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Il labirinto dello streaming

Film sul lavoro. Una mappa parziale

Emanuele Di Nicola
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Nell'impossibilità di vedere tutto, per orientarsi ecco alcuni titoli disponibili sulle piattaforme che trattano l'occupazione, i diritti, il sociale

Le piattaforme di cinema in streaming sono attualmente un labirinto. "Ma veramente c'era anche questo?", è la domanda ricorrente del fruitore medio che cerca di districarsi ma, tra migliaia e migliaia di titoli, inevitabilmente perderà qualcosa. C'è il rischio del consumo compulsivo, dice Matteo Berardini in un dialogo con noi, e c'è naturalmente la possibilità opposta: scoprire o riscoprire, vedere o rivedere titoli che non conosciamo o che abbiamo dimenticato. Tra cui il cinema sul lavoro, i diritti, il sociale. Senza avere una pretesa (impossibile) di totalità, ecco una mappa personale e parziale di alcuni titoli che toccano proprio questi temi.

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Iniziamo da RaiPlay, ovvero il servizio pubblico. Il canale in streaming a iscrizione gratuita propone molti film passati nelle tre reti, soprattutto dopo la messa in onda, alcuni in pianta stabile e altri disponibili per pochi giorni. C'è molto cinema italiano e di ispirazione sociale. Come Sole cuore amore di Daniele Vicari, il racconto di una madre lavoratrice che si alza di notte, si reca a lavoro, affronta condizioni sempre più dure fino allo sfinimento. Una ricognizione importante sul lavoro delle donne oggi nel suo lato più tragico e inaccettabile. Si può vedere Fiore di Claudio Giovannesi, storia d'amore tra due giovani dietro le sbarre, che si fa discorso sentimentale ma anche scandaglio sulla realtà carceraria. Il canale dedicato a Fuori Orario, il programma di Enrico Ghezzi, sarebbe da citare integralmente: qui si possono rivedere capolavori del calibro di Vitalina Vareda di Pedro Costa, il più grande cineasta portoghese, o Le livre d'image, l'ultimo (e prima inedito) film di Jean-Luc Godard che ha appena compiuto novant'anni. Anche il primo film sull'Italia in lockdown è stato distribuito qui direttamente in streaming: Fuori era primavera, un lavoro collettivo firmato Gabriele Salvatores.

Su Prime Video è arrivato Ken Loach. Il maggiore cineasta vivente sul tema del lavoro si può rivedere nei suoi film principali: da quelli degli ultimi anni, come Io, Daniel Blake o La parte degli angeli, fino alle opere degli scorsi decenni, per esempio l'imprescindibile Paul, Mick e gli altri che lanciò un duro atto d'accusa contro la privatizzazione delle ferrovie britanniche voluta da Margaret Thatcher. Ma, andando ancora indietro, si trovano chicche sconosciute e appartenenti alla prima parte della filmografia di Loach: per esempio Fatherland del 1986, la storia del cantautore Klauss Drittemann che fugge dalla Germania Est all'Ovest, per scoprire sulla sua pelle che il capitalismo non è poi tanto meglio del regime socialista...

Mubi è la piattaforma del cinema d'autore. In ascesa nella comunità dei cinefili, soprattutto durante il lockdown, questa è dedicata ai film passati nei festival e mai usciti in Italia. È in grado di dedicare retrospettive complete online a grandi autori della Storia, come Truffaut e Rivette. Mubi è attraversata trasversalmente dal problema del lavoro: per esempio nel bellissimo Bird Island di Maya Kosa e Sérgio da Costa, che racconta un mestiere particolare, una colonia in cui si curano gli uccelli feriti per poi rimetterli in volo. E il nodo dell'occupazione è al centro dell'opera del regista algerino Rabah Ameur-Zaïmeche, purtroppo sconosciuto da noi, di cui si possono vedere molti film: meritano tutti, tra cui l'ultimo Terminal Sud, ma impossibile non segnalare Dernier Maquis (2008), interamente girato in un cantiere popolato da operai franco-algerini.

E Netflix? La più diffusa e commerciale delle piattaforme - non detto in senso negativo - offre alcuni titoli importanti usciti in sala insieme agli inediti, il caso più clamoroso è Mank di Fincher. Anche qui, però, a ben vedere si trovano lenti puntate sul reale, sulla società con i suoi lati oscuri: uno per tutti il documentario The Social Dilemma di Jeff Orlowski, che è stato un piccolo fenomeno. Soprattutto perché il regista interpella gli esperti della Silicon Valley, che si raccontano e mettono in guardia lo spettatore sull'influenza pericolosa esercitata dagli strumenti che loro stessi hanno creato: i social network.