PHOTO
Già ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Torino, autore di diverse trasmissioni radiofoniche e televisive che raccontano la storia d’Italia dall’Unità a oggi, il professor Giovanni De Luna ha pubblicato numerosi studi che insistono proprio sulle vicende e gli esiti della seconda guerra mondiale, dalla Resistenza alla Liberazione dal nazifascismo da parte degli Alleati e delle forze partigiane. Ma cosa significa oggi la data del 25 aprile, e come è stata vissuta nel corso dei suoi oltre ottanta anni? Abbiamo cercato di approfondire alcuni di questi aspetti.
Ormai da più di qualche anno il 25 aprile è diventato un giorno non soltanto di celebrazione, ma di polemica. Come mai?
Inutile nasconderlo, il 25 aprile non è mai stata la festa di tutti gli italiani, è una giornata molto divisiva. D’altronde, chi si considera fascista non si è mai riconosciuto nella Costituzione, nella Resistenza, nella Liberazione. Hanno sempre pensato che fosse una data di lutto da elaborare per una serie di motivi, a partire dall’esposizione dei cadaveri di Mussolini e i suoi. E non è mai stata la festa di tutti nonostante le istituzioni, dal Capo dello Stato in poi, si siano nel tempo sforzate per farla divenire tale.
Che 25 aprile sarà questo?
Come sempre si tratterà di una data inquieta. Per me è come se fosse un sismografo delle scosse telluriche che smuovono e hanno smosso il nostro sistema politico in 80 anni di storia repubblicana, durante i quali, in questo senso, le cose non sono cambiate poi molto. Ad esempio, faccio fatica a non provare un certo raccapriccio al pensiero della presenza alla celebrazione del 25 aprile di Ignazio La Russa, un presidente del Senato con la statua di Benito Mussolini in salotto: uno dei tanti paradossi che siamo costretti a vedere, e a vivere.
Ce ne sono altri?
Direi di sì, ma teniamo anche presente che il 25 aprile è una data tipicamente novecentesca. Mi viene in mente la canzone di Italo Calvino, “Oltre il ponte”, del 1959, quando dice “tutto il male avevamo di fronte, tutto il bene nel cuore”. Ecco, nel Novecento il bene e il male erano contrapposti, si riconoscevano chiaramente: da una parte c’era la libertà, la voglia di democrazia, il pluralismo politico; d’altra c’era la sopraffazione della Wehrmacht, delle SS, il genocidio degli ebrei.
E oggi?
Oggi non è più così. I paladini di Israele sono i vecchi aguzzini di un tempo, ora alleati delle loro vittime, coinvolti in varie diatribe. Basti pensare alle recenti dichiarazioni di Donald Trump nei confronti di Leone XIV: sembra di assistere a una riedizione del vecchio conflitto tra Papato e Impero. È come se fosse diventato difficile distinguere e capire dove stia il bene, e dove stia il male. In questo scenario confuso purtroppo s’inserisce anche il 25 aprile, una celebrazione ormai usurata dal tempo, al di fuori del contesto in cui è stata partorita.
Forse perché è cambiata l’Italia, meglio dire gli italiani…
Può essere anche questo. Eppure sono convinto che la Festa della Liberazione sia una giornata ancora viva, ancora nelle corde del popolo italiano: il “mai più fascismo”, nonostante tutto, credo abbia tenuto nel tempo. A volte penso sarebbe interessante proporre un referendum, per confermare questa impressione. Anche se, devo confessare, rimane un certo pessimismo generale.
Verso l’Italia?
Non solo. Ci troviamo di fronte un contesto storico internazionale molto più aggrovigliato di prima, e molto difficile da districare. Noi siamo in mezzo a tutto questo, e individuare soluzioni efficaci appare sempre più complesso.






















