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Intelligenza artificiale

Capitalismo digitale, l'Africa al vostro servizio

Foto: Pixabay
D.O.
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Due studiosi hanno scoperto che quasi tutti i sistemi di machine learning, in cui una macchina ha bisogno della guida di un uomo per migliorarsi, sono testati da lavoratori africani

L’intelligenza artificiale distrugge posti di lavoro umani ma, in zone impensabili del pianeta, ne sta creando di nuovi. Nel 2017 Mark Graham e Mohammad Amir Anwar, due studiosi specializzati in lavoro e digitalizzazione, hanno visitato un centro di formazione al machine learning. Un luogo dove gli umani addestrano le macchine intelligenti all’apprendimento automatico, ossia a “migliorare le proprie capacità e prestazioni nel tempo”. Questo centro all’avanguardia, nel quale i lavoratori contribuiscono “a costruire alcune delle tecnologie e dei servizi più avanzati al mondo”, non si trova in un qualche hub del capitalismo digitale contemporaneo. Non è nella Silicon Valley, o a Seattle, e nemmeno a Helsinki, ma “in una città rurale africana” la cui comunità, in quanto a Ict, non va al di là di qualche radio e qualche telefono, spiegano gli stessi Graham e Anwar in un saggio pubblicato sulla Review of African Political Economy: Digital Labour at Economic Margins: African Workers and the Global Information Economy.

Il centro, di proprietà straniera, è stato inaugurato nel 2012. Ospita torri di comunicazione, satelliti per la connessione a internet e container dove circa trecento lavoratori africani formano sistemi di machine learning progettati in altri continenti. Lavorano davanti ai computer in tre turni di otto ore. Guadagnano circa 300 dollari al mese, una paga decente per la regione, spiegano i due studiosi. I loro compiti vanno dalla catalogazione di immagini alla “identificazione di oggetti nelle fotografie (di solito dell'America suburbana)”. Abbinano nomi alle foto di “celebrità delle quali non hanno mai sentito parlare”. Svolgono insomma una serie di mansioni che i computer non saprebbero svolgere “con la stessa efficacia degli esseri umani”, compiti che Graham e Anwar sintetizzano così: “strutturare informazioni non strutturate”.

Il loro referente principale (che non conoscono) si trova dall’altra parte del mondo, a San Francisco, dove una società vende a importanti aziende tecnologiche prodotti e servizi che implicano l’apprendimento automatico, legati soprattutto allo sviluppo di veicoli a guida autonoma. Automobili che, per muoversi in sicurezza senza un conducente, devono essere in grado di identificare ogni minimo dettaglio dei luoghi che attraversano: mappe, strade, segnaletica, semafori. “Per aiutare le telecamere a identificare questi oggetti – spiegano Graham e Anwar –, milioni di immagini di città americane devono essere catalogate in modo che i computer possano imparare la differenza tra un marciapiede, una strada, un albero e una persona. I veicoli autonomi alla fine faranno sempre meno errori di identificazione, man mano che viene immesso nel sistema un maggior numero di dati”.

E questo proprio grazie all’attività dei lavoratori digitali africani, che scende a un livello di dettaglio notevole: “annotano non solo le principali caratteristiche di una strada, ma anche i cavi, le foglie, i contorni dei numeri sulle porte”.

 

È solo uno dei molti casi di lavoro digitale africano che Graham e Anwar hanno analizzato. I due studiosi raccontano su Social Europe di avere “condotto uno studio quinquennale (2014-19) in Sudafrica, Ghana, Nigeria, Uganda e Kenya, con interviste approfondite e discussioni di gruppo con più di 200 stakeholder, tra cui lavoratori, dirigenti di imprese in outsourcing, funzionari governativi, sindacati, agenzie di collocamento, associazioni del settore privato ed esperti del settore”.

La loro conclusione è che, se nei paesi avanzati l’intelligenza artificiale è associata alla “distruzione di posti di lavoro”, in Africa, al contrario, sta creando occupazione a basso costo. Il continente inoltre, coi suoi 700 milioni di utenti di smartphone e con 450 milioni di utenti internet, è probabilmente destinato a superare altre mete di outsourcing, come l’India e le Filippine. Per i due studiosi si sta dunque affermando una nuova divisione globale del lavoro digitalizzato, e l’Africa è pronta a offrire manodopera intellettuale informatica a tutti quei sistemi IA che hanno bisogno di un uomo che aiuti una macchina a imparare.

Alla domanda: quante di queste tecnologie in coabitazione uomo/macchina sono “formate” in Africa?, la risposta di Graham e Anwar è: “tutte”. “Il lavoro umano – riflettono –, rimane una parte importante del capitalismo digitale contemporaneo”. Ma resta il vecchio problema del capitalismo: “i lavoratori digitali in Africa guadagnano solo una piccola parte dei profitti generati dal loro stesso lavoro”.

È una questione che gli umani non hanno mai saputo risolvere. Forse la risolverà un’intelligenza artificiale.