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Pubblicato da Rizzoli a ridosso del centenario dalla nascita di Miriam Mafai, (Firenze, 2 febbraio 1926), E non scappare mai. Miriam Mafai, i segreti e le lotte nella tempesta della storia (pp. 272, euro 19) è un romanzo biografico scritto con cura e passione da Annalisa Cuzzocrea, firma tra le più riconoscibili nel panorama del giornalismo politico di oggi, già vicedirettrice de La Stampa dopo aver iniziato la sua carriera nella redazione di Repubblica, incrociando agli esordi proprio Miriam Mafai, tra le fondatrici del quotidiano.
Una preziosa scatola affidatale dalla figlia Sara Scalia ha dato origine a un racconto diverso, quasi intimo, di una tra le figure più significative della storia repubblicana e democratica italiana, per le tante battaglie portate avanti in politica e nella società civile da Miriam Mafai, sino all’ultimo dei suoi giorni (Roma, 9 aprile 2012).
Il libro racconta Miriam Mafai da un punto di osservazione quasi esclusivo, attraverso una documentazione inedita, la famosa scatola blu…
Ho lavorato tenendo la scatola in casa per anni, spulciando, decifrando, incastrando date, luoghi, persone, ricostruendo la storia di un’altra Miriam, meno pubblica, con un maggior vissuto personale. Una donna che ha rappresentato tantissimo per l’Italia, ma che è stata poco raccontata. Ho avuto il privilegio di guardare dentro i suoi ricordi, e in questo tempo mi mostrava la difficoltà della sua corsa dentro il Novecento, le battaglie personali e politiche. Quelle politiche sono state raccontate molto, quelle personali meno.
Cosa ha significato conoscere Miriam Mafai nella redazione di Repubblica, lei che ne è stata tra i fondatori?
Un po’ come la racconto nel libro, un incontro che spiega abbastanza la genesi di questo romanzo. Lei era la firma di punta della politica, e già quando ero a Repubblica tv, se ci serviva una persona intelligente da invitare in studio, dallo sguardo moderno e non passatista, non nostalgico, sul mondo, pensavamo quasi sempre a lei. Poi ci siamo conosciute meglio nei luoghi del sequestro Moro, un lavoro fatto insieme durato per giorni, dove abbiamo avuto modo di parlare di più. Si incuriosiva della mia vita, della mia professione, di come un’altra generazione di donne affrontava questo mestiere. Mi ha fatto capire che potevo avere tutto, mi diceva “della tua vita puoi farne quello che vuoi, puoi lavorare e avere figli”, contraddicendo quel senso di abnegazione totale per i giornali che spesso ti porta a lavorare fino a notte fonda, senza scelta, soprattutto se sei una donna. Ma lei ti ricordava che era stata in montagna a fare campagna elettorale, un modo per dire che si può fare tutto, e un altro modo di essere femminista, forse molto spicciolo ma concreto, perché “i diritti ce li hai, non rompere”, anche se rompere ogni tanto serve. Poi, anche grazie a lei, ho capito una cosa.
Cosa?
Che a volte le stesse difficoltà possono diventare una comfort zone, una ragione per fermarsi, perché è faticoso avere di più e allora ti nascondi, magari senza accorgertene. Miriam invece non si è fermata mai, e lo faceva per tutte. Un atteggiamento che ha sempre portato avanti, a partire dall’essere stata la prima cronista parlamentare donna dentro Montecitorio, senza mai aver smesso di fare delle battaglie femministe un dovere.
C’è un libro di Miriam Mafai, “Botteghe Oscure addio”, oltre a “Dimenticare Berlinguer”, che un po’ fa pensare come la storia del comunismo italiano sia finita proprio con la morte di Berlinguer. Le cose sono andate così?
Quando Miriam e Giancarlo Pajetta, il compagno della sua vita, si trovano quella folla davanti al funerale di Berlinguer, lei dice “qui finisce un mondo”. Pajetta aveva un’adesione totale verso il partito, e nei confronti di un segretario sulla carta poco visibile, piccolo, schivo, di poche parole, e invece tremendamente carismatico, un leader che incarnava il partito. Pajetta è stato anche un oppositore di Berlinguer, ma allo stesso tempo vedeva questa mimesi, questa adesione totale, e sentiva che ora sarebbe stata difficile, che senza di lui il Pci si sarebbe sgretolato.
Miriam Mafai, al partito, non ha certo fatto sconti.
No. Ha compiuto operazioni molto coraggiose, come la denuncia dei finanziamenti dall’Urss, un non detto, oltre a essere stata una delle prime a mettere in dubbio il comunismo sovietico, diverso dal sogno che era stato raccontato, ma diverso anche dalla pratica del Partito comunista italiano. Per tutto questo paga un prezzo, viene vista con diffidenza, ma lei non esita neanche nel criticare Togliatti. Vive la fine della storia ma abbraccia una nuova storia, senza essere mai nostalgica, e restando politicamente dentro, una coscienza critica che segue nel tempo tutte le trasformazioni del partito. Ma per Pajetta la fine del Pci, anche solo del nome, è una tragedia personale. Rispetto a Miriam era di un’altra generazione: quando si incontrano lui ha 35 anni, lei 18: una storia che dura tutta la vita, ma questo scarto generazionale determina una differenza tra loro.
Quale differenza?
Lui, il partigiano Nullo, ha vissuto sul suo corpo, sulla pelle della sua famiglia, cosa significhi essere comunista ai tempi del fascismo; e quello della Bolognina è un passaggio più difficile da affrontare rispetto a lei che invece guardava oltre, in tutto, dall’associazione “Madre Provetta” di Giovanna Melandri alla fecondazione artificiale, in anni in cui si cercava di capirne di più, anche i limiti, ma sempre da un punto di vista etico, mai religioso, con un’impressionante capacità di guardare al futuro. Miriam è stata libera prima di sapere di esserlo, prima che le donne fossero libere davvero, senza mai voltarsi indietro. Basti pensare alla polemica con Pier Paolo Pasolini sulle lucciole, al quale rispose che “quando c’erano le lucciole le donne andavano a lavare i panni al fiume. Preferisco la lavatrice”.
Rispetto alle tante battaglie portate avanti a che punto siamo oggi, a un secolo dalla sua nascita?
la storia di Miriam è uno specchio del presente, molti nodi della sua vita li abbiamo ancora qui. Siamo al punto che le donne prima di noi, le donne costituenti, partigiane, sembrano intellettuali libere rispetto a noi, che godiamo di tutti i diritti, mentre nella pratica c’è un lungo lavoro culturale ancora da fare. Basti pensare ai femminicidi, al tema dell’educazione sessuale nelle scuole, alla parità nel mondo del lavoro, secondo la logica della piramide invertita: a scuola le ragazze sono le più brave, anche perché sanno di partire con un deficit; poi, improvvisamente, nel mondo del lavoro le cose si rovesciano, dalle paghe minori a una carriera più difficile, più complicata. Non è questione di essere madri, è una questione culturale, ci viene chiesto di scegliere o di stare un po’ indietro. Un non risolto evidente, se oggi in Italia abbiamo partiti che chiedono questo, un ritorno al passato nel ruolo della donna: evidentemente c’è un ambiente che avrebbe voglia di cose di questo genere. Non lo dobbiamo consentire, anche nel nome di chi in questi anni ha lottato per noi.























