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Buona memoria

Enrico, il comunista più amato

Ilaria Romeo
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Oggi Enrico Berlinguer avrebbe compiuto 98 anni se un ictus non se lo fosse portato via dopo un comizio a Padova. La storia del leader comunista è iniziata a Sassari nel 1922 ma non si è mai conclusa, neppure con la morte. Ancora oggi Berlinguer è un'icona a cui guardare con nostalgia e affetto.

Enrico Berlinguer nasce a Sassari il 25 maggio 1922. Suo fratello Giovanni racconterà che Enrico da adolescente coltivava la passione per i libri di filosofia, affermazione confermata da lui stesso in un’intervista del 1980: “Se mi chiede che cosa volevo fare da ragazzo e cioè prima di darmi alla politica, le rispondo il filosofo”. Nell’ottobre del 1943 appena maggiorenne Berlinguer si iscrive al Partito comunista italiano, diventando segretario della sezione giovanile di Sassari. Nel 1945, dopo la Liberazione, è a Milano come responsabile della Commissione giovanile centrale del Pci.

Tre anni più tardi, al VI congresso del partito, viene eletto membro effettivo del Comitato centrale e membro candidato della direzione (con il IX congresso, svoltosi a Roma tra il 30 gennaio e il 4 febbraio 1960, farà il suo ingresso a pieno titolo in direzione assumendo l’incarico dell’organizzazione). Al X Congresso, tenutosi anch'esso a Roma tra il 2 e l’8 dicembre 1962, compirà un altro passo in avanti nella dirigenza: riconfermato in direzione, diventerà anche membro della segreteria e responsabile dell’ufficio di segreteria. Al successivo congresso nazionale della Federazione giovanile comunista, ne è eletto segretario generale (manterrà la carica fino al 1956); assume inoltre la presidenza della Federazione mondiale della gioventù democratica che ricoprirà fino al 1952. Segretario regionale del Pci del Lazio dal 1966 al 1969, entra in Parlamento per la prima volta nel 1968 e al XIII Congresso nazionale del Pci, che si tiene a Milano nel marzo del 1972, viene eletto segretario nazionale, ruolo in cui promuoverà tra l’altro il cosiddetto compromesso storico e la ricerca di una “terza via” al socialismo. Il 7 giugno 1984 dopo un comizio elettorale a Padova viene colto da un malore. Morirà l’11 giugno, dopo quattro giorni di coma, a 62 anni.

“Quando mi dissero che era morto, scoppiai in un pianto convulso. Mi tornò in mente la nostra vita insieme: quando arrivavo a casa sua a portargli i giornali alle sette e mezza e lui mi apriva in pigiama; la volta che in treno ci accorgemmo che aveva una scarpa diversa dall’altra; quando lo vidi seduto per terra nel salotto tra un mucchio di libri (“ma che ci fai lì?”; “sta' zitto, ho nascosto 50 mila lire dentro un romanzo e non ricordo quale”); la volta che si mise a giocare a pallone sul piazzale della Farnesina con il figlio Marco e i suoi amici, si fermò una Fiat 130, si abbassò il finestrino: era Moro, che rimase incuriosito a guardare Berlinguer battere un calcio d’angolo”, così qualche anno fa raccontava Alberto Menichelli, autista storico del segretario, guardia del corpo ed amico. Perché in fondo Enrico era questo: rigore e umanità, compostezza ed empatia. “Era tormentato, si poneva delle domande, ma non era affatto un uomo triste” - racconta la figlia Bianca - Era per certi versi giocoso, con noi figli era estroso, ci faceva fare cose stravaganti che ci divertivano molto”.

Un uomo diventato icona al quale ancora - forse soprattutto - oggi si guarda con affetto, con nostalgia. “Una persona perbene” lo definisce chiunque lo abbia conosciuto. “Enrico Berlinguer parlava poco, ma è stato uno dei pochi politici che abbia mai conosciuto che manteneva le promesse. Una piccola cosa, ma che in politica è grande come una montagna”, diceva di lui Enzo Biagi. “Berlinguer era un uomo che sosteneva con forza l’idea dell’etica nella politica - ricordava pochi giorni dopo la sua morte Luciano Lama - Ci credeva davvero. Ci sono quelli che non vogliono proprio sentire parlare di etica, anzi stabiliscono due categorie diverse: uno è il campo della morale, l’altro il campo della politica. Quindi politica come carriera, come successo, come potere, forse anche come corruzione. Poi la morale. Bene: questa scissione lui proprio non l’accettava, era il rovescio esatto della concezione che aveva dell’integrità. Certo, capita spesso che chi ha questa concezione della vita politica viene definito integralista, moralista. Lo è veramente se pretende di fare agli altri la lezione che magari non applica alla propria persona. Del resto il rispetto è sincero anche da parte dei ladri. Non è vero che i ladri disprezzano gli onesti, non è vero che i corrotti disprezzano gli integerrimi. Alla base di questo sentimento di solidarietà, di dolore sincero, c’è un sentimento profondo che riguarda un uomo che aveva una diversità: quella di essere pulito, quella di mettere gli interessi personali al di sotto di quello che lui considerava il bene del Paese”.

Un Paese che il giorno dei funerali scende in piazza compatto e commosso per dire addio non a Berlinguer ma ad Enrico. Il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, farà trasportare la sua salma sull’aereo presidenziale dichiarando: “Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”. Si racconta che Craxi e Martelli lo abbiano accusato di aver fatto aumentare i voti del Pci portando la salma da Padova a Roma sull’aereo presidenziale. Pare che la risposta del presidente sia stata: “Voi due fate una cosa, tornate a Verona, suicidatevi sulla tomba di Giulietta e io vi riporto a Roma in aereo”. Al funerale, a Roma il 13 giugno, parteciperà circa un milione e mezzo di persone. Il corteo con la bara sfila dalla sede del Pci, in via delle Botteghe Oscure, a Piazza San Giovanni. Un lamento collettivo risuona in continuazione: “Enrico, Enrico”.

Su l’Unità del 13 giugno scriverà Roberto Benigni: “Una vita sprecata. La mia. Perché non si può tornare indietro nel tempo? Io invece ci ritorno. Ecco, siamo nel 1970, ho diciottoanni, non so niente di teatro, di cinema, di comicità; una sola aspirazione: la medicina. Mi iscrivo all’Università. Laureato a pieni voti. Un tirocinio esemplare. Si comincia a parlare di me. Sempre di più. Mi specializzo in ictus cerebrale. Ma perché? Perché sì! Sono sempre più famoso, il più grande ictusologo del mondo. Si parla di me all’estero. Passa il tempo. È il 1984, 7 giugno, giovedì. Sono a Padova a cena da un mio cugino. Non mi piace la politica. Mi piace Berlinguer. Andiamo a sentirlo. Sono in mezzo alla folla, nelle ultime file, ma riesco a vedere. Entra Berlinguer, noto subito che c’è qualcosa che non va nello sguardo. Comincia a parlare, l’articolazione non mi piace. Non ho più dubbi. Salto come in preda a un raptus in mezzo alla folla, arrivo fino al palco, le guardie del corpo mi fermano, riesco a passare, mi blocca Tatò; gli spiego la situazione, Tatò mi crede, effettivamente Berlinguer non si sente bene. Andiamo all’ospedale di corsa, dicendo alla folla di aspettare; faccio stendere Berlinguer, dopo venti minuti usciamo, sta benissimo. “Grazie dottor Benigni”, “Niente caro Berlinguer, ti voglio bene”. Oh, mi viene da piangere. Io non sono un medico, il 7 giugno non ero a Padova e non ho mai sentito nominare l’ictus cerebrale. Non so niente. Sento sempre quei tremendi bollettini medici che parlano di “attività elettrica” e ogni volta mi sembra che Berlinguer stia male solo perché non ha pagato la bolletta della luce. Si sa chi muore ma non si sa chi nasce. Mi sarebbe piaciuto di più scrivere queste righe per la nascita di Berlinguer, invece quando nacque non se ne accorse nessuno. Una volta, a un festival dell’Unità, per ricambiare tutte le volte che mi ero sentito sollevato da lui, volli sollevare fisicamente Berlinguer in braccio. Ricordo che era leggero leggero, tant’è che gli sussurrai all’orecchio come usava fare mia madre con me: Enrico, mangia… Chissà se mangiava. Oh, il dono breve e discreto che il cielo aveva dato a Berlinguer era di unire parole e uomini, ora la sua voce è sparita e se è vero, come dice un poeta, che la vita si spegne in un falò di astri in amore, in questi giorni è bruciato il firmamento (…)”.

Riprendendo le parole di Benigni dirà Natalia Ginzburg: “Abbiamo tutti pensato non soltanto che era successa una 'tragedia politica', ma abbiamo pensato che la sua morte era per ognuno di noi una disgrazia personale, una perdita personale. Ci siamo accorti che ognuno di noi aveva con lui un rapporto fiducioso e confidenziale, anche se ci eravamo limitati ad ascoltarlo nella folla d’una piazza. Fu un momento in cui, come aveva detto Benigni, 'il firmamento bruciava'. La sensazione che 'bruciava il firmamento', in quei giorni, l’abbiamo avuta tutti”. Il 17 giugno alle elezioni europee il Pci decide di lasciare Enrico Berlinguer come capolista. Il Partito comunista italiano raggiungerà il 33,3 per cento superando la Democrazia cristiana. Sarà questo l’ultimo regalo di Berlinguer al suo partito, quel Partito che era riuscito a portare al suo massimo storico, quando nel 1976 il Pci era arrivato al 34,4 per cento.