Il punto di ingresso ce lo offre un film, Il Rosa Nudo di Giovanni Coda, che è stato proiettato lo scorso 9 maggio nella sede della Cgil Nazionale in Corso d’Italia. Ma la riflessione si estende e diventa molto più ampia. Il titolo del regista sardo, girato nel 2013, racconta la storia di Pierre Seel: un giovane alsaziano che nel 1939 denuncia al commissariato il furto di un orologio, avvenuto in un parco noto come ritrovo gay.

Così, a sedici anni, viene schedato nei registri degli omosessuali tenuti dall’autorità: a seguito dell’invasione tedesca della Francia verrà convocato dalla Gestapo, arrestato e torturato. Il 13 maggio 1941 è la data della sua deportazione nel campo di concentramento di Schirmeck. Sopravvissuto all’Olocausto non ne parlò con nessuno, si sposò ed ebbe tre figli. Sino alla sua autobiografia, nel 1982, a cui il film è liberamente ispirato: una storia che squarcia il velo sulle deportazioni naziste degli omosessuali, ancora poco conosciute o dimenticate, una tragedia dentro la tragedia della Storia.

Ed anche, naturalmente, un esempio virtuoso di cinema LGBTQIA+. Tutti quei film, storicamente, che raccontano personaggi non eterosessuali, nel complesso percorso che porta alla scoperta di sé e nella battaglia per i diritti, primo fra tutti quello di essere accettati dal mondo intorno, cioè il macro-diritto che contiene tutti gli altri (rispetto, amore, felicità). La storia del cinema LGBTQ è una vera e propria storia parallela, che come tale viene raccontata e studiata e si affianca alla parabola tradizionale, quella inaugurata dai fratelli Lumière con l’uscita dalle Officine di Lione nel 1895.

Come tutte le grandi narrazioni, anche questa ha i suoi antesignani e pionieri: lo fu Ed Wood con Glen or Glenda (1953), in cui lui stesso interpretava un uomo che si vestiva da donna, come usava fare nella vita, nel primo esempio di crossdressing della settima arte. Alla faccia del “peggior regista del mondo”, come fu sciaguratamente ribattezzato.

Leggi anche

Culture

“Una spiegazione per tutto”, l’odio sociale nell’Ungheria di Orbàn

Il film di Gàbor Reisz in sala dal 1° maggio. Un esame di maturità scatena lo scontro tra conservatori e progressisti, rappresentando la regressione autoritaria. Ne sa qualcosa Ilaria Salis

“Una spiegazione per tutto”, l’odio sociale nell’Ungheria di Orbàn
“Una spiegazione per tutto”, l’odio sociale nell’Ungheria di Orbàn

Nel corso del tempo, poi, a cavallo dei decenni il movimento cinematografico si è rafforzato, ha acquistato consapevolezza e spessore, sino a diventare imprescindibile. Capace di rinnovarsi da solo a intervalli irregolari, come accadde all’inizio degli anni Novanta con il Nuovo Cinema Queer, che rovesciava l’insulto omofobo “queer” (in inglese come frocio, checca) ribaltandone il significato, vantandosi di essere queer, ossia strano, bizzarro… Un nome per tutti? Il vate è Bruce LaBruce, grande indipendente americano che proveniva dal porno gay e fu in grado di sdoganare per un vasto pubblico alcuni temi davvero tabù: guardate il suo film del 2013, Gerontophilia, storia d’amore tra un ragazzo di 18 anni e un maturo signore di 81. Più queer di così…

Oggi in Italia ci sono varie manifestazioni interamente dedicate al tema: cito a titolo di esempio il Lovers Film Festival di Torino, il più antico festival italiano sui temi LGBTQI+ (lesbici, gay, bisessuali, trans, queer e intersessuali), giunto addirittura all’edizione numero 39, che ogni anno porta sotto la Mole i maggiori registi attori del filone. E si moltiplicano gli studi, le tesi di laurea, i libri sia monografici sui singoli registi sia sul cinema queer in generale. Nella contemporaneità cinematografica ognuno ha il suo film del cuore: che sia Weekend, Moonlight o Chiamami col tuo nome, il “gay movie” pervade il nostro immaginario.

L’importanza storica dunque è appurata. La ricaduta nel presente anche. Proprio negli ultimi anni, in modo ancora residuale, si inizia a notare nella produzione commerciale un timido segnale di cambiamento: a volte il personaggio gay, lesbico o trans non viene più introdotto dal solito noioso preambolo per preparare lo spettatore generalista, ma diviene un personaggio a tutto tondo, un carattere finemente scritto che non si limita alla sua identità sessuale. Insomma una persona.

Cosa intendo? Basta vedere la serie Netflix del momento, Baby Reindeer, e soffermarsi sul personaggio della donna trans Teri, interpretata dall’attrice trans Nava Mau. Il protagonista si innamora perdutamente di lei. La ragazza non è “solo una trans”, anzi ciò non viene sottolineato né spiegato, dall’inizio è così punto e basta, quindi ci arriva come una figura profonda e stratificata, scritta e caratterizzata nel dettaglio. Colta dopo aver già concluso la transizione, Teri ha raggiunto con fatica – e dolore – la propria dimensione e risulta la più equilibrata, misurata e “giusta” tra le pedine sul tavolo. Ma è solo una storia, diranno alcuni. Certo, ma la forma narrativa è sempre specchio della forma mentale del tempo che la produce. Allora, forse, il passo futuro nel cinema LGBTQIA+ può essere superare ogni etichetta e far vivere i suoi personaggi naturalmente dentro i tessuti narrativi.