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In queste ultime settimane si moltiplicano iniziative, confronti, luoghi in cui si esprimono opinioni sull’uso e l’impatto dell’IA nel mondo del lavoro. Al contempo sono in discussone provvedimenti che riguardano l’intelligenza artificiale, il suo utilizzo e gli effetti che questa sta generando e genererà sulle persone, il lavoro e la società.
Papa Leone XIV si è espresso, attraverso la Magnifica Humanitas, ripartendo dalla dottrina sociale della Chiesa, per rileggere la trasformazione in corso, “attualizzando” la posizione della Chiesa sull’intelligenza artificiale e l’innovazione tecnologica.
Il testo molto articolato passa dal tema della pace, della convivenza civile, del rispetto della persona umana e del modello di sviluppo, se vogliamo inquadrare i temi che ci sono più vicini. Intanto la Commissione europea ed il Parlamento europeo sono impegnati in una discussione sulla regolazione dell’intelligenza artificiale, a partire dal Digital Omnibus, testo elaborato dalla Commissione che è in fase di discussione e modifica da parte degli Stati nazionali, dopo una prima discussione avvenuta in Parlamento. Su questo tema, come Ces e Cgil, abbiamo già inviato una lettera a Governo italiano e Parlamentari europei, per esprimere una nostra netta contrarietà ad una deregolamentazione del sistema normativo vigente (o in fase di attuazione), siamo invece per il rafforzamento del Regolamento sul trattamento dei dati personali (privacy) ed il regolamento Ue, AI Act.
C’è poi una discussione sulle modalità con cui la Ue o i Paesi europei dovrebbe sostenere lo “sviluppo dell’IA”, attraverso politiche industriali comunitarie, investimenti e ricerca. Ragionamento che, sappiamo, si scontra strutturalmente con l’attuale condizione della Ue, le scarse risorse a disposizione in bilancio e la difficoltà ad indirizzare politiche industriali, di fatto, ancora basate su una dimensione nazionale e di concorrenza interna ai Paesi dell’Unione.
Ci sono poi le dinamiche italiane:
- i problemi atavici legati alla capacità industriale e alla dimensione d’impresa;
- gli scarsi investimenti tecnologici, nonostante i miliardi di industria 4.0 e 5.0;
- una governance del fenomeno confusa e frammentata, con azioni introdotte dai singoli Ministeri per competenza;
- l’assenza di una norma che realmente anticipi la trasformazione in corso e che provi a direzionare il modello di sviluppo.
Il 3 giugno il ministero del Lavoro ha convocato la prima riunione dell’Osservatorio sull'adozione di sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, a seguito della nomina dei suoi componenti. Questo organismo nasce, come nel resto dell’Ue, per misurare il fenomeno ed indirizzare politiche del lavoro e sociali, in un raccordo con l’Osservatorio europeo che fungerebbe da raccordo tra i 27 Paesi. Sappiamo che elemento qualificante dell’organismo europeo è la partecipazione delle parti sociali.
L’Italia, ha scelto di istituire un organismo diviso per “competenze”:
- un Comitato di indirizzo che definisce le priorità strategiche e coordina l'insieme dei lavori;
- una Commissione etica che vigila sugli aspetti etici e sui diritti fondamentali nei processi di adozione dell'IA nel lavoro;
- una Consulta delle parti sociali che garantisce il coinvolgimento stabile di organizzazioni dei lavoratori, delle imprese e delle professioni;
- più Comitati tecnico-scientifici tematici (ad esempio su mercato del lavoro e professioni, formazione e competenze, condizioni di lavoro e tutele, quadro regolatorio) che approfondiscono i singoli dossier.
Dalla strutturazione risulta evidente che il ruolo delle parti sociali non è centrale nell’indirizzare le scelte, buona parte del lavoro di analisi si svolgerà nei Comitati tecnico-scientifici, su indirizzo del Comitato composto dai ministeri ed enti.
Questo modello ricalca, di fatto, quanto stabilito per l’autorità per l’intelligenza artificiale, identificata nell’AI Act, ma poi istituita con la legge n.132 del 2025 che ha costituito in realtà un’agenzia composita (Acn, Agid, Garante per il trattamento dei dati personali, Consob, Banca d’Italia, Ivass, Agcom) non realmente autonome dal governo (come chiedeva la norma Ue); e soprattutto con un’articolazione per competenze che rischia di costituire una difficoltà nell’intervenire sui temi del lavoro e, più in generale, di reale efficacia e d’indipendenza.
Tutti sono concordi, a parole, nel dire che siamo in una fase straordinaria di trasformazione del mondo del lavoro e della società, che tutti i soggetti sociali dovrebbero contribuire allo sviluppo mettendo al centro la persona e il lavoro, ma in realtà non esistono scelte di governance che vanno in questa direzione.
Manca, al di là dei richiami formali, una partecipazione delle parti sociali (sindacati e imprese) nella governance della trasformazione in corso, sia per l’uso dell’IA, ma anche per gestire più complessivamente la digitalizzazione, lasciata “ricadere” sulle ordinarie dinamiche contrattuali e di relazioni industriali.
Per capire questo basta leggere le linee guida redatte dal ministero del Lavoro, dopo una consultazione pubblica online (e non invece un confronto con i soggetti rappresentanza). Un testo dove non si identificano neanche l’insieme delle norme previgenti che impattano sulla regolazione dell’IA nei luoghi di lavoro, figuriamoci ritrovare un impegno formale alla contrattazione collettiva.
Vero che siamo davanti ad una “implementazione continua” dell’IA, ma l’utilizzo dell’IA è presente in moltissime aziende ed è utilizzata da milioni di lavoratori, spesso senza una formazione adeguata (alfabetizzazione critica e valutazione dei rischi) e senza policy per un utilizzo corretto. Mancano chiarezze sulle modalità di controllo e verifica delle autorità competenti.
Manca un protocollo tra la parti sociali che, per utilizzare il termine esplicitato dal Papa nell’enciclica, preveda un intervento ex ante, su un fenomeno profondo di trasformazione del mondo del lavoro che, in assenza di scelte chiare, rischia di impattare negativamente su occupazione, professioni, distribuzione della ricchezza, diseguaglianze, impoverimento di territori e comunità.
Vero che su tutto pesa la geopolitica, il rapporto con gli Usa, lo strapotere delle bit tech in ambito tecnologico, gli squilibri economici europei e il potere monopolistico di queste enormi aziende multinazionali; ma in assenza di scelte chiare, di informazione ed alfabetizzazione della popolazione si rischia che l’Europa e l’Italia, siano solo un mercato e non più un luogo di innovazione, con tutto le consegue sul piano del lavoro. È infatti chiaro da tutti gli studi che, al di là dell’effetto occupazionale globale (non necessariamente in perdita), il lavoro “cambierà” e si redistribuirà, senza più i confini fisici, ma in relazione alla scelta di chi deterrà prodotti (IA), brevetti, dati.
In tal senso mi permetto di riprendere due ragionamenti dell’enciclica:
- l’IA, per sua natura è un bene comune, non dovrebbe essere proprietà di pochi privati che la possano usare come strumento di arricchimento e potere;
- il modello di sviluppo non può essere quello attuale e la ricchezza di un Paese non può più essere misurata con il Pil, perché questo non prevede elementi di redistribuzione e benessere diffuso.
Questi due concetti, assolutamente condivisi dalla Cgil, purtroppo non sono presenti nel dibattito del Parlamento europeo, che anzi si concentra su quanto alleggerire le regole per le imprese, a partire dalle richieste delle big tech, così rendendo più facile lo sfruttamento dei dati personali dei cittadini da parte del mercato. Inoltre, è sconvolgente il silenzio dell’Ue sull’uso dell’IA negli armamenti, figlio, drammaticamente, della posizione assunta nell’ultimo anno con la corsa al riarmo.
In una fase come questa, un mondo in guerra e con l’aumento di diseguaglianze globali e sociali, non si può che continuare a testimoniare la nostra posizione, sia attraverso mobilitazioni che con la partecipazione ad ogni confronto sul tema, oltre che continuare a contrattare per le rinnovazioni dei contratti nazionali e la tutela dei lavoratori, in un momento di grande cambiamento.
Consapevoli che le diseguaglianze possono essere contenute o ridotte solo attraverso una regolazione puntuale e fasi conflittuali che consentano una redistribuzione della ricchezza, sia attraverso il salario, sia con una riduzione dell’orario di lavoro. Con un appunto fondamentale: la ricchezza generata non è più solo quella classicamente legata all’efficientamento, alla produttività o al miglioramento del prodotto “da parte dell’IA”, ma anche dal trasferimento di dati personali del lavoratore all’impresa, o al produttore dell’IA, cosa che oggi non trova nessuna forma di compensazione o redistribuzione al mondo del lavoro.
Tutti questi elementi ci fanno ribadire la centralità della contrattazione collettiva, ma anche quella di una regolazione chiara, trasparente ed efficace dei processi trasformativi, perché in questo momento, proprio in ragione di una tecnologia che concentra straordinariamente il potere, stiamo decidendo il modello di sviluppo del futuro e la qualità della vita di miliardi di persone.
Alessio De Luca - Responsabile Ufficio progetto lavoro 4.0 della Cgil Nazionale






















