Wilma Labate è una delle registe più preziose del nostro cinema. Il suo primo lungometraggio risale a quasi trent'anni fa (Ambrogio, 1992), poi nell'arco di tre decenni ha attraversato i temi più importanti e scomodi del Paese: dal lavoro alla guerra, dai rapporti umani alla "orfanite", come la chiama lei. Mentre sta lavorando al suo prossimo film ha accettato di dialogare con Collettiva, parlando un po' di tutto: il cinema, il lavoro, l'attualità e il mondo intorno, sullo sfondo di questo tempo incerto. Partendo dall'inizio, ovvero dall'origine della sua occupazione. Come hai iniziato a fare la regista?

È stata una cosa naturale, lo sentivo dentro di me fin da giovanissima. Sono stata un'adolescente del '68. In quegli anni si andava al cinema tutti i giorni: la cosa più bella è che ci si andava anche da soli. La stragrande maggioranza delle volte uscivo di casa senza la compagnia di nessuno, ma nelle sale in cui andavo ero sicura di incontrare persone che conoscevo. Allora il cinema costava poco, era meno formale, potevi entrare a spettacolo iniziato e vedere lo stesso film anche due o tre volte. Poi, con le persone che avevo incontrato sul posto, uscivamo ed entravamo in un altro cinema, sempre con lo stesso gruppo.

In quello spirito da nouvelle vague italiana, qual è stata la tua scintilla?

Frequentavo l'università, mi chiamarono per eseguire una ricerca linguistica in preparazione di un documentario. Prima andavo in biblioteca, poi arrivavo in redazione e portavo i libri. C'era un'atmosfera molto affascinante: litigi, confusione, sigarette. Un giorno mi chiamarono alle 6 del mattino al telefono fisso: la ricerca è andata bene, mi dissero, ti portiamo con noi a fare le riprese. Proprio in quella giornata c'era una gita dei pazienti psichiatrici di un padiglione dell'ospedale Santa Maria della Pietà, che uscivano per la prima volta dopo 25 anni. All'epoca, mentre Basaglia pensava alla sua legge, i matti erano ancora matti: non si vedevano in giro, venivano nascosti, facevano paura. Io sul pullman mi occupavo di loro sentendomi emozionata e inadeguata. A un certo punto siamo arrivati su una spiaggia di Fiumicino. Fu una scena incredibile: i "matti" vedono il mare per la prima volta e molti di loro si tuffano in acqua. In quel momento ho deciso: non avrei fatto nient'altro che cinema.

Come è andata all'inizio?

Facevo l'assistente, portavo il caffè al regista e all'attore. E altri lavoretti sul set. Poi ho iniziato a girare i primi documentari, molti anni dopo sono arrivati i film. L'ho fatto da donna: tutti mi guardavano con estremo sospetto e grande sfiducia, convinti che lavorassero con me per darmi una mano. È stato molto difficile abbattere i muri, sono riuscita a fare un primo piccolo film, poi un secondo che ha avuto successo. Sono sempre andata avanti faticosamente. Sempre stata pagata meno degli uomini. Oggi per le donne che fanno cinema c'è ancora un percorso in salita, ma forse rispetto a noi le ragazze hanno vita più facile.

In quel periodo mi chiamavano alcuni produttori. Quando proponevo un film sui lavoratori, però, mi stringevano la mano e mi salutavano. Ho combattuto contro una sorta di senso comune. Mi chiedevano: perché vuoi raccontare gli operai che non esistono più? Ma questo ovviamente non è vero. Signorina Effe è stato un film per cui ho fatto alcuni compromessi, ma alla fine sono riuscita a portarlo a casa. Volevo raccontare gli operai partendo da una considerazione: la fabbrica e gli uomini che ci lavorano è stata vista pochissimo sullo schermo, a parte Elio Petri, mentre io volevo parlare proprio dell'uomo a confronto con i mezzi di produzione. Ho cercato di capire quale fosse il periodo migliore da raccontare: e secondo me il momento più importante e alto del movimento operaio è stato proprio il 1980. È l'inizio della fine del fordismo. Un periodo molto scomodo di cui si parla poco, l'istante in cui sono cambiati i rapporti di forza dentro la fabbrica. È un argomento bollente su cui c'è stata una rimozione. Per questo era necessario metterlo in scena: il film ha ricevuto molte critiche, alcune troppo crudeli, forse anche perché è stato girato da una donna.

So che per una regista i film sono come figli, sono tutti sullo stesso piano, o quasi. Ma provo a chiederti qual è il titolo a cui sei più legata...

Dovendo scegliere sono molto legata a Domenica (2001). Il film racconta la parabola di una ragazzina orfana. Tra l'altro a un certo punto vediamo la ragazza che lavora, perché il lavoro ce lo infilo sempre: è qualcosa di cui non mi rendo neanche conto, vado a correggere tre sequenze e scopro che c'è dentro del lavoro. Domenica è un film che riguarda il mio passato, perché inscena l'idea  di "orfanite", un termine sbagliato che è più pesante dell'orfanitudine, ma è una parola che io uso perché trasmette un concetto più forte dell'essere orfano. Attenzione, non si tratta necessariamente di perdere i genitori: tutti noi nella vita almeno una volta ci siamo sentiti orfani, per qualche momento abbiamo conosciuto quel senso di profonda solitudine.

La situazione attuale è molto negativa. Non si possono vedere film solo sulle piattaforme: sono un palliativo, l'atmosfera è totalmente diversa. A casa non c'è il pubblico, non c'è buio né silenzio. Ma ciò che manca è soprattutto la dimensione collettiva: la sala palpita perché stai insieme agli altri. Io però sono ottimista. Escludo che la sala possa morire. Oggi abbiamo negli occhi moltissime piattaforme, alcune serie sono puro cinema, ma lo scenario è troppo pasticciato. Mi pare impossibile un futuro senza recarsi nella sala di un cinema o un teatro. Tra l'altro in questo momento in Italia si stanno girando moltissimi film, forse per esorcizzare il lutto della chiusura. Noi registe e registi ci armiamo di grande speranza in attesa che le sale riaprano. Il cinema in sala non può finire per definizione, se finisce la sala finisce anche il cinema.

Com'è girare un film con questo maledetto virus?

Girare con il Covid è un delirio, un rischio per la salute. Mettere in piedi un film oggi implica una costruzione immensa, con tantissimi problemi nuovi: per esempio non puoi "rubare" scene perché tutti hanno la mascherina, diventa immensamente più complicato. Ed è molto costoso: servono più comparse, ognuno deve rispettare regole ferree. C'è il distanziamento, la mascherina, i tamponi frequenti per chiunque transiti sul set. C'è perfino un nuovo ruolo: il Covid manager. Sta con noi e controlla che tutti rispettino le norme, per esempio se mi avvicino troppo al direttore della fotografia per decidere una luce lui me lo fa notare. Ed è giusto così. Devo dire dalla mia esperienza che sul set si lavora in sicurezza: le regole sono molto serie e vengono rispettate, anche grazie al sindacato.

Forse coloro che girano, almeno gli attori e i capi squadra, potrebbero essere vaccinati a prescindere dall'età. Soprattutto gli attori che girando non indossano la mascherina.

Ti posso chiedere che film stai facendo?

No!

Allora ti chiedo qual è il tuo film preferito.

Difficile. Negli occhi ho sempre le immagini di un vecchio film, Mouchette di Robert Bresson. Non posso dire che sia il mio preferito, ma forse è quello che mi ha più influenzato: mi ha fatto prendere coscienza dell'"orfanite". Poi ai giovani consiglio di guardare tutto Orson Welles: ma non sul computer, per favore, quel faccione che esplode nel cuore devi vederlo su uno schermo di almeno 60 metri. Altrimenti non lo capisci.

(Nelle foto i film di Wilma Labate: rispettivamente Signorina Effe, Domenica e Arrivederci Saigon. Qui sopra Mouchette di Robert Bresson)