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Di nuovo in presidio, come ogni lunedì mattina, ma questa volta con più forza. È la storia della Cgil di Torino che si ripete, al fianco dei migranti, lavoratrici, lavoratori, famiglie con bambini, che da anni ormai allungano la fila di color che son sospesi, fuori dalla questura di Via Botticelli, in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno che non arriva mai, che si aspetta per mesi e mesi.
Elena Ferro, Cgil Torino: “Sui migranti generano ad arte paura e disagio”
“Prima l’ufficio immigrazione era in Corso Verona – ci spiega al telefono Elena Ferro, segretaria della Cgil Torino –, ma i locali non erano adeguati e, in seguito alle nostre proteste, ci dissero che avrebbero spostato temporaneamente l’ufficio qui, in Via Botticelli”. Il temporaneamente si è perso nelle mille promesse di una nuova sistemazione che, come i permessi di soggiorno, non arriva mai. E così famiglie, donne con bambini, soggetti fragili, si mettono in fila, in questa strada dove c’è sempre un gran traffico, visto che è una delle arterie più importanti in questo quadrante della città. File esasperate a pochi metri da un ipermercato con un accesso al carico e scarico merci che genera un via vai continuo di camion.
“Stamattina – ci racconta la sindacalista – c’erano più di 400 persone, molte delle quali hanno passato la notte qui. E visto che il caldo è a tratti insopportabile e delle 400 persone in fila 40 sono coperte dai gazebo allestiti, ma altre 300 sono sotto il sole, abbiamo chiesto alla questura di predisporre delle protezioni, dal momento che non siamo nell’emergenza, ma capita lo stesso da anni”.
I numeri delle persone straniere in Piemonte: se non ci fossero si aprirebbe una voragine
“In Piemonte i residenti sono 450 mila, il 10% della popolazione – ci spiega Lamin Sow, del coordinamento immigrazione della Cgil regionale –. Di questi 450 mila cittadini stranieri, gli extracomunitari sono 280 mila. Di questi il 46% ha un permesso di lunga durata, più stabile, che non ha bisogno di rinnovi a breve scadenza. Quindi ci sono circa 150 mila persone che, ogni anno, sono soggette al rinnovo del permesso di soggiorno”.
Quali sono i tempi di attesa? “L’attesa media su Torino, Alessandria e Cuneo è fino a un anno. Altre province come Vercelli e Biella hanno dei tempi che arrivano fino a sei mesi. Ad Asti e Novara sono di oltre tre mesi. L’unica provincia nei tempi di legge, nei 90 giorni, è Verbania”, risponde Lamin Sow.
Concretamente che problemi genera vivere senza il rinnovo del permesso di soggiorno? “La ricevuta del rinnovo del permesso scaduto non ti dà nessuna certezza – ci spiega il sindacalista –. Né nelle Asl né nelle agenzie di lavoro né nelle banche né ti permette di tornare in patria, a meno che non puoi permetterti un volo diretto”.
Questi dati come si declinano sul mercato del lavoro? “Gli stranieri occupati sono 204 mila, il 12% del totale. E sono 53 mila le imprese condotte da cittadini nati all’estero. I dati per settore ci dicono che gli stranieri che lavorano in agricoltura sono il 12%, nell’industria il 12%, nei servizi il 10,5%, nel commercio il 10,9%, nel lavoro domestico il 60,7%. Parliamo ovviamente solo dei numeri che emergono e non del nero. Ma bastano questi numeri a dirci che la presenza di lavoratori stranieri, anche in Piemonte, è un dato strutturale, di cui le autorità piemontesi dovrebbero occuparsi. Perché – spiega Lamin Sow – se domani non ci fossero più lavoratori stranieri si aprirebbe un problema di tenuta enorme anche sul nostro territorio”.
Le richieste della Cgil
E così questa mattina la Cgil di Torino è tornata in presidio all’ufficio della questura, mentre quella del Piemonte ha avviato, a partire da oggi e per tutto il mese, una campagna che prevede molte iniziative in tute le province, dal titolo inequivocabile: “I diritti non si mettono in coda”. Una mobilitazione che su Torino chiede il decentramento degli uffici immigrazione sull’area metropolitana, “perché – spiega Elena Ferro – le persone arrivano qui da tutta la provincia. Questo incrementa le code. Avevamo chiesto che ci fosse una sede adeguata, in qualche modo sufficientemente capiente affinché le persone non aspettassero in mezzo a una strada o sotto il sole”.
Ovviamente i problemi sono strutturali e le code dipendono dal funzionamento dell’iter. “In parte – racconta la segretaria torinese – le procedure di comunicazione non sono chiare, c’è il portale ‘prenota facile’ dove le persone possono controllare lo stato della pratica. A volte il portale dà la spunta verde che significa ‘pratica pronta’, ma non dà l’appuntamento. E allora le persone corrono in questura e si mettono in coda. Non aspettano perché, magari, sono già due anni che aspettano quella spunta e poi perché il permesso di soggiorno significa vivere nella legalità, avere un contratto d’affitto, di lavoro, significa una vita dignitosa e questo è l’unico punto di Torino dove possono dare un senso a quella spunta verde, dove correre, con o senza appuntamento, per ottenere queste cose”.
Ma come si potrebbero ridurre i tempi di attesa? “Spendono milioni di euro per costruire centri per migranti che restano vuoti, ma non hanno fondi per assumere personale che materialmente gestisca le pratiche. Se lo facessero ovviamente i tempi si ridurrebbero. E invece scaricano tutte le contraddizioni sul territorio, generando ad arte paura e disagio. Perché questa situazione produce lunghe file d’attesa, tensioni, visivamente un fenomeno sul quale poter costruire una propaganda efficace, la famigerata invasione degli immigrati. In più – denuncia Elena Ferro – tenere le persone in una condizione di non legalizzazione, non per motivi gravi, ma, semplicemente, perché non si rilascia un titolo amministrativo cui avrebbero diritto, significa renderle disponibili allo sfruttamento. Una questione che riguarda anche Torino. Così facciamo entrare 500 mila persone all’anno, ma di queste solo tra il 10 e il 17% trova in Italia un datore e un contratto di lavoro: gli altri vivono nello sfruttamento. La Cgil è lì, ai presidi, per denunciare la situazione e per ricordare a tutti che sanare questa condizione permetterebbe a chi fa business di continuare a farlo in modo sempre più efficace. La nostra è una mobilitazione di interesse pubblico perché la legalità converrebbe a tutti”.
























