Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

Rete unica

Connettere il Paese per rilanciare l'economia

Foto: John Barkiple (www.unsplash.com)
Barbara Apuzzo e Riccardo Saccone
  • a
  • a
  • a

L'Italia deve avere un “campione nazionale”, un soggetto forte con una partecipazione “pubblica” significativa che sappia indirizzare le politiche nazionali in tema di digitalizzazione

Gli obiettivi da raggiungere per realizzare la trasformazione digitale del Paese che il ministro Colao ha elencato in questi giorni in relazione al PNRR convincono, così come apprezziamo l’intento di velocizzare i tempi per la loro realizzazione. Senza contare che avere tutta l’Italia connessa ad un giga per il 2026 anticiperebbe addirittura il termine del 2030 fissato nei giorni scorsi in Europa con il Digital Compass, sfruttando al meglio gli oltre 40 miliardi del Recovery Plan destinati al digitale.

Si tratta di un progetto ambizioso per la piena realizzazione del quale è necessario che l’Italia si doti nel più breve tempo possibile di una rete unica, in grado di completare quel percorso di digitalizzazione infrastrutturale che allo stato attuale ha accumulato ritardi tali da determinare un sistema in cui deficit e disuguaglianze già esistenti rischiano di acutizzarsi sempre di più nei prossimi anni, evitando al tempo stesso il paradosso di costruire due infrastrutture parallele che comunque non garantirebbero uno sviluppo armonico del processo di digitalizzazione dell’intero Paese.

La modalità con la quale si arriverà alla realizzazione della rete unica non è dunque indifferente. Noi continuiamo ad essere convinti che l’Italia debba avere un “campione nazionale”, un soggetto forte con una partecipazione “pubblica” significativa che, in un contesto regolatorio che garantisca il libero mercato, sappia indirizzare le politiche nazionali in tema di digitalizzazione. Esattamente come accade in Francia e in Germania, dove lo Stato è azionista di peso, ma non dominante, di Orange e Deutsche Telekom.

Al contrario, evidenziamo il fatto che l’idea di separare societariamente la rete secondaria (quella di Tim), per affidarla al controllo pubblico, oltre a non avere precedenti in Europa, appare priva di ogni logica industriale e al tempo stesso rischia di risultare dannosa per gli effetti che determinerebbe sull’azienda stessa, anche in termini di ricadute occupazionali.

Inoltre, se guardiamo ai dati relativi alle cosiddette aree A e B, oggi il 92% delle famiglie beneficiano già di tecnologie cablate (solo fibra o fibra - rame) da Tim e dagli altri operatori che assicurano i 30 Mbit/sec, mentre per velocità fino a 1 Gbit/sec in tecnologia Ftth (Fiber to the home), la società FiberCop - costituta da Tim, Fastweb e il fondo americano Kkr - prevede la copertura al 56% entro il 2025. 

Risultati ben più deludenti si sono registrati invece in relazione alle cosiddette “aree a fallimento di mercato”, dove si continuano ad accumulare ritardi che rischiano di rendere ogni giorno più stridente il divario fra aree geografiche. Fatto non più tollerabile in questo anno eccezionale, in cui il tema della connettività si è imposto come vero e proprio diritto di cittadinanza, facendo sì che la diffusione armonica della nuova infrastruttura diventi un tema di coesione sociale ed economica per l’intero Paese.

Per tutte queste ragioni nei mesi scorsi avevamo già giudicato un fatto importante nella politica infrastrutturale del Paese la sottoscrizione del memorandum fra Tim e CDP per la costituzione di una società (AccessCo) per la realizzazione della rete unica. Oggi ne siamo ancora più convinti.

Quello che serve al Paese è un soggetto che non si limiti a rivendere connettività al mercato (wholesale only), ma che anche nell’ottica della realizzazione e del consolidamento di un sistema di telecomunicazioni europeo si candidi a dialogare, in una posizione paritaria, con gli altri soggetti industriali, garantendo la tenuta di scelte e politiche di sistema.

Allo stato attuale il progetto che prevede che la società della rete unica sia controllata congiuntamente da parte di Cdp Equity e Tim (che deterrebbe almeno il 50,1% di AccessCo e attraverso un meccanismo di governance condivisa con Cdp Equity), e sia aperta al co-investimento di altri operatori sembra la soluzione più sensata, da perseguire parallelamente ad una graduale crescita di Cdp in Tim, che ne stabilizzi ulteriormente la governance garantendone la trasformazione in una reale “public company”. Il tempo stringe. L'obiettivo di garantire al nostro Paese l'accesso alla "Gigabit Society" entro il 2025 deve essere prioritario.

Barbara Apuzzo, politiche e sistemi integrati di telecomunicazione Cgil
Riccardo Saccone, segretario nazionale Slc Cgil