale abbiamo lottato e che non smetteremo mai di difendere.

























