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A Milano per gli 85 mila studenti fuori sede che frequentano le università i posti a disposizione negli studentati sono, più o meno, 15 mila. A mettere in fila queste cifre è stata Jessica Merli, segretaria generale della Flc Cgil, ricordando che “il piano housing del governo finanziato con il Pnrr in Lombardia prevedeva poco meno di 6 mila nuovi posti letto: di questi circa 1538 in provincia di Milano”.
Cifre misere. E Milano, per gli studenti che arrivano da fuori, diventa una jungla. Perché al di fuori di quei pochissimi posti assegnati a prezzi calmierati per studenti meritevoli, per accaparrarsi in qualche modo il resto dei letti c’è da pagare canoni di affitto salati, in un crescendo rossiniano che dagli studentati arriva nei condomini e negli appartamenti, non sempre vicini, non sempre equipaggiati in maniera dignitosa, spesso pagati a nero. Ecco la realtà di chi raggiunge Milano per studiare, ecco il primo difficilissimo passo, tutto in salita.
Per questo, nel contesto generale già malconcio, ha fatto scalpore, viaggiando sul tam tam di alcune pagine social e rimbalzando sui giornaloni dalle foto patinate e dagli elogi sperticati, il varo di uno studentato che si è insediato nell’ex Villaggio Olimpico appena sgualcito da un paio di settimane di utilizzo da parte degli atleti tra il 6 e il 22 febbraio scorsi. Pronti, via. Il nastro era stato appena tagliato lo scorso inverno che, partiti per sempre i primi ospiti con sci, scarponi e medaglie in valigia, ci si è ritrovati a scartare di nuovo la struttura per aprire le porte agli studenti. E che studenti. A giudicare dai costi e dagli optional Il Villaggio non è uno studentato per tutti o, meglio, per tutte le tasche. Un peccato in una città che sta diventando sempre più inaccessibile, dove i costi di affitto mensile e quelli al metro quadro danno alla gentrificazione in atto un aspetto sempre più brutale.
Frigeni, Udu Milano: “Il Villaggio? Gestito dai privati: costi alti e pochissimi alloggi calmierati”
“Il Villaggio? Un’operazione negativa – ci spiega senza mezzi termini Elisa Frigeni dell’Udu di Milano –. Prima di tutto perché è gestito dai privati e ha dei costi molto alti. Circa mille euro per una stanza singola, circa 700 per una doppia. Pochissimi alloggi a prezzo calmierato, nonostante la struttura sia stata realizzata con i soldi pubblici, compresi quelli del Pnrr. Un’operazione fatta da privati che hanno guadagnato molto più di quello che hanno restituito alla collettività studentesca, ma anche cittadina. Anche i posti letto in diritto allo studio, dal costo di 250 euro mensili, sono pochi, appena 135 su 1700, una percentuale bassissima. Posti per cui, per altro, la convenzione scade tra appena tre anni e l’Università Statale che la gestisce si è riservata il diritto di decidere al termine se confermarla”.
Merli, Flc provinciale: “Milano città esclusiva ed escludente ormai”
“Quello che succede – spiega perfettamente Jessica Merli, la segretaria della Flc Cgil milanese – è che alla fine gli studenti che riescono a frequentare i corsi a Milano vengono selezionati sulla base della capacità economica delle loro famiglie più che sulla loro attitudine, preparazione e determinazione. Una discriminazione di classe che nulla ha a che fare con la nostra Costituzione né con il carattere inclusivo che Milano ha sempre avuto tradizionalmente. Purtroppo in questi ultimi anni è diventata una città esclusiva e – ahimè – escludente”.
Temi che, spiega, sono diventati “centrali nelle nostre richieste a chi si candida a fare il sindaco visto che si avvicinano le elezioni. E qui non parliamo solo di alloggi, parliamo ormai, più in generale, del costo della vita in città, diventato proibitivo per molti studenti. E siccome Milano è diventata una città studentesca grazie all’amplia offerta e fioritura di scuole, atenei, corsi e possibilità di formazione, noi dobbiamo essere in grado di accogliere studenti di ogni condizione affinché contribuiscano al progresso del nostro Paese”.
Niente miracolo a Milano
Eppure, anche questa volta il miracolo a Milano non c’è stato. Passata la festa, quella mordi e fuggi dell’Olimpiade invernale, spartita con Cortina, “gabbato lo santo”, con buona pace dei tentativi che la Cgil ha messo in campo interloquendo con il Comune affinché questo grande evento lasciasse un seme, una traccia di utilità sociale, di condivisione, anche con chi dovrebbe, se solo glielo permettessero, garantire un futuro alla città.
Così è finita che gli alloggi nuovi di pacca coniati per ospitare un paio di settimane gli atleti sono finiti agli studenti, sì, ma tramite i privati che puntano al profitto, non tramite politiche di alloggio lungimiranti. E dopo anni di proteste e di tende montate in città da fuori sede esasperati dai costi proibitivi, anche quel pacchetto di stanze è finito nel mercato delle vacche grasse, quello dei figli della borghesia con le tasche capienti o delle élites internazionali che mandano i propri rampolli a Milano.
“La tempistica molto ridotta e l’espansione territoriale oltre i confini della città e della regione ha complicato non poco la possibilità di governare il dopo Olimpiadi – ci spiega Giorgia Sanguinetti della segreteria della Cgil cittadina –. E in queste condizioni la Fondazione Milano-Cortina non ha avuto difficoltà a gestire autonomamente il dopo evento, invece di costruire interlocuzioni anche con noi. Eppure proprio la Fondazione aveva sottoscritto un accordo con noi prima dell’evento, al fine di gestire il tema del lavoro in appalto e della salute e sicurezza delle maestranze. C’era stata una traccia concreta di relazione tra noi, come avvenuto in altre opere”.
Peccato che appena si è spenta la torcia gli esiti di quel che restava sono stati diversi da quanto avrebbe auspicato la Cgil: “costi alti, destinati a studenti che provengono da ambienti e famiglie privilegiate; un numero di alloggi molto inferiore rispetto alle aspettative per quel che riguarda le stanze riservate ai vincitori di borse di studio; una gestione poco trasparente e condivisa. E pensare – ragiona la segretaria con amarezza – che Milano una volta era considerata un vero ascensore sociale: un luogo dove chiunque poteva studiare, crescere, emanciparsi. Oggi non è più così”.
Sanguinetti, Cgil: “Milano potrebbe inventarsi città dei saperi, se solo volesse”
L’ascensore è a pagamento e arriva all’attico solo se te lo puoi permettere. Una miopia che la città rischia di pagare a caro prezzo. Perché “Milano – ragiona Giorgia Sanguinetti – potrebbe cambiare vocazione se solo lo volesse: ora che è diventata attrattiva per il turismo, deve combattere la polarizzazione estrema che si sta verificando nel mercato del lavoro, dove spesso si salta senza intermediazione da posti senza diritti e prospettive a carriere alte e altissime. A questo si aggiunga che in città i lavoratori che hanno a che fare con la conoscenza sono oltre 250 mila: Milano potrebbe inventarsi città dei saperi, se solo imparasse a riconoscersi come tale. Eppure lo sviluppo e la creazione di alloggi avviene senza nessun governo: nessuno prova a dare un indirizzo a quella vocazione. Noi come Cgil proviamo a tenere alta e serrata l’interlocuzione con tutti i soggetti in campo, poiché questa fase potrebbe essere comparata a quella in cui Milano divenne simbolo della manifattura. Serve una politica attenta a questo cambio di propsettiva, è ciò che chiediamo a chi governa e governerà”.
Udu: “Togliere alla speculazione privata e affidare a un piano dell’amministrazione. La protesta ripartirà”
“Ci vorrebbero degli investimenti pubblici sul tema dell’abitare, che vadano in direzione opposta rispetto a quella del Pnrr, appannaggio solo dei privati – avanza la tesi Elisa Frigeni dell’Udu –. Ci vogliono soldi dati in gestione alle amministrazioni che facciano un piano tarato su studenti e fabbisogno. Oggi Milano riesce a coprirne appena il 6% e di fronte all’idea di espandere l’offerta dei corsi e delle possibilità per attrarre più studenti anche dall’estero, la risposta a livello di alloggi è quasi inesistente”.
Si torna sempre lì, alla tirannia dei privati il cui solo verbo è il profitto. “I privati hanno deciso di speculare sul bisogno e sul diritto. Sull’onda lunga delle manifestazioni di protesta che avevano posto il tema all’attenzione generale, Milano – ricorda con amarezza la studentessa Udu – ha appaltato di fatto la risposta ai privati. La protesta ripartirà perché le persone si sentono cacciate, respinte, da una città che pure aveva sempre vissuto di accoglienza e integrazione e che ha sempre tratto la propria linfa vitale da chi viene da fuori”.






















