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Fabrizio Benvenuto deve conoscerle molto bene le ossessioni che porta sullo schermo, perché solo chi le ha attraversate può raccontarle con tanta chirurgica crudeltà (nel senso che Antonin Artaud dava a questa parola). "Il protagonista” è un film che, attraverso la parabola discendente di un giovane attore, porta sul tavolo della sala operatoria tutto il cinema italiano: un paziente in fin di vita, che ci ostiniamo a voler rianimare. Ma, forse, quando tutto è perduto bisogna staccare la spina e ricominciare da zero.
Una commedia nera sull’ossessione dell’attore
Pierluigi Gigante è il protagonista – per l’appunto – di una commedia nera sull’ossessione dell’attore. Giancarlo Mangiapane ha trent’anni e un unico sogno: diventare un grande attore. Ne è talmente perseguitato da “dimenticarsi” di vivere nella vita reale. Dimentica gli affetti, la quotidianità, dimentica se stesso, per immergersi totalmente nei personaggi che vuole interpretare.
La dannazione dei provini falliti
Ne deriva una spasmodica indagine in cui il metodo Strasberg è portato talmente all’esasperazione, da far perdere al giovane aspirante attore persino la coscienza – e la conoscenza – di sé. I ruoli importanti per Giancarlo non arrivano, fino a quando il suo agente – Adriano Giannini - gli comunica che avrà l’occasione della vita: il provino da protagonista per “Clochard”, biopic sulla vita di Gustavo Noradin, campione di tip-tap degli anni ’50 caduto in disgrazia a causa delle sue dipendenze.
Il funzionamento malato del cinema italiano
Quando scopre che anche il suo coinquilino – interpretato da Alessio Lapice - si sta preparando per lo stesso ruolo, nasce una rivalità che lo ossessiona, portando la storia a un epilogo inaspettato, non banale. Nessun happy ending per questa parabola discendente che squarcia un velo sul funzionamento malato del cinema italiano. Le recensioni del “Protagonista” si concentrano soprattutto sul tema della follia dell’artista e della crisi esistenziale che ne deriva, cogliendo così però solo l’aspetto poetico del film. Un’interpretazione romantica, che aderisce a schemi interpretativi vecchi e stereotipi culturali triti sul mestiere dell’attore.
La regola del successo
In questo primo lungometraggio di Fabrizio Benvenuto, invece, c’è molto di più: c’è una critica caustica ai percorsi formativi cui i giovani attori sono ancora oggi sottoposti nelle scuole di cinema “all’italiana”, in cui la regola del successo è tutta fondata sull’esteriorità, sul “mors tua vita mea”, sull’appartenenza ai circoletti dorati e alle famiglie di “cinematografari” da generazioni.
La retorica della gavetta infinita
Davanti all’obiettivo viene messa a nudo la retorica malsana della gavetta infinita, dell’attore morto di fame, del successo che alla fine arriverà a premiare solo chi è davvero talentuoso, dotato del fuoco sacro. E nel frattempo, però, vince chi ha più follower su ig, chi “influenza”, senza sapere bene cosa, chi declama ululando ma con aspetto “belloccio”. Il bianco e nero della pellicola sembra farsi metafora dell’interiorità confusa del protagonista e della sua ombra, che come un moderno Peter Pan non riesce ad afferrare.
Un bianco e nero metafora della crisi
Ma l’assenza di colore fa anche pensare ai toni grigi di un cinema ormai spento, incapace di scavare per portare sullo schermo storie autentiche. Un cinema che preferisce i numeri al botteghino, la semplicità rassicurante delle sceneggiature da prima serata Rai, scritte come se fossero una ricetta di “Fatto in casa per voi”: ingredienti semplici, che tutti possono capire, che chiunque sarebbe in grado di inserire in una trama.
Sognare la fama, fare la fame
Sognare di fare l’attore per un giovane, oggi, può diventare un incubo, come per Giancarlo Mangiapane. Perché più si è giovani, più si è schiacciati da un sistema che ti chiede di essere performante, visibile, vincente. Ti promette di afferrare la fama e il successo, ma non prima di aver fatto la fame, lavorato gratis, e poi accettato secondi e terzi lavori per pagare le bollette. Tuttavia, l’attico in centro e il lusso - soprattutto quello di scegliere i ruoli - alla fine non arrivano sempre, e non per tutti.
L’arte e il suo valore intrinseco
Dovremmo allora insegnare ai nostri ragazzi che farcela non vuol dire diventare famosi, bensì fare qualcosa che abbia valore, perché - come si dice nel film - “se c’è anche una sola persona che beneficia della tua arte, allora vuol dire che è la cosa giusta da fare”. Dopo alcune anteprime e il passaggio al Torino Film Festival, “Il protagonista” è uscito nelle sale il 21 maggio, pochi giorni dopo la cerimonia di premiazione dei David di Donatello.
I “protagonisti” dimenticati dai red carpet
L’ennesima, ripetitiva, fotografia di un cinema italiano stanco e sempre uguale a se stesso, incapace di schierarsi, di lanciare messaggi forti. L’ennesima sfilata di attori e attrici “arrivati”, ma troppo spesso incapaci di uscire dalla logica mondana del “mi si nota di più se vado, se non vado o sei boicotto”? Talmente concentrati sul dito che puntano, da dimenticarsi di pretendere la luna. E insieme a lei, più equità, rispetto e considerazione per tutti quei “protagonisti” che sul red carpet non riescono neanche ad arrivarci. Che faticano ogni singolo giorno per difendere la loro arte. Eppure continuano a essere chiamati “nessuno”.























