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Con un paio di interviste apparse tra la fine di luglio (Corriere della Sera) e i primi di agosto (La Verità), il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara annuncia l’intenzione di rendere operativo un provvedimento, da certificare con imminente (?) circolare, riguardante il numero degli studenti stranieri all’interno delle classi italiane, secondo lui da stabilire non oltre il 30%. Una decisione che sembra ripercorrere quanto già cercò di fare Mariastella Gelmini con una direttiva del 2010, rimasta inevitabilmente carta straccia per oltre quindici anni.
Tra le dichiarazioni che più fanno rabbrividire, almeno chi ogni mattina lavora nella scuola cercando di non lasciare indietro nessuno, quella in cui Valditara afferma che “quando il numero di immigrati è elevato non ci sono buoni risultati scolastici”; affermazione che, solo questa, contiene due inesattezze. La prima: chi sarebbero gli immigrati? Bisogna mettersi d’accordo su questo punto, perché nelle nostre aule, a parte una bassa percentuale, gli studenti e le studentesse che il ministro bolla come “immigrati” sono nati in Italia.
Tutto da verificare poi se è a causa della loro presenza che effettivamente non arrivino “buoni risultati scolastici”. Individuare la responsabilità di questo esito didattico in quei tre-quattro alunni che in una classe di venti non sanno ancora parlare o comprendere l’italiano, dunque per questo “colpevoli” di rallentare la didattica dell’intero gruppo, vuol dire arrendersi alle tante difficoltà che ogni giorno, ogni ora, possono presentarsi dentro un’aula scolastica. Suggerendo, senza presunzione, qualche soluzione alternativa, basterebbe avviare in queste scuole un valido percorso di L2, lezioni di italiano per studenti “stranieri”, in ore calibrate al programma da portare avanti con il resto della classe. Altra proposta la peer-education, alunni che insegnano la lingua ad altri alunni in un contesto laboratoriale, da attivare tra chi è nato in Italia da genitori stranieri, e quindi parla italiano, e chi è arrivato da poco, magari con simili origini e provenienze culturali. Un esperimento che funziona quasi sempre, statistiche personali alla mano.
Se si considerano iniziative del genere troppo sperimentali, o eccessivamente “inclusive”, tendenti a ledere il diritto allo studio di un alunno italiano-italiano, di quelli con il sangue docg, nella circolare in preparazione il ministro dovrà anche spiegarci cosa intenda quando afferma che bisognerà distribuire gli studenti stranieri “nelle varie classi e nelle scuole di vicinato”, chiedendo allo stesso tempo l’attuazione di “politiche residenziali da parte degli enti locali che contrastino il formarsi di quartieri ghetto”, perché “è ovvio infatti che non possiamo mandare uno studente a studiare a diversi chilometri di distanza”. Situazioni logistiche che appare un po’ arduo sistemare da qui alla metà di settembre.
Perché l’inizio del nuovo anno scolastico è alle porte e, tanto per cambiare, tanta sembra essere la confusione sotto al cielo, mentre la realtà quotidiana racconta ben altre urgenze, come la continuità didattica da garantire attraverso chiari e giusti meccanismi di reclutamento (dal caos supplenti ai vincitori di concorso che attendono una cattedra da un paio d’anni, se non più), o la manutenzione di istituti scolastici che, specialmente al Sud, non superano i requisiti minimi di sicurezza.
Ragionando su dati certi, crediamo il ministro sappia che nell’ultimo anno scolastico gli studenti con cittadinanza non italiana sono divenuti quasi un milione (911.578), un incremento del 10% rispetto a soli cinque anni fa. Numeri con i quali si fanno i conti non ghettizzandone una percentuale (sarebbe curioso sapere con quali criteri di selezione), ma organizzando una politica scolastica adeguata, che guardi alla lingua italiana e all’educazione civica quali materie attraverso cui costruire nuovi e veri cittadini, nel solco di una proposta “Ius Scholae” disegnata da una parte della stessa maggioranza di governo a cui appartiene il ministro Valditara: il quale, a esser sinceri, sembra interessarsi più alla campagna elettorale delle prossime politiche, che ai problemi concreti della nostra scuola.






















