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Occupare, sgomberare, piangere

Roma 2008, lo sgombero della ex Miralanza. Una scala portava a un ballatoio. Una famiglia con dei bambini. Venivano da un paese dell'est Europa. Il lavoro precario dell'uomo non bastava per un affitto. La moglie lo raccontò piangendo

Occupare, sgomberare. La questione abitativa a Roma – una piaga sociale per la quale nessuna amministrazione comunale ha mai programmato una cura – è rimasta il più delle volte intrappolata tra questi due poli, tra un fare per disperazione e un disperante disfare.

Arriva un messaggio la sera prima, per un vago appuntamento, protetto il più possibile fino all’ultimo, quando si tratta di un’occupazione; circola una notizia, certa e definitiva, quando entra in azione la polizia. Chi deve testimoniare arriva prima che le tenaglie taglino una catena, che le famiglie irrompano in uno stabile abbandonato da anni, oppure in tempo per vedere le ruspe tirar giù dimore fragili e i netturbini portare via materassi e altri effetti personali come se fosse solo spazzatura.

Lo sgombero della ex Miralanza, il 4 gennaio del 2008, è stato uno dei tanti e quello stesso luogo è stato poi occupato di nuovo e sgomberato ancora negli anni seguenti.

Era un’occupazione rifugio, in una struttura fatiscente, un abitare provvisorio e malsano. Ma procedendo all’interno, superati gli insediamenti tirati via senza troppo sforzo, i muri sbrecciati, le auto abbandonate da un tempo indefinito, l’erba incolta, voltato un angolo, in fondo, c’era una casa.

Una scala portava a un ballatoio, c’erano delle piante, si intravedevano delle tende. Ci abitava una famiglia con dei bambini: venivano da un paese dell’est Europa e il lavoro precario dell’uomo non era sufficiente per pagare regolarmente un affitto a Roma.

Lo raccontava la donna nella foto, piangendo.


Usciti da quella sorta di cavità nella città, lasciandosi alle spalle i resti delle baracche, i detriti, i capannoni con il tetto crollato, si passa davanti a un teatro sorto in un’altra ex struttura industriale: nel cortile, dipinta su un serbatoio, la faccia di Pasolini - grande e pensosa – sembra guardare un punto lontano.