Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

Il commento

Il valore dell'economia non osservata

Foto: Marco Merlini
Francesco Prota
  • a
  • a
  • a

Il calo, non trascurabile, registrato nell'ultimo quinquennio non è riuscito a scalfire la pervasività dell'economia sommersa. Dobbiamo interrogarci sull'efficacia delle misure di contrato messe in campo

Nei giorni scorsi l’Istat ha pubblicato i dati sull’economia non osservata riferiti al 2019, prima, quindi, che scoppiasse l’emergenza Covid-19. Come noto, l’economia non osservata comprende, essenzialmente, l’economia sommersa (le cui principali componenti sono costituite dalla sotto-dichiarazione del valore aggiunto e dal lavoro irregolare) e quella illegale (le attività illegali incluse nel Pil sono la produzione e il commercio di stupefacenti, i servizi di prostituzione e il contrabbando di sigarette).

I dati pubblicati ci permettono sia di fotografare la situazione al 2019 che di cogliere quella che è la tendenza di medio periodo attraverso l’analisi dell’andamento del fenomeno nel 2011-2019.

Secondo le stime dell’Istat, nel 2019, l’economia non osservata vale 203 miliardi di euro, pari all’11,3% del Pil. La componente rappresentata dal sommerso ammonta a poco più di 183 miliardi di euro. È evidente, dunque, come l’economia non osservata rappresenti una parte importante delle attività produttive in Italia. Si tratta, purtroppo, di un fenomeno che nel nostro Paese ha una natura strutturale e con una incidenza particolarmente forte in alcuni comparti produttivi: “altri servizi alle persone”, “commercio, trasporti, alloggio e ristorazione” e “costruzioni. Possiamo parlare, da questo punto di vista, di un processo di “terziarizzazione” dell’irregolarità.

Il pur non trascurabile calo registrato negli ultimi cinque anni, non è riuscito a scalfire la pervasività dell’economia sommersa, il che ci deve portare a interrogarci sull’efficacia delle misure di contrasto messe in campo negli ultimi anni. Questo è, in particolare, vero per la componente del lavoro irregolare: nel 2019 sono 3 milioni e 586 mila le unità di lavoro a tempo pieno in condizione di non regolarità, erano circa 3,7 milioni nel 2017, quindi in lieve calo. L’incidenza del lavoro irregolare appare eterogenea fra settori: molto rilevante nel “terziario”, in “agricoltura”, nelle “costruzioni” e nel “commercio, trasporti, alloggio e ristorazione”.

Il quadro che emerge da questa rapida lettura dei dati non è certo confortante, anche perché la situazione fotografata nel 2019 rischia di mutare in maniera consistente a causa dell’impatto negativo che la pandemia ha avuto sull’economia. È noto, infatti, che nelle situazioni di recessione la tendenza verso l’economia sommersa aumenta sia per le imprese che per gli individui.

Il contrasto all’economia sommersa e al lavoro irregolare deve quindi essere una priorità nell’azione pubblica. E questo non solo per le implicazioni di ordine etico e legale, ma perché un fenomeno di dimensioni così rilevanti si ripercuote sull’intero sistema economico: genera condizioni di concorrenza sleale tra gli operatori e distorce le loro scelte con conseguenze negative sull'efficienza produttiva; rappresenta un freno alla crescita della produttività; e rallenta le prospettive di crescita abbassando la qualità del lavoro (ad esempio, impedendo ai lavoratori di intraprendere percorsi di apprendimento permanente) nonché i redditi dei lavoratori. Più in generale, rappresenta un impedimento alla necessaria trasformazione strutturale dell’economia del nostro Paese che ha necessità di puntare su settori fortemente innovativi e sul lavoro di qualità.

Francesco Prota, professore associato di Economia politica all’Università di Bari “Aldo Moro”.