“In Italia abbiamo una doppia crisi: la crisi del lavoro e quella ambientale. Vanno assolutamente affrontate insieme”. Lo ha detto Gianni Di Cesare, responsabile Green economy ed economia circolare della Cgil, nella sua relazione che ha aperto l’incontro “Verde è il futuro del lavoro. Piano del Lavoro e sviluppo sostenibile” svolto oggi (31 maggio) nella sede Corso Italia. Il sindacato ha fatto il punto all’interno e con il contributo di “discussant” esterni. E’ stata l’occasione per riflettere sullo scenario attuale, la situazione del clima e l’obbligo di intervenire, come sarà l’occupazione di domani con un punto fermo: il lavoro deve essere “green”, e per farlo serve una svolta complessiva, anche da parte del governo italiano. Da parte sua la Cgil rilancia la proposta contenuta nel Piano del Lavoro, l’intervento dello Stato con una grande spinta verso l’occupazione verde, proposta definita tre anni fa e ora più che mai attuale.

La giornata è stata introdotta da Simona Fabiani, responsabile delle Azioni per il clima e beni comuni. “Abbiamo voluto questa iniziativa nella settimana europea dello sviluppo sostenibile per rilanciare il Piano del Lavoro della Cgil – ha spiegato -. Oggi, a tre anni dal lancio del Piano, si conosce meglio la portata della crisi: il rilancio dell’occupazione, dignità e qualità del lavoro erano le linee guida di quel testo, che rilanciava l’intervento pubblico in economia con la creazione diretta di posti di lavoro. Nel Piano si diceva che la ricchezza del paese è in sé, indicando – tra le altre - le opere strategiche nella manutenzione del territorio, energie rinnovabili, conoscenza, ricerca, università e servizi alla persona. I nuovi settori verdi – dunque – non sono solo necessari, rappresentano anche una possibilità di sviluppo”.

Il Piano del Lavoro “ è stata un’importante intuizione politica della Cgil, non compresa da questo governo che pensa invece di affrontare la crisi con gli strumenti tipici del liberismo”. Così Gianni Di Cesare. “Per noi il Piano è lo strumento giusto – ha spiegato -.  Attualmente abbiamo un incremento di occupazione solo tra i 55enni per i noti effetti della riforma pensionistica. Il lavoro dell’esecutivo non è assolutamente all’altezza: basti dire che la disoccupazione è passata dal 10,6% di tre anni fa all’11,4% del marzo di quest’anno, è un dato strutturale. Da una parte c’è la disoccupazione giovanile che va oltre il 40%, poi c’è quella femminile e i disoccupati di lunga durata che sono l’anticamera della povertà. Siamo in piena crisi del lavoro”.

C’è poi la seconda crisi, ovvero quella ambientale e climatica: “Non è solo locale, è una crisi globale legata alle vicende del clima – ha proseguito Di Cesare -, la situazione di oggi rispecchia un fallimento: negli ultimi 15 anni sono cresciute di un terzo le emissioni dei gas serra, le quantità di C02 nell’aria, sono stati gli anni più caldi di sempre nel pianeta. Per definire una risposta dobbiamo partire da questo scenario”. Qui si inserisce la grande questione della decarbonizzazione: “C’è bisogno di gestire con cura i processi di transizione del lavoro – ha osservato -, ma resta un nodo fondamentale. Serve un impegno forte economico e finanziario per spostare la situazione, a partire dal governo italiano che deve aggiornare il piano per lo sviluppo sostenibile. Il problema non si affronta con un approccio a breve termine”.

La Cgil ha già una sua proposta: un intervento pubblico in grado di creare un “big push”, una forte spinta per la creazione di posti di lavoro nei settori verdi. “Di questa spinta oggi c’è sempre più bisogno, mettendo insieme le necessità dell’ambiente e quelle del lavoro. Per parlare ai lavoratori – secondo Di Cesare – occorre dare loro una speranza, ovvero una spinta significativa verso l’occupazione green. Nel Def del governo non c’è nessun segno di inversione di tendenza, quindi qualcosa non sta funzionando. Serve la creazione diretta di lavoro per giovani e donne nei comparti verdi”. In tal senso un ruolo fondamentale possono avere le città: “Oggi sono inefficienti, bisogna riorganizzarle con una nuova sostenibilità, per esempio rivedendo con serietà il ciclo dei rifiuti. Alle città sostenibili poi si può collegare un aumento dell’occupazione”, ha concluso.

LA DISCUSSIONE

Nell’arco del dibattito ha preso la parola Alex Sorokin, presidente di InterEnergy. “Gli ostacoli maggiori allo sviluppo sostenibile – a suo avviso – sono il pensiero dominante, che non aiuta in questo momento e anzi va in senso contrario. Poi c’è la povertà dei Paesi in via di sviluppo: gli Stati molto poveri non riescono ad occuparsi anche dell’ambiente”. Gravi responsabilità spettano ai governi occidentali: “L’altro problema è che – a molti livelli – non si fanno interventi di larghe vedute, si agisce solo a breve termine. Al contrario, la quarta rivoluzione industriale deve avere una caratteristica fondamentale: deve essere verde”.

Lorenzo Ciccarese, membro dell’Ispra, ha ricordato gli impegni del G7: “Da poco i Paesi hanno assicurato un livello adeguato di investimenti pubblici, soprattutto sull’ambiente, vediamo se seguiranno i fatti. Dall’inizio della crisi il settore ambientale spesso è stato preso come punto di riferimento per rilanciare l’economia, si pensi alle misure del primo Obama. In Italia – invece – dall’inizio della crisi nel 2007 tutti i governi hanno sostenuto settori non compatibili con l’ambiente, come le piattaforme petrolifere”. Tanti gli interventi possibili: “Va sviluppato il settore agricolo, occorre intervenire contro le frane e l’erosione del suolo, tutte tendenze che possono generare nuovi posti di lavoro”.

Per Alberto Bellini, professore di Ingegneria dell’energia elettrica all’università di Bologna, “è fondamentale la tutela del paesaggio: un ambiente inospitale cambia anche il modo di essere sociale”. L’energia, ha spiegato, “non è solo materia tecnica per esperti, riguarda anche le persone comuni:  se negli Stati Uniti una persona consuma il doppio di noi, il nostro consumo energetico equivale a dieci persone in Africa. Come consumi oggi occupiamo più spazio di quello disponibile nel pianeta: usiamo anche le risorse del passato, ovvero i combustibili fossili inutilizzati, e le risorse del futuro, come le discariche che lasciamo in carico alle prossime generazioni”. Tuttavia, con una svolta verso i comportamenti corretti, “si può arrivare al 100% di produzione di energia completamente rinnovabile nel 2050”.

Il ciclo dell’acqua e del carbonio sono i due meccanismi centrali per lo sviluppo e il mantenimento del pianeta. “In questi cicli però qualcosa si è inceppato”, ha detto Angelo Viola, ricercatore del Cnr: “Negli ultimi anni c’è stato un aumento della temperatura globale preoccupante, che va verso i due gradi, diventa più calda sia l’aria che il mare, come effetto si riducono i ghiacciai. Si pongono alcune domande: quale sarà il lavoro del futuro? – si è chiesto – Appare chiaro che non tutto si fa con le tecnologie, anche la politica deve impegnarsi per uno sviluppo diverso”.

Il microfono è passato infine a Enrico Giovannini, ex ministro del Lavoro e portavoce dell’Alleanza per lo Sviluppo sostenibile. “La situazione è perfino più preoccupante – ha esordito -. Penso che il mondo si stia andando a schiantare, prima per motivi sociali che per ragioni ambientali. Nei prossimi decenni circa 250 milioni di persone potrebbero essere spinte a muoversi a causa dei cambiamenti climatici. Abbiamo davanti problemi molto seri e sistemici: secondo uno studio, nel futuro il mercato del lavoro sarà fortemente polarizzato tra chi lavora con alte conoscenze e salari, chi lavora poco pagato e chi non ha niente”. Il paradigma di sviluppo degli ultimi 50 anni “è inadeguato”, a suo giudizio, “è un sistema studiato per accrescere il Pil pensando che questo soddisfi anche i bisogni umani. Invece bisogna andare oltre il Pil”. Occorre considerare l’indicatore della felicità e del benessere delle persone: “Se i cittadini sono soddisfatti sono ben disposti verso gli altri e migliorano il meccanismo sociale. Inoltre sono in grado di rispondere agli shock, come un terremoto, in modo più positivo”. Citando una recente enciclica papale, in definitiva per Giovannini “lo stesso modello ha prodotto sia rifiuti fisici sia rifiuti umani, ovvero i poveri e i deboli: se non cambiamo non andiamo lontano”.