I Pro Vita sono tornati!
Il tribunale li aveva costretti a rimuovere centinaia di manifesti giudicati omofobi e sessisti, ma eccoli di nuovo a decorare i muri delle nostre città, come le lucine di Natale che nessuno ha voglia di togliere.
“Bella Bro, qua non possiamo dire di più”: no, non è un messaggio criptico tra amici al bar, ma una delle frasi che campeggiano su una serie di manifesti fucsia spuntati a inizio marzo in giro per l’Italia. Sotto, più piccolo (ma mica troppo nascosto), il logo di Pro Vita e il link eioparlo.it, che lancia una nuova campagna contro il fantomatico “ddl Zan del Codice della Strada”: ultima crociata del gruppo, fresca fresca di presentazione in Senato.
E qui arriva il colpo di scena, che poi tanto colpo di scena non è: dietro c’è il senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan. Sì, proprio lui, quello che nell’ottobre 2025 aveva proposto un emendamento al Codice della Strada per eliminare il divieto di pubblicità sessiste. Per capirci: slogan tipo “Degusta la passera” o “Montami a costo zero”, oggi vietati, sarebbero tornati a circolare come se niente fosse. Un ritorno al romanticismo, diciamo.
L’articolo “incriminato” è sempre lui: il 23, comma 4-bis del nuovo Codice della Strada, che vieta l’affissione su strade e veicoli di qualsiasi pubblicità con contenuti sessisti, violenti o discriminatori. Una roba che, a leggerla così, suona quasi come il minimo sindacale per una società civile. Ma evidentemente non tutti sono d’accordo.
Facciamo però un passo indietro: diverse sentenze hanno già condannato ben 12 campagne dell’associazione contro la comunità LGBTQ+, le famiglie arcobaleno e la libera scelta sull’aborto. Alcuni comuni, tra cui Roma, hanno anche inflitto multe piuttosto salate per messaggi offensivi e stereotipi di genere.
Ma per Pro Vita e il senatore Malan il problema è un altro: si sentono censurati. Parlano di “legge bavaglio”, tirano in ballo l’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di espressione e, già che c’erano hanno anche fatto un salto alla Corte europea dei diritti dell’uomo, per denunciare sindaci e giudici politicizzati che violano il loro diritto di dire che gli omosessuali che non sono persone normali.
Secondo loro, affermare che due padri non fanno una madre o paragonare una donna che abortisce a un’assassina sarebbe semplicemente dire “la verità”. Secondo altri cittadini — e, dettaglio non trascurabile, secondo la giustizia italiana — sono affermazioni che violano diritti umani piuttosto basilari. Piccole differenze di vedute, diciamo.
“Depende – cantava Jarabe de Palo – da che punto guardi il mondo, tutto dipende”.























