L’intervento di Archibugi, Pennacchi e Reviglio coglie certamente due temi cruciali che si stagliano dinanzi a noi: da un lato, le “capacità progettuali” che il nostro Paese sarà in grado di mettere in campo, per affrontare la fase che si sta aprendo; dall’altro, gli orientamenti culturali e politici che possono, o dovrebbero, essere posti alla base di una rinnovata capacità di “programmazione”. Condividendo pienamente lo spirito e i contenuti di questo intervento, vorrei segnalare qui alcuni pericoli che occorre contrastare. Il dilemma di fronte cui ci troviamo può essere formulato in questi termini: come conciliare questo straordinario sforzo di progettazione con una difesa e uno sviluppo della democrazia?

Non possiamo nasconderci che una tentazione può farsi strada, anche tra coloro che vogliono caratterizzare in modo fortemente innovativo questa nuova fase di protagonismo dello Stato, in tutte le sue articolazioni istituzionali: l’idea, cioè, che sia inevitabile una qualche concentrazione di sapere e di potere nelle mani di chi è chiamato ad assumere decisioni impegnative, rapide ed efficaci.

Il rischio, o forse anche l’illusione, è quello di pensare che possa esistere un luogo di comando accentrato, onnisciente, in grado di prevedere e controllare tutte le variabili informative e cognitive necessarie a una buona decisione. Va benissimo ovviamente il richiamo all’esempio storico dello “sperimentalismo istituzionale” che caratterizzò il New deal rooseveltiano: e dunque vanno accolte le proposte di creazione di una o più “agenzie” in grado di alimentare quello “stock di progetti” oggi necessario a caratterizzare una ripresa su basi nuove rispetto al passato. Ma si sbaglierebbe a concepire questi strumenti, o altri analoghi, come luoghi di esercizio di una qualche “razionalità sinottica”, di una razionalità cioè in grado di abbracciare con un solo sguardo tutti gli elementi che non solo caratterizzano una buona idea progettuale, ma che siano poi in grado di farsi strada nella realtà.

Come notano giustamente Archibugi, Pennacchi e Reviglio, non vi è solo un drammatico impoverimento della pubblica amministrazione, cui far fronte con un piano straordinario di assunzioni mirate, per coprire i vuoti di vecchie e nuove competenze qualificate oggi necessarie: c’è anche da fare i conti con un altrettanto drammatico impoverimento del tessuto politico-istituzionale locale e regionale, con l’assenza e la debolezza di presìdi territoriali in grado di interagire con le domande sociali, di interloquire con le agenzie di progettazione, di seguire e controllare, e se del caso, anche correggere le azioni pubbliche che si intraprendono.

Non è un vuoto, questo, che possa essere colmato in breve tempo: ma l’occasione che oggi si presenta dinanzi a noi deve essere colta anche per invertire questa tendenza. È una questione di democrazia, in fondo: una legittimazione democratica dei processi decisionali non si fonda solo sul rispetto delle procedure di uno stato di diritto, ma su un processo di mediazione discorsiva, di inclusione dei diversi punti di vista, di considerazione dei diversi interessi e valori in gioco. Certo, con una politica che si assuma le proprie responsabilità: ma la presenza di una pluralità di attori politici e sociali non è un fastidioso intralcio alla decisione, è una precondizione di una decisione democratica. E dunque, bisogna sempre tenere in conto il titolo di un libro che Luigi Bobbio pubblicò oltre vent’anni fa: La democrazia non abita a Gordio.

Senza una mobilitazione di tutte le forze disponibili, senza l’attivazione delle risorse di “spirito civico” ancora presenti nella società italiana, non basterà una pur straordinaria volontà e capacità di ideazione e progettazione che si racchiuda ai “vertici” delle istituzioni (ammesso che ci si riesca). Specie oggi, in condizioni di radicale incertezza e imprevedibilità degli eventi, l’attivazione di una “intelligenza collettiva” è un prerequisito ineludibile. Anzi, uno dei compiti cruciali delle nuove “agenzie” potrebbe essere anche quello di connettere e alimentare una rete di esperienze e competenze socialmente diffuse, in grado di elevare le capacità progettuali dell’insieme.

Insomma, attivare una forma di governance partecipativa: sappiamo bene che, a sentir solo parlare di partecipazione, si alzano le sopracciglia di molti, ma da cosa dipende la scarsa capacità di investimento e di progettazione dello Stato italiano? da un eccesso di partecipazione, come talvolta si dice? o non, piuttosto, da regole e procedure elefantiache (pensate sul presupposto dell’assenza di fiducia nei comportamenti degli attori), dall’ipertrofia di una cultura iper-giuridica nella pubblica amministrazione, e da una politica in cui non vi è vera partecipazione, ma una molteplicità di passaggi che esaltano il potere di veto dei vari soggetti? e quanto pesa, non la troppa burocrazia, ma la carenza di veri e competenti “burocrati” in grado di reggere la macchina amministrativa e sostenere le fasi di attuazione delle politiche?

Certo, un’adeguata governance partecipativa dei tanti progetti che occorre mettere in campo presuppone che vi siano una partecipazione guidata da regole e procedure ben definite e una politica in grado di esercitare poi le sue prerogative: e dunque, tempi certi, procedure di discussione trasparenti, capacità di costruire e proporre nel dialogo pubblico dossier informati che prospettino a tutti gli attori le soluzioni progettuali disponibili. La fatidica invocazione di “tempi rapidi” è sacrosanta, ma non può essere perseguita pensando che efficacia e tempestività possano essere assicurate affidandosi a un decisore politico onnisciente o aggirando la fatica della mediazione e del dialogo pubblico.

Riflettere su questi temi è essenziale anche da un altro punto di vista: combattere una campagna ideologica che identifica il ruolo pubblico delle istituzioni con lo statalismo, o il richiamo ai beni comuni come collettivismo. Ma se ne riparlerà in altra occasione.

Antonio Floridia dirige l’Osservatorio elettorale e il settore “Politiche per la partecipazione” della Regione Toscana