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Il contagio della disuguaglianza

Il contagio della disuguaglianza
Foto: LAOS INDUSTRIA TESSILE AUSTRIACA FOTO DI PIERGIORGIO PESCALI SINTESI
Davide Orecchio
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Nei paesi vocati alle manifatture la pandemia lascia macerie. Bangladesh: le multinazionali annullano ordini per 953 milioni di capi già pronti. Le fabbriche tessili chiudono e non pagano gli stipendi. Un milione di persone senza lavoro né rete sociale

Come una mela spaccata, della quale improvvisamente sparisca nel nulla una metà. È l’immagine (possibile, probabile, da scongiurare) del lavoro che risulta dalla crisi pandemica e che entra in quella economica di questi mesi e dei prossimi anni. Immagine di un’amputazione, quella che le stime globali diffuse dall’Ilo (l’Agenzia Onu del lavoro), di cui Rassegna ha già scritto, rendono viva con nitidezza impressionante, sebbene incarnare cifre tanto macroscopiche sia difficile per la capacità di astrazione della mente umana: 195 milioni di lavoratori cancellati in un solo trimestre, il terzo del 2020; quattro persone su cinque fermate dal lockdown del mondo, ossia oltre tre miliardi. L’Ilo aveva previsto, entro la fine del 2020, un aumento globale dei disoccupati intorno ai 25 milioni. Ma adesso avverte che la cifra sarà “significativamente superiore alla proiezione iniziale”, e che “le perdite di produzione per molte imprese saranno probabilmente devastanti e durature, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove lo spazio fiscale per interventi di stimolo all’economia è limitato”.

 

I settori più a rischio

Alberghi, turismo e ristorazione. Manifatture. Commercio all’ingrosso e al dettaglio. Attività commerciali e immobiliari. Edilizia. Questi i settori più a rischio, che sono poi quelli “ad alta intensità di manodopera, impiegano milioni di lavoratori spesso poco retribuiti e poco qualificati”. Stiamo parlando di oltre un miliardo di persone in tutto il mondo, quasi il 38% della forza lavoro globale. Sono chiamate, da paese a paese, “ad affrontare una drastica e devastante riduzione dell'orario di lavoro, tagli ai salari e licenziamenti”. 

Solo il settore dei servizi di alloggio e di ristorazione occupa 144 milioni di lavoratori, più della metà donne, e in questo momento è quasi completamente chiuso dovunque. Il settore manifatturiero (463 milioni di lavoratori) - prosegue l’analisi dell’Ilo - “è stato colpito duramente in alcuni segmenti, le fabbriche sono chiuse e le catene di fornitura globali si fermano. Le misure di quarantena, la chiusura dei negozi al dettaglio, gli ordini cancellati e le riduzioni salariali stanno sopprimendo la domanda in settori chiave come quello automobilistico e tessile, dell'abbigliamento, del cuoio e delle calzature”. “Sebbene l'impatto economico non si sia ancora fatto sentire nell'agricoltura, il settore più grande nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, stanno emergendo rischi di insicurezza alimentare a causa delle misure di contenimento, tra cui la chiusura delle frontiere. Col tempo - osserva il Rapporto dell’Ilo -, i lavoratori di questo settore potrebbero essere sempre più colpiti, soprattutto se il virus si diffonde ulteriormente nelle aree rurali”.

(Le stime dell'Ilo)

 

La parte più debole e povera

Proprio nei paesi in via di sviluppo, “dove il nesso tra informalità, debole capacità e alta densità di popolazione pone gravi sfide sanitarie ed economiche per i governi”, l’Agenzia Onu avverte che il virus si sta diffondendo rapidamente. Ritorna uno dei punti dolenti di questa crisi: quella fetta di mela spaccata che cade e si perde rischia di corrispondere alla parte già più debole e povera. Non solo molti dei lavoratori più colpiti sono a basso salario e non hanno accesso alla copertura sociale, ma circa due miliardi di persone trovano reddito e sostentamento nell’economia informale, fenomeno che riguarda per lo più i paesi emergenti, e dove il lavoro non trova protezione né sanitaria né sociale in caso di malattia o disoccupazione. L’Ilo ricorda che questi settori “non solo comportano un alto rischio di infezione da virus, ma sono anche direttamente influenzati da misure di blocco”. Solo in India, per citare un esempio, quasi il 90% delle persone lavorano nell'economia informale, e circa 400 milioni di lavoratori rischiano la povertà.

 

Nell’occhio del ciclone

Dunque diverse assi tagliano la mela e la incidono. Economie e paesi ricchi ripartiranno con meno ferite. Inoltre, come ha giustamente rilevato Bryan Carter su Equal times, “i paesi con alti tassi di sindacalizzazione, buone reti di sicurezza sociale e forti diritti di contrattazione collettiva sono quelli che hanno affrontato meglio gli effetti immediati della pandemia sui lavoratori”, e - aggiungiamo noi - continueranno a farlo. A voler essere ottimisti, per usare le parole di Sharan Burrow, segretaria generale della confederazione internazionale dei sindacati, “il mondo post-pandemico potrebbe darci un nuovo modello di economia globale e un nuovo impegno a redistribuire la ricchezza”. 

Potrebbe. Ma, se mettiamo da parte il condizionale dell’ottimismo e restiamo ancorati a un più realistico indicativo presente, non possiamo chiudere gli occhi di fronte all’urto che ha colpito i lavoratori più vulnerabili che non vivono nel “primo mondo”. Uno dei settori più colpiti, si diceva, è il tessile. Dopo un giro di consultazioni con le sigle sindacali affiliate in diversi paesi ed economie, la federazione IndustriALL ha lanciato l’allarme: l’industria dell’abbigliamento è stata particolarmente colpita dalla crisi, le fabbriche stanno chiudendo a un “tasso allarmante” lasciando milioni di lavoratori senza salari, indennità di licenziamento o prestazioni sanitarie.

“Man mano che il virus si diffonde all'interno degli stessi paesi produttori di capi d'abbigliamento - spiega la federazione sindacale -, un numero maggiore di fabbriche sarà costretto a chiudere”. Inoltre, “non solo i grandi marchi e i rivenditori annullano gli ordini futuri, ma rifiutano di assumersi la responsabilità per i capi già prodotti, utilizzando le disposizioni di emergenza nei contratti per fermare le spedizioni ed evitare di pagare la merce ordinata. Questo lascia le fabbriche in possesso della merce, incapaci di venderla al cliente che l'ha ordinata, e in molti casi impossibilitate a pagare il salario dei lavoratori che l'hanno prodotta”.

(Foto di Carlo lannutti/Sintesi)

 

Le donne del Bangladesh

Al riguardo un punto di vista più specifico, quello dell’Osservatorio sull’Asia della Fondazione tedesca Friedrich Ebert, offre una conferma esplicita: in Asia “l’impatto della pandemia sul tessuto dei sistemi economici e sociali” sarà “travolgente”. Il caso più eclatante è quello del Bangladesh, dove, proprio nel tessile, l'interruzione delle catene di fornitura ha già creato un milione di disoccupati privi di sicurezza sociale. E questo è accaduto prima che, lo scorso 25 marzo, il governo varasse un piano di aiuti equivalente a 500 milioni di euro per l’industria dell’abbigliamento, misura senza precedenti nella storia del paese. 

Dopo la Cina, il Bangladesh è il più importante fornitore di abbigliamento per i paesi occidentali, e si affida all'industria tessile per oltre l'80% delle sue esportazioni. Il paese ospita circa quattromila fabbriche che danno lavoro a oltre quattro milioni di persone. Due ricercatori della Fes, Iqbal Hossain e Kai Dittmann, ricordano che “la maggior parte dei lavoratori del settore non è in grado di risparmiare nulla dei propri guadagni. Privati dell’unica fonte di reddito che hanno, le conseguenze saranno disastrose”.

E questo vale soprattutto per le donne, le più vulnerabili in questa fase, che costituiscono, secondo le stime Fes, tra il 61 e l'80 per cento della forza lavoro nel settore manifatturiero dell'abbigliamento in Bangladesh. Per migliaia di donne l’occupazione in questo settore è stata una fonte di emancipazione straordinaria. Adesso corrono più di un rischio. Da un lato la mancanza di protezione a causa di lunghi orari di lavoro e condizioni di lavoro precarie si ripercuote sulla loro salute, per di più nella crisi da Covid-19. Dall’altro, le chiusure causate dall’epidemia le metteranno di fronte a poche opzioni: “O ripiegare sulle collaborazioni domestiche, con una retribuzione inferiore, o restare disoccupate in un paese con una rete di sicurezza sociale praticamente inesistente”. Inoltre, spiegano i due ricercatori della Fondazione Ebert, “per le donne il cui posto di lavoro era una via di fuga da famiglie dove subivano abusi, la minaccia di violenza domestica crescerà”.

(Foto Esseci/Sintesi)

 

Un'economia in ginocchio

Il Bangladesh è probabilmente l’esempio più eclatante di quanto stanno attraversando, o attraverseranno, le economie orientate all’esportazione. Nel nuovo mondo in quarantena, coi trasporti fermi o semi-bloccati, le multinazionali ristruttureranno la catena dell'approvvigionamento, rinegozieranno i contratti, opteranno per rilocalizzazioni della produzione. E il futuro, per i lavoratori di queste economie, sarà molto incerto. Ma lo è già il presente. Come ricorda IndustriALL, la maggior parte degli stabilimenti tessili di Dacca è chiusa fino al 14 aprile. I cancelli sono stati sigillati, però, senza dare informazioni ai lavoratori sull’erogazione dei salari. 

A proposito di scarsezza di informazioni, prima del lockdown centinaia di fabbriche hanno continuato a operare senza valutare il rischio di diffondere il Covid-19, e costringendo gli operai a un pericoloso pendolarismo. Il governo aveva inizialmente fissato il termine della quarantena per il 5 aprile, salvo poi prorogarlo di altri nove giorni. Nel frattempo sono crollati gli ordini. L’associazione delle imprese tessili del Bangladesh (Bgmea) il 7 aprile ha reso noto che 953 milioni di capi pronti per l'esportazione, per un valore di tre miliardi di dollari, sono stati cancellati. “Queste disdette - osserva IndustriALL - toccano le vite di due milioni di lavoratori”.

Ignari della proroga del lockdown, e in attesa di ricevere gli stipendi di marzo, molti operai si sono presentati ai cancelli delle fabbriche il 6 aprile, per trovarli chiusi. A molti di loro le aziende hanno comunicato il licenziamento, oppure l’avviso di ripresentarsi il 14 aprile, nonostante l’appello lanciato alle imprese dal ministero del Lavoro, che ha chiesto di di evitare i licenziamenti e di saldare gli stipendi pieni di marzo entro il 12 aprile. Nelle proteste che sono scoppiate due operai sono morti, schiacciati da un camion durante il blocco dell’autostrada che collega Dacca a Mymensingh. “Li hanno licenziati, gli hanno negato gli stipendi e hanno minacciato di metterli sulla lista nera se avessero rivendicato i loro diritti”, ha denunciato Nazma Akter, presidente del sindacato dei lavoratori tessili Sgsf. “Se il lockdown proseguirà senza retribuzioni - ha aggiunto - molti di loro moriranno di fame”. 

Molti di loro: uno di loro ha raccontato all’agenzia Reuters di avere raggiunto Dacca a piedi e poi in risciò, viaggiando per oltre 150 chilometri, perché i mezzi pubblici erano sospesi. Salvo arrivare alla fabbrica per scoprire d’essere stato licenziato. “Adesso non so come sopravvivrò”, ha detto. Ma non ha spiegato a cosa: se alla povertà, alla fame, alla disoccupazione, o se al rischio di ammalarsi di coronavirus. Forse a tutto questo insieme, nel nuovo mondo che inizia, che sembra già più spietato del vecchio.