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Ci vorrebbero ragionevoli. Ragionevoli quando lo stipendio finisce prima del mese, quando una visita medica diventa una spesa da discutere in famiglia, quando il contratto scade e la vita deve aspettare il prossimo rinnovo. La ragionevolezza richiesta a chi lavora consiste quasi sempre nell’accettare qualcosa in meno. A chi possiede molto viene invece riconosciuto il diritto di pretendere ancora.
Il 17 ottobre andiamo in piazza a Roma anche per chiudere questa discussione truccata. La Cgil e oltre cento associazioni chiamano alla mobilitazione con la Via Maestra: lavoro, pace, ambiente, welfare, Costituzione. Sono le condizioni concrete per vivere da persone libere. E tenerle insieme è già una scelta politica, in un Paese nel quale ciascuno viene invitato ad arrangiarsi con il proprio problema.
Chi guadagna poco dovrebbe cercarsi un secondo impiego. Chi aspetta una visita dovrebbe pagarla. Chi non trova casa dovrebbe allontanarsi. Chi perde il lavoro dovrebbe reinventarsi, possibilmente senza disturbare. Una straordinaria organizzazione della società: le decisioni si prendono in alto, le conseguenze si risolvono individualmente in basso. E quando qualcuno prova a organizzarle, quelle conseguenze, a trasformarle in rivendicazione collettiva, arriva l’accusa di essere ideologico.
Vale la pena restituirla al mittente. È ideologica l’idea che un’impresa possa competere pagando male. È ideologica la pretesa di misurare l’efficienza di un ospedale ignorando chi resta fuori. È ideologica la convinzione che tassare una grande ricchezza sia un’aggressione, mentre consumare uno stipendio tra affitto, bollette e spesa rientri nel normale funzionamento delle cose. Questa ideologia governa benissimo quando riesce a farsi chiamare realtà.
La Via Maestra contesta proprio la distribuzione dei sacrifici e delle possibilità. Chiede aumenti di salari e pensioni, meno precarietà, contrasto al divario retributivo tra donne e uomini. Chiede che il fisco alleggerisca i redditi da lavoro e faccia contribuire di più rendite, extraprofitti e grandi patrimoni. La richiesta è perfino elementare: chi produce la ricchezza deve poterci vivere. Un lavoro che lascia poveri rappresenta il fallimento di una promessa fondamentale della Repubblica.
Anche sulla sanità e sulla scuola occorre uscire dalla contabilità della rassegnazione. L’appello indica obiettivi precisi: finanziamento della sanità pubblica al 7,5 per cento del pil, dell’istruzione al 5 per cento, assunzioni e riduzione delle liste d’attesa. Chiede alloggi pubblici e sociali per rispondere all’emergenza abitativa. Qui si misura la serietà della politica, nella possibilità di curarsi, studiare e abitare senza dover prima dimostrare di poterselo permettere. Ogni diritto subordinato al reddito divide le persone, qualunque sia il nome rassicurante assegnato alla riforma che lo ha impoverito.
Poi c’è la pace, trattata con crescente insofferenza come una parola ingenua. Quanto realismo, invece, nel preparare nuove guerre e presentare il conto alle generazioni che dovrebbero combatterle. Rivendicare diplomazia, cooperazione e disarmo significa assumersi una responsabilità verso il futuro. La stessa responsabilità che impone di affrontare la crisi climatica, trasformare le produzioni, creare occupazione di qualità. Per questo nell’alleanza la battaglia contro il riarmo incontra quella per la transizione ecologica e i servizi pubblici. Riguardano ciò che scegliamo di proteggere e ciò per cui decidiamo di spendere.
Tenere insieme queste battaglie significa anche respingere la comoda separazione tra questioni sociali e democrazia. Una persona ricattabile sul lavoro dispone di meno libertà. Una famiglia costretta a rinunciare alle cure dispone di meno possibilità. Un territorio privato dei servizi conta meno nelle decisioni. L’uguaglianza scritta nella Costituzione prende sostanza nelle condizioni materiali delle persone. Difenderla richiede conflitto, organizzazione, partecipazione. Richiede cittadini che possano intervenire, anche quando il loro intervento guasta la narrazione di chi governa.
Il 17 ottobre l’appuntamento è a Roma, alle 13.30 in piazza della Repubblica, con il corteo verso piazza del Popolo. Ci andiamo perché vogliamo decidere come vivere, come lavorare e quale futuro costruire. Perché la nostra Costituzione impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza, e qualcuno deve continuare a chiederne conto.






























