PHOTO
Stamattina è arrivata una circolare dal ministero dell’Istruzione per certificare quella del 20 gennaio come la “Giornata del rispetto” in memoria di Willy Monteiro, il ragazzo barbaramente ucciso dai fratelli Bianchi nel 2020. Nella nota ministeriale viene scritto che questa giornata “intende rappresentare l’occasione per ciascuna comunità scolastica di porre in essere attività di riflessione e approfondimento in ordine alla più ampia tematica del rispetto, anche al fine di prevenire e contrastare ogni forma di violenza psicologica e fisica connessa a fenomeni di bullismo e cyberbullismo”. Più avanti si ricorda come “una scuola costituzionale, che pone la persona al centro della propria azione educativa, è d’altro canto una scuola che educa al rispetto verso l’altro”.
Dopo quanto accaduto a La Spezia le parole del ministero sembrano giungere quasi di conseguenza, malgrado l’origine sia la legge 17 maggio 2024 n. 70, in materia di prevenzione e contrasto del bullismo e del cyberbullismo. Ma chi vive la scuola ogni giorno sa che la realtà corre a velocità ben superiori dei provvedimenti emanati in Viale Trastevere, e su certi temi la quotidianità da affrontare avrebbe bisogno non di una sola giornata, bensì di riflessioni ampie e durature. D’altronde ormai viviamo un mondo in cui quasi ogni giornata è dedicata a qualcuno o qualcosa, e questo sempre più spesso sortisce l’effetto opposto rispetto alle intenzioni: una celebrazione di 24 ore che mette tutti con la coscienza a posto, salvo dimenticarsene per il resto dell’anno.
In classe di rispetto si dovrebbe parlare tutte le mattine; soprattutto, bisogna praticarlo a cominciare da noi docenti, in particolare nei confronti di studenti e studentesse. Il buon esempio è tutto, o quasi, mentre pensare di arginare la violenza di un omicidio tra ragazzi posizionando un metal detector all’ingresso degli istituti può ammortizzare le reazioni del momento, senza però intaccare la radice del problema.
Un problema che ha molte cause, a partire da un rapporto con le famiglie in molte circostanze complicato, se non distorto, al momento di affrontare alcuni temi tra cui quelli sessuo-affettivi, se ancora si può usare questa definizione senza automaticamente essere accusati di strizzare l’occhio alla cultura woke. Perché al netto delle polemiche sull’introduzione di una materia più o meno specifica, in aula la mattina capita di frequente che siano alunni e alunne a introdurre l’argomento, magari avvicinandosi alla cattedra per non farsi sentire dagli altri, alla ricerca di un consiglio, di un suggerimento. Di un aiuto.
Se poi la foto di una ragazza inopinatamente pubblicata sui social genera di riflesso la resa dei conti dipende ormai anche dall’utilizzo dei social stessi, dai messaggi di possesso-maschio sulla donna-oggetto che proliferano in rete, messaggi non solo unidirezionali perché purtroppo anche le ragazze talvolta si prestano all’oliato meccanismo, replicando modelli femminili che modelli non dovrebbero essere.
A chi preme evidenziare le origini marocchine ed egiziane della vittima e del carnefice di La Spezia, come insegnanti abbiamo il dovere di rispondere, oltre al coinvolgimento in situazioni simili anche di “italiani-italiani”, che di Zouhair e Abanoud sono pieni i registri di classe delle nostre scuole; e l’orizzonte, presente e futuro, può essere soltanto quello di una cultura comune basata per l’appunto sulla cultura del rispetto, concetto ribadito giustamente dal ministero dell’istruzione, sempre meno pubblica, laddove ci richiama ai principi costituzionali: si potrebbe partire dall’articolo 3, aggiungiamo, sempre utile da ripassare tutti insieme, tentando di applicarlo più e meglio.
Coloro che puntano il dito su origini e provenienze probabilmente hanno la memoria corta, se non selettiva, dimenticando che le lame di un coltello nei corridoi delle scuole spuntano dalla notte dei tempi, ben prima della temuta mescolanza etnica. Di solito a portarle erano quelli che avevano bisogno di farsi riconoscere, in ogni senso; quelli che arrivavano da luoghi marginali, emarginati, e cercavano di rendersi visibili con la forza, con la legge del più forte, seguendo un insegnamento proveniente dalla strada, o direttamente da casa.
Per cambiare il corso degli eventi, per fare in modo che di tali tragedie ne accadano sempre meno, le nuove generazioni hanno bisogno di adulti diversi. I primi a cambiare dobbiamo essere noi.






















