Un nuovo studio coordinato dall’Università di Pisa mette in luce l’impatto globale delle grandi imprese multinazionali sui diritti umani e sull’ambiente. Tra il 2000 e il 2020, quasi tutte le aziende monitorate hanno commesso almeno un presunto abuso, secondo il database BRAVE, sviluppato nell’ambito del progetto europeo Horizon Europe Rebalance.

Il database BRAVE: numeri e impatti

Come riportato dall’Ateneo pisano, il database raccoglie 4.314 casi di presunti abusi che coinvolgono 83 multinazionali europee quotate in borsa, distribuiti in 145 Paesi. Il progetto ha coinvolto più di cinquanta ricercatori e studenti dell’Università di Pisa. “I picchi più alti di violazioni si registrano in Brasile e negli Stati Uniti, con il 6% dei casi ciascuno, seguiti da Nigeria e Colombia con il 5%”, si legge nella nota dell’Università di Pisa.

Le tipologie di abuso più frequenti riguardano ambiente e salute, con oltre mille casi di impatto ambientale e quasi 800 legati a questioni sanitarie. I diritti del lavoro risultano violati in circa 500 occasioni, mentre tra gli episodi più gravi figurano schiavitù, torture e traffico di esseri umani.

Andamento temporale e geografico

L’analisi evidenzia un aumento degli abusi nel primo decennio del 2000, seguito da un calo progressivo dopo il 2015, “che suggerisce possibili miglioramenti nella responsabilità aziendale e nella sorveglianza normativa”, si legge nella nota. Dal punto di vista geografico, le violazioni in Europa restano relativamente contenute, mentre quelle extraeuropee mostrano l’impatto extraterritoriale delle multinazionali, spesso operanti in contesti con regolamentazioni più deboli.

Focus sull’Italia

Allargando lo sguardo al database complessivo, 4 imprese italiane sono coinvolte in 167 presunte violazioni dei diritti umani e ambientali, di cui circa il 5% avvenute in Europa. In circa il 78% dei casi (131) il coinvolgimento dell’impresa è diretto. Le 167 violazioni complessive colpiscono soprattutto le comunità con circa l’83%, per il restante seguono i lavoratori (10%), gli attivisti e i giornalisti (4%), i bambini (2%) e infine consumatori e clienti (1%). Per quanto riguarda le tipologie di violazione, prevalgono nettamente gli impatti ambientali negativi, pari a circa il 35% e gli impatti negativi sulla salute, che rappresentano circa il 25%.

In Italia, il database codifica 27 presunte violazioni che coinvolgono 12 aziende del campione analizzato, di cui 3 italiane. “Le principali vittime sono i lavoratori, coinvolti in circa il 52% dei casi, seguiti dalle comunità locali (41%) e dai bambini (7%)”, spiegano i ricercatori.

Catene globali e gravità degli abusi

Il database BRAVE evidenzia anche il ruolo delle catene globali del valore: il 56% degli abusi indiretti coinvolge fornitori e partner internazionali, mentre il 33% comporta collusioni con soggetti terzi, inclusi governi locali.

“La gravità complessiva è allarmante: l’83% delle aziende è coinvolto in abusi di diritti non derogabili e l’89% dei casi riguarda violazioni dell’integrità fisica delle persone”, sottolinea l’Università di Pisa. Le vittime includono lavoratori, comunità, bambini, attivisti, giornalisti e, in minor misura, consumatori.

Il messaggio dei ricercatori

Secondo Elisa Giuliani, professoressa del Dipartimento di Economia e Management e responsabile scientifica del progetto, “questi dati mostrano come l’attività delle grandi imprese possa incidere profondamente non solo sui diritti umani e sull’ambiente, ma anche sulla qualità delle nostre democrazie. Il database BRAVE nasce per fornire uno strumento accessibile che permetta di comprendere quando, come e perché il potere economico delle imprese può trasformarsi in un rischio sistemico per i diritti fondamentali e per la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche”.