Qualche giorno fa, il governo ha dichiarato di preminente interesse strategico nazionale due programmi di investimento per la realizzazione di data center nell’area metropolitana di Milano e in provincia di Vercelli. Il primo, Equinix per l’Italia, prevede la realizzazione di sette nuovi centri di elaborazione dati nei Comuni di Settimo Milanese e Cusago, per un investimento complessivo di 4 miliardi di euro nel periodo 2026-2033, che si aggiungeranno alle decine di centri già attivi e a quelli in costruzione o in via di autorizzazione.

Il secondo Cavour Hyperscale Campus prevede la riqualificazione e la riconversione dell’ex centrale elettrica Galileo Ferraris di Trino, in provincia di Vercelli, attraverso la realizzazione di un campus per l’elaborazione dei dati con una potenza compresa tra 300 e 400 megawatt e un investimento di circa 4 miliardi di euro.

Il potenziale e i rischi

L’IA ha un potenziale straordinario che, se utilizzato al servizio del bene comune, potrebbe dare un enorme contributo per affrontare grandi sfide: sanità, mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, trasporti, agricoltura, monitoraggio ambientale, uso efficiente delle risorse (acqua, cibo, energia…) e così via. Questo non deve però indurci a ignorare i rischi e gli impatti sulla salute, sull’ambiente e sociali di una rapida e incontrollata crescita delle relative infrastrutture.

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I modelli avanzati di IA richiedono immense risorse computazionali che determinano un elevato consumo energetico, emissioni di carbonio, prelievi idrici e impatti sull’uso del suolo. I data center usano l’acqua per il raffreddamento, prelevando talvolta milioni di litri al giorno, spesso in contesti già segnati da siccità o esaurimento delle falde acquifere. L’hardware dell’IA si basa su minerali critici la cui estrazione e lavorazione spesso causano danni ambientali e sociali, fino allo sfruttamento del lavoro minorile, concentrati nel sud del mondo, così come i rifiuti elettronici, a fine vita finiscono spesso per esporre a sostanze pericolose le comunità del sud globale.

L’aumento dei consumi energetici richiede investimenti nel potenziamento delle reti che spesso ricadono direttamente sulle bollette dei cittadini e delle imprese. C’è anche il problema dei generatori diesel di emergenza, la cui capacità di stoccaggio di sostanze pericolose supera spesso i 4 mila litri, facendo rientrare i data center nell’ambito della direttiva Seveso III e il problema dell’innalzamento termico, con temperature che possono aumentare fino a 5 gradi centigradi nel raggio di due chilometri, creando delle vere e proprie isole di calore.

Gli effetti sulla qualità dell’acqua

Secondo diversi studi e associazioni ambientali statunitensi (negli Usa si trovano quasi la metà dei data center mondiali), i grandi data center per l’IA possono produrre una pressione sonora continua fino a 96 decibel, 24 ore su 24, soprattutto per via degli impianti di aria condizionata e dei generatori di emergenza a gasolio, quando entrano in funzione. Una soglia paragonabile al traffico intenso o a un macchinario industriale pesante. Uno studio del 2026 di Neha Gour e altri, che analizza per la prima volta l’impatto sanitario dei data center in Virginia, mostra come le emissioni da gas naturale associate ai data center siano collegate a malattie cardiovascolari, respiratorie, neurologiche e oncologiche.

Sono da valutare anche gli effetti sulla qualità dell’acqua, a seguito della costruzione di data center. A questo proposito la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ha mostrato recentemente al Congresso un barattolo pieno di acqua fangosa prelevata dai rubinetti delle abitazioni della contea rurale di Morgan, in Georgia, dopo la costruzione di un gigantesco data center di Meta, chiedendo all’agenzia per la protezione ambientale Epa di avviare un’indagine sull'impatto dei data center sulla qualità e sulla disponibilità dell'acqua.

L’Università delle Nazioni unite, Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute ha pubblicato un rapporto sul costo ambientale dell’IA. Lo studio certifica il consumo energetico, l’impronta di carbonio e l’impronta idrica dell’addestramento e dell’uso dell’IA e dei data center come infrastrutture. L’energia impiegata per l’addestramento di Gpt-4 equivale al consumo annuo di elettricità domestica di oltre 460 mila persone nell’Africa subsahariana, ha un’impronta di carbonio di 25 mila tonnellate di Co2e e un’impronta idrica di circa 600 milioni di litri, un quantitativo che sarebbe sufficiente a soddisfare il fabbisogno idrico domestico di 81.000 persone nell’Africa subsahariana.

Enormi consumi di elettricità

Il consumo energetico totale dell’IA è rappresentato per l’80-90% dalle interazioni (es. ChatGpt elabora circa 2.5 miliardi di richieste al giorno). L’energia necessaria per generare un video con l’IA equivale al consumo di una lampadina al Led da 10 watt per 42 ore. Il rapporto stima che nel 2025 i data center abbiano consumato 448 Twh di elettricità, se i data center fossero un Paese, sarebbe stato all’undicesimo posto a livello globale per il consumo di elettricità.

Sempre nel 2025 i data center occupavano 6.900 km quadrati, quasi 4.5 volte la superficie di Londra. Al 2030 lo studio stima un’impronta idrica dei data center pari a 9.3 trilioni di litri, una quantità che sarebbe sufficiente a soddisfare il fabbisogno idrico di tutti gli 1.3 miliardi di abitanti dell’Africa subsahariana per un anno intero. Questi dati sono destinati ad aumentare in modo incrementale con lo sviluppo della tecnologia.

Questi numeri ci mettono in allerta. Non possiamo sottostare in modo acritico alla velocità dell’innovazione tecnologica e all’avidità delle grandi multinazionali. Occorre, invece, pianificare lo sviluppo delle infrastrutture tenendo conto della sostenibilità ambientale e sociale delle stesse, definendo un nuovo quadro regolatorio che coniughi lo sviluppo dei data center alla tutela delle comunità e dell’ambiente.

La moratoria di New York

Lo Stato di New York ha preso una decisione che va in questa direzione. Una moratoria di un anno sulla realizzazione dei grandi data center per contenere il peso crescente di queste infrastrutture sulla rete elettrica, sulle risorse idriche e sulle bollette. Durante questo periodo, le autorità statali potranno valutare gli effetti delle nuove installazioni sul sistema energetico e predisporre una valutazione ambientale complessiva per fissare criteri uniformi ai quali dovranno attenersi i futuri data center, affinché non facciano salire le bollette, esaurire le risorse naturali e avere impatti sulla salute.

E intanto il governo italiano...

Di tutt’altro avviso il comportamento del governo italiano che dichiarando il “preminente interesse strategico nazionale”, previsto dal decreto Asset del 2023, promuove un’accelerazione delle procedure con la nomina di un commissario straordinario per ciascuna area, che dovrà rilasciare un’autorizzazione unica che sostituisce tutti i provvedimenti, superando eventuali vincoli posti dalle leggi regionali sull’impatto ambientale dei data center. Il commissariamento è la morte della partecipazione, mentre è essenziale che le comunità, le parti sociali e la società civile siano coinvolte in modo trasparente e vincolante, anche nelle decisioni relative all’ubicazione.

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Anche in Italia abbiamo bisogno di una moratoria, non di commissari ma di governance partecipata. Serve il giusto tempo per valutare gli impatti sulla salute e sull’ambiente, sull’aumento dei consumi energetici e sulla capacità di produzione da fonti rinnovabili e potenziamento delle reti, senza che ci siano ricadute sui costi per cittadini e imprese.

Serve tempo anche per aprire una riflessione democratica sull’utilizzo sostenibile di tecnologie avanzate, con grandi opportunità, ma che possono avere anche pesanti ricadute ambientali e sociali. L’esplosione dei data center, al momento, si configura solo come un’occupazione coloniale delle grandi multinazionali, che fanno enormi profitti, estraendo risorse dai nostri territori, creando danni all’ambiente e alla salute e producendo pochissimi posti di lavoro e quasi nessun beneficio al bene comune.

Dovremmo invece ragionare con responsabilità sulle condizioni da imporre alla loro diffusione affinché contribuisca veramente al benessere collettivo e alla tutela dei beni comuni.