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L'iniziativa

rEsistiamo. Storia della Cgil, femminile singolare, e delle sue protagoniste, femminile plurale

Opera di Massimo Di Giovanni
Ilaria Romeo
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Oggi, 30 settembre, dalle ore 9 e 30 alle 13 in diretta sulla pagina Facebook di  Collettiva sarà possibile seguire i lavori del convegno organizzato dall'Area politiche di genere della Cgil nazionale, dall'Archivio storico della Cgil nazionale e dall'Archivio del Lavoro, analizzerà la storia della confederazione - dalle Commissioni femminili ai Coordinamenti donne - e delle sue protagoniste: Argentina Altobelli, Lina Fibbi, Adele Bei, Teresa Noce, Nella Marcellino, Donatella Turtura

La Confederazione generale del lavoro nasce al primo Congresso di Milano del 29 settembre - 1° ottobre 1906: 500 delegati, in rappresentanza di 700 leghe per un totale di 250 mila iscritti ne proclamano la costituzione.

Del Congresso costitutivo rimane alla storia una sola, famosissima, immagine fotografica ripresa alla Camera del lavoro di Milano dallo studio fotografico Italo Pacchioni.

I partecipanti ai lavori sono riuniti nella grande sala di via Crocifisso, oggi distrutta, sotto la scritta dal palco “Operai di tutto il mondo unitevi!”, ognuno con lo sguardo rivolto all’obiettivo del fotografo.

Tra le 200 persone presenti, nella foto si riconoscono tre figure femminili (Ines Oddone Bitelli di Gallarate, Ida Persano della Federazione arti tessili di Torino e - terza donna nell’immagine - Argentina Bonetti Altobelli, fondatrice della Federazione nazionale lavoratori della terra e membro del Consiglio direttivo della CGdL fin dalla fondazione).

Tre figure femminili. Poche, certo, ma particolarmente significative, testimonianza da un lato del ruolo delle donne nella fondazione dell’organizzazione sindacale dall’altro rappresentazione plastica della loro difficoltà di affermarsi, un aspetto ricorrente e a più riprese al centro del dibattito nel secolo successivo.

Rispetto alla partecipazione femminile ai movimenti e agli scioperi che precedono la Liberazione, la presenza delle donne nella ricostituita Cgil unitaria è estremamente esigua. Lo stesso Giuseppe Di Vittorio, al I Congresso Cgil dell’Italia liberata, tenutosi a Napoli nel gennaio 1945, dichiara “che un difetto essenziale dei nostri sindacati è l’assenza delle donne”. Per compensare questa assenza il Congresso del 1945 delibera l’istituzione di una Commissione femminile nazionale. La Commissione sarà formalizzata due anni dopo, al Congresso di Firenze del giugno 1947.

Il contesto politico nazionale, nel frattempo, cambia radicalmente, viene meno il patto che aveva sostenuto l’azione dei partiti antifascisti, i comunisti escono dal governo, sale la tensione internazionale. Nel Paese si acuiscono i conflitti sociali in un clima di contrapposizione politica sempre più acceso. Nelle campagne cresce la protesta contadina che si manifesta con un imponente movimento per l’occupazione delle terre incolte e con duri scioperi bracciantili. Molte sono le vittime, a partire da Giuditta Levato, uccisa il 28 novembre 1946 in Calabria, mentre Portella della Ginestra (1947) inaugura la stagione delle stragi. 

Nella prima metà degli anni Cinquanta le principali rivendicazioni delle donne sul terreno del lavoro sono l’attuazione del dettato costituzionale sulla parità salariale e la realizzazione di una tutela della maternità che garantisca non solo migliori condizioni di lavoro, ma anche una serie di servizi esterni di sostegno (asili nido, mense, ecc.). 

La legge sulla tutela delle lavoratrici madri, per la quale si era battuta Teresa Noce, verrà  approvata nel 1950. Il testo definitivo, pur se limitativo rispetto alla proposta Noce, rappresenta un importante risultato per le lavoratrici italiane, ma apre un altro fronte di rivendicazioni. Molte imprese, infatti, per aggirare la legge, impongono alle assunte la cosiddetta clausola di nubilato, che prevede il licenziamento in caso di matrimonio.

Sempre per iniziativa di Teresa Noce, nel maggio 1952 viene presentato alla Camera il progetto di legge per l’«Applicazione della parità di diritti e della parità di retribuzione per un pari lavoro», ma l’accordo sulla parità sarà raggiunto solo il 16 luglio 1960 relativamente ai soli settori industriali (le donne otterranno la parità salariale in agricoltura nel 1964). Nel 1958 era stata intanto approvata la legge sulla tutela del lavoro a domicilio, mentre sono del 1963 le leggi che vietano il licenziamento delle donne in caso di matrimonio e l’ammissione delle donne ai concorsi per entrare in magistratura.

Nei primi anni Sessanta il miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne spinge la Cgil a considerare esaurita l’esperienza delle Commissioni femminili. Il corollario organizzativo di questa nuova impostazione è l’istituzione di un Ufficio confederale di settore, non elettivo, affiancato da una Consulta centrale in cui figurano militanti di base e donne dirigenti delle diverse categorie. La Commissione femminile viene così sostituita da un Ufficio delle lavoratrici con compiti di coordinamento dell’attività delle sindacaliste.

Intanto il 1968 e l’Autunno caldo creano aspettative di emancipazione e conquiste anche nell’universo femminile: le confezioniste ottengono un buon contratto già all’inizio del 1968, mentre le ortofrutticole e le addette al commercio crescono di numero riuscendo nel 1973 a raggiungere un ottimo risultato contrattuale. 

A partire dai primi anni Settanta, tuttavia, si registra una battuta di arresto nel percorso verso l’emancipazione e la rappresentanza. Nel Comitato direttivo della neonata Federazione Cgil-Cisl-Uil non vi è neppure una donna. Scarsa rappresentanza le donne trovano anche nella successiva tornata elettorale del Congresso di Bari del 1973. Le donne elette nel Consiglio generale nel 1973 sono 12 (su 211 membri, pari al 5,68%); 2 nel Comitato direttivo (su 64 membri, pari al 3,1%). In un clima generale non favorevole viene però raggiunta l’importante conquista della legge sul lavoro a domicilio. La legge 877/1973 sostituisce la precedente legge 13 marzo 1958, n. 264.

Anche se il sindacato in questi anni le nomina di rado, e ancor meno le chiama negli organismi dirigenti, le donne ci sono e sono larga parte dei movimenti che crescono nel Paese. Lo testimoniano le numerose inchieste sulla condizione operaia, nelle quali, mentre si parla in modo generico di “lavoratori”, emergono molte voci femminili: sono le operaie della Lebole di Arezzo, le cotoniere del gruppo Cantoni, le lavoratrici della Dalmas di Bologna e della Apollon di Roma, che scendono in sciopero, molte per la prima volta, contro il cottimo, per l’abolizione della quarta categoria, per i diritti sindacali in fabbrica. 

Si impone intanto, a livello organizzativo, l’esperienza del Coordinamento donne della Flm. Il confronto con questa nuova realtà mette profondamente in discussione l’approccio della Cgil ai temi della condizione della donna e la sua capacità di dare alle donne una adeguata rappresentanza al suo interno. La Conferenza nazionale delle donne dell’aprile 1981 prende atto delle novità e sollecitazioni portate in tutta Italia dalla esperienza dei Coordinamenti donne della Flm, e pone l’esigenza di introdurre anche in Cgil una analoga forma di rappresentanza delle donne (il X Congresso confederale tenderà a confermare la linea intrapresa).

Oggi le donne in Cgil sono circa il 50% degli iscritti, più del 40% nei lavoratori attivi. 

Hanno circa la metà dei delegati nelle assemblee e nei comitati direttivi, sono alla guida di numerose Camere del lavoro e strutture regionali nonché di categorie nazionali e costituiscono il 50% dei membri della segreteria confederale (la percentuale di donne è gradualmente aumentata a partire dal 1986 sino a divenire paritaria nel 2002) e più del 40% del comitato direttivo confederale (con il 1996, anno del XIII congresso, la ‘Norma antidiscriminatoria’ ha assunto un carattere vincolante e soprattutto è stata introdotta senza alcuna riserva “stabilendo che nessuno dei due sessi può essere rappresentato al di sotto del 40% o al di sopra del 60%” - Statuto Cgil, articolo 6).

Certo, però, bisogna ammettere che all’inizio nei gruppi dirigenti del principale sindacato italiano c’erano solo maschi. Dalla sua fondazione nel 1906 dovranno trascorrere circa ottant’anni prima che una donna, Donatella Turtura, sia chiamata da Luciano Lama a far parte della segreteria confederale. Un salto di qualità che aveva però visto altre donne conquistare un primato nelle categorie: Teresa Noce, Lina Fibbi, Nella Marcellino.

Donne alle quali dobbiamo moltissimo e che oggi racconteremo nella cornice di una memoria forte di lotte e di protagonismi, che in genere si dà un po’ per scontata dentro una visione neutra dell’organizzazione, che privilegia i protagonisti, e anche le grandi personalità, ma maschili.

I lavori della mattinata saranno organizzati in tre momenti principali: una parte introduttiva con le relazioni di Eloisa Betti e Debora Migliucci, un panel biografico su Argentina Altobelli, Lina Fibbi, Adele Bei, Teresa Noce, Nella Marcellino e Donatella Tortura (relatrici Silvia Bianciardi, Graziella Falconi, Nadia Ciani, Anna Tonelli, Sandra Burchi, Maria Paola Del Rossi), la parte conclusiva con un focus su Coordinamenti e 150 ore di Anna Frisone e le conclusioni di Susanna Camusso.