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Da poche settimane è stata eletta presidente della Casa internazionale delle donne di Roma, elezione che arriva come riconoscimento d’impegno lungo molti anni. Barbara Leda Kenny è antropologa, ma soprattutto si occupa attivamente di politiche di genere. È caporedattrice di inGenere, docente al master di Roma Tre “Studi e politiche di genere” e al master della Fondazione Brodolini “Gender equality e diversity management”.
Fa parte della cabina di regia per il contrasto alla violenza contro le donne della Regione Lazio. E siccome, come quasi per tutte le donne, per Kenny il tempo è una variabile dipendente dai propri desideri e dalla propria volontà, è socia fondatrice di Tuba, la libreria delle donne di Roma aperta nel 2007 e dal 2017 è anche una delle ideatrici e curatrici di inQuiete Festival di scrittrici a Roma. Con Kenny riflettiamo sul significato del 25 aprile oggi per le donne e di quel filo, sottile ma solidissimo, che lega le donne di allora con quelle di oggi.
Venticinque aprile e 2 giugno: due date che si tengono, tanto più per le donne.
Due date di una stessa storia: il 25 aprile 1945 si libera il Paese dall’occupazione nazifascista; il 2 giugno 1946, con la nascita della Repubblica e l'elezione dell’Assemblea costituente, quella libertà diventa un progetto collettivo. Per le donne queste due date sono inseparabili in modo ancora più radicale: senza la Resistenza non ci sarebbe stato il riconoscimento del voto, e senza il voto non ci sarebbero state le costituenti. È una catena di conquiste, una catena di donne che si tendono la mano per liberarsi.
Resistenti allora, ma anche oggi?
Resistere significa rifiutare di accettare lo status quo, rifiutarsi di accettare come naturale ciò che naturale non è: il dominio degli uomini sulle donne. Un dominio che assume molte forme: dal difficile accesso e permanenza sul mercato del lavoro alla rimozione delle donne dagli spazi pubblici e dalla memoria, alla limitazione dei diritti sessuali e riproduttivi. Possiamo leggere come resistenza il lavoro che i femminismi fanno ogni giorno, nei centri antiviolenza, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle sedi come la Casa internazionale delle donne. I contesti cambiano, ma la sostanza, quella di opporci insieme a chi vuole decidere al posto nostro chi siamo e cosa possiamo o non possiamo fare, in quanto donne è la stessa.
Furono i movimenti e le associazioni di donne che portarono, con gran ritardo ma finalmente, le donne alle urne nel 1946. Cosa insegna alle ragazze di oggi quella storia?
Insegna che i diritti non arrivano per gentile concessione: si conquistano, con tenacia, attraverso organizzazione collettiva e conflitto politico. Le donne avevano partecipato alla Resistenza armata, avevano sostenuto le reti clandestine, pagato con la vita e con la deportazione. Eppure il riconoscimento del voto arrivò tardi, e non fu automatico. Quella storia dice alle giovani donne di oggi: non aspettate che qualcuno vi faccia posto, createlo e fatelo insieme.
Il protagonismo femminile delle donne della Resistenza. Forse non sempre il loro ruolo è stato riconosciuto fino in fondo.
È una delle grandi rimozioni della storia italiana. Le donne della Resistenza, le staffette partigiane, le donne dei Gap, quelle che nascondevano i perseguitati nelle loro case, che trasportavano messaggi e armi, hanno svolto un ruolo centrale. Per decenni la narrazione ufficiale le ha relegate ai margini, come figure di supporto anziché protagoniste. Ma questo riguarda il modo in cui costruiamo la memoria collettiva e, credo, abbia molto a che fare con chi ha il potere di raccontare e tramandare le storie. Per questo il lavoro che fanno le storiche che tessono “la storia delle donne” è fondamentale. Recuperare quella memoria è un atto politico.
Le 21 costituenti furono protagoniste della scrittura della Costituzione. Non sempre le promesse che la Carta fece alle donne sono state rispettate.
Le 21 donne elette all'Assemblea costituente lavorarono su un testo che, per l’epoca, era straordinariamente avanzato: l’uguaglianza di fronte alla legge senza distinzione di sesso, il diritto al lavoro, la parità nelle istituzioni. Ma tra il testo scritto e la sua attuazione c’è stato, e c’è ancora, un divario enorme. La parità retributiva è nella Costituzione dal 1948 e non è ancora realtà. L’accesso delle donne alle cariche pubbliche è garantito sulla carta, ma i numeri raccontano ancora di esclusioni sistematiche. L’esercizio che dobbiamo fare è non smettere di chiederci perché le promesse che contiene restino così spesso disattese.
Da poche settimane sei stata eletta presidente della Casa internazionale delle donne di Roma. Esiste un filo che lega il tuo impegno di oggi con la storia della Liberazione?
La Casa internazionale nasce dal movimento delle donne, da un’occupazione, e nel tempo è diventato un’istituzione femminista. Oggi il suo compito è quello di essere uno snodo, un luogo in cui le donne possano tessere relazioni, sperimentare nuove forme di welfare, portare le loro culture, ma anche un luogo capace di conflitto e di visione. Il filo che ci lega al 25 aprile è questo: la convinzione che la libertà sia una conquista continua che ha bisogno di case, di reti, di pratiche quotidiane. Credo moltissimo che gli spazi siano fondamentali per la politica, che lo sia avere luoghi di incontro reale. Oggi la Casa deve continuare a essere un presidio collettivo: contro la violenza, per i diritti, per la memoria delle donne che ci hanno preceduto. È il modo in cui rendiamo viva, e non solo celebrata, la Liberazione.


























