La Cgil ormai da anni si sta cimentando con gli effetti della cosiddetta quarta rivoluzione industriale e sta analizzando e proponendo soluzioni di rango normativo e contrattuale sui temi della digitalizzazione. La stessa costituzione dell’Ufficio Progetto Lavoro 4.0 è emblematica della presa di coscienza che la digitalizzazione avrebbe attraversato tutti i settori imprimendo al lavoro un cambiamento epocale. L’implementazione digitale, intesa alla stregua di una nuova rivoluzione industriale, avrebbe di fatto cambiato anche i paradigmi sociali, e così è stato.

Oggi, dopo anni di analisi e dopo aver già pubblicato un manuale dal titolo “Contrattare l’innovazione digitale” edito da Ediesse, stiamo elaborando una sorta di vademecum sull’intelligenza artificiale (AI) che, a partire dalla discussione europea e internazionale sul tema, metta al centro il ruolo della contrattazione dinanzi ad una tecnologia che, in questa fase, rappresenta uno degli elementi cardine della digitalizzazione.

L’AI può infatti definirsi “una scienza, un insieme di tecniche computazionali che vengono ispirate, pur operando tipicamente in maniera diversa, dal modo in cui gli esseri umani utilizzano il proprio sistema nervoso ed il proprio corpo per sentire, imparare, ragionare e agire” ed ha connaturata la capacità di intervenire profondamente nel mondo del lavoro, nei rapporti sociali, nella dimensione privata e pubblica delle persone. Si tratta di un "processo", di una serie di operazioni, alla cui base vi è uno o più algoritmi che provvedono ad analizzare dei dati.

L’applicazione dell’AI può essere classificata, al momento, in alcuni ambiti specifici:

Autonomous Vehicle: sistemi di guida assistita.
Autonomous Robot: robot “intelligenti”.
Intelligent Object: oggetti in grado di seguire azioni e prendere decisioni senza intervento umano.
Virtual Assistant e Chabot: programmi utilizzati per supportare le persone nella soluzione di problemi.
Recommendation: soluzioni orientate a indirizzare le preferenze.
Image Processing: sistemi in grado di effettuare analisi di immagini o video per il riconoscimento e l’estrazione di informazioni dalle immagini.
Language Processing: sistema che prevede la capacità di elaborazione del linguaggio.
Intelligent Data Processing: soluzioni che che traggono informazioni da dati e li processano per una serie ampia di finalità.

 

Questo quadro investe larga parte del nostro vivere e ci impegna a guardare al futuro tentando, come sempre accade dinanzi alle implementazioni tecnologiche, di prevenirne gli impatti più deleteri governandone le applicazioni più virtuose. I dispositivi di AI sono interattivi, autonomi e sono adattabili perché, con un meccanismo di autoapprendimento (machine learning) sulla base dei dati imputati migliorano le proprie funzionalità. Il machine learning rappresenta un elemento di particolare attenzione, perché comporta che i sistemi di AI siano in parte imprevedibili, giacché gli algoritmi con cui i sistemi sono programmati possono venire modificati autonomamente ex post.

Dell’AI potremmo cogliere gli effetti positivi, ci può essere di supporto nelle nostre attività quotidiane, può mallevare l’essere umano da una serie di incombenze faticose, ripetitive, può analizzare e processare moli di dati inimmaginabili per l’essere umano accelerando processi di indagine e consentendo un deciso miglioramento del quadro di analisi entro cui effettuare scelte.

Al contempo, però, dobbiamo essere consapevoli che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, e cioè di un sistema algoritmico che processa dati e produce soluzioni in ragione dei parametri con cui è stato impostato, può avere effetti discriminatori e penalizzanti per alcuni. Quando si è soggetti a decisioni assunte o suggerite da una intelligenza non umana, si vedono modificati ambiti e modalità del vivere e del lavorare, si deve ragionare sul perimetro di tutela della propria privacy, sulla profilazione di sé, insomma bisogna saper comprendere quanto e come sia messo in discussione il nostro abituale modo di vivere.

 


Si potrebbe dire che, come per ogni grande innovazione, a seconda di come questa verrà utilizzata, con quale finalità, se sarà o meno declinata in un sistema regolato che vede al centro la persona e il lavoro, si potrà generare progresso e beneficio per la collettività. L’alternativa possibile è invece un aumento delle diseguaglianze, una concentrazione di potere in mano a pochi, l’aumento del divario tra ricchi e poveri, tra coloro che posseggono conoscenza, beni e servizi e coloro che prestano semplicemente la propria opera.

Nei prossimi mesi, anche in ragione degli effetti della pandemia, si prevedono forti investimenti da parte della UE, molti dei quali saranno legati all’utilizzo e l’implementazione di nuove tecnologie.

La questione ambientale certamente è uno dei principali presupposti per accompagnare una transizione industriale improntata ad uno sviluppo sostenibile, ma anche investire sulle competenze professionali, istruzione e formazione sarà determinante.

Siamo convinti che uno dei presupposti, perché la trasformazione digitale non divenga ulteriore strumento di un disegno iniquo della società è che le nuove tecnologie non siano appannaggio solo di alcuni, che vi sia una alfabetizzazione digitale che coinvolga tutti i cittadini, perché divengano consapevoli utilizzatori, ma anche capaci di spingere il decisore politico a utilizzare le potenzialità tecnologiche per la risposta ai bisogni dell’intera popolazione, indipendentemente dal genere, dall’età e dal censo.

 

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Non è peregrino pensare che anche il diritto alla connettività debba essere universalmente riconosciuto, perché elemento necessario di inclusione ed abilitatore dell’esercizio di diritti costituzionalmente previsti.

Di certo nell’alveo di questa trasformazione sociale e produttiva bisogna porre attenzione ad alcuni effetti che già oggi si stanno concretizzando nelle modificazioni del lavoro: i nuovi luoghi e “non luoghi” di sfruttamento, le modalità di selezione del personale e l’effetto dirompente per alcune aree di attività che vengono interamente soppiantate da strumenti digitali e, non ultimo, il potere discriminatorio che l’AI può esercitare. Ogni volta che si prevede l’utilizzo di meccanismi digitali di analisi per sostenere il “decisore” è necessario che si rivendichi trasparenza, conoscenza delle imputazioni dell’algoritmo, verifica degli effetti.

In questo quadro nell’ambito del lavoro i contratti nazionali rimangono centrali, sia per quanto attiene la tutela del trattamento dei dati dei lavoratori, sia per quanto riguarda il diritto di informazione. Sotto quest’ultima voce rientrano i presupposti perché il sindacato sia messo nelle condizioni di conoscere e contrattare strumenti digitali che intervengono sull’organizzazione del lavoro, sulla selezione del personale, sullo sviluppo professionale, sulla redistribuzione economica e sui modelli produttivi.

 

Certamente è ancora valido quanto scritto nello Statuto dei lavoratori per quanto attiene la tutela della privacy, ma è indispensabile esercitare le facoltà e i diritti riconosciuti dal regolamento europeo sulla privacy (GDPR) e quanto indicato dal Garante della privacy. In questo quadro come si interverrà nei prossimi anni sulla normativa e come si agiranno i rinnovi contrattuali determinerà il tipo di sviluppo che la nostra società deciderà di declinare e la scelta o meno dell’impiego delle tecnologie a sostegno di tutti e non solo a vantaggio di alcuni.

Saranno determinanti il riconoscimento del diritto soggettivo alla formazione continua, la capacità delle imprese e della contrattazione di accompagnare un modello che agisca sull’organizzazione del lavoro e sulla collaborazione sempre più stretta tra lavoratori e robot. Ma bisognerà ragionare anche in ambito sovranazionale sui princìpi etici che dovranno informare le nuove tecnologie. Etica e diritti, trasparenza e fruibilità, ricognizione e soddisfazione dei bisogni sono alcuni degli elementi che non potranno essere esclusi da alcuna discussione, programmazione o contrattazione che si confronti con la rivoluzione in atto.

Cinzia Maiolini e Alessio De Luca, Ufficio Progetto Lavoro 4.0 Cgil