Al momento di fare la spesa, e di scegliere come utilizzare il proprio budget, i consumatori mettono al primo posto le materie prime italiane. Seguono sostanzialmente appaiati la produzione in Italia e il rispetto dei lavoratori. Più arretrata la notorietà del prodotto. Le motivazioni alla base di queste indicazioni sono: “le materie prime italiane sono di qualità migliore”; “se sono rispettati i diritti dei lavoratori vuol dire che tutta la filiera è di qualità”; “se è prodotto in Italia ci sono più controlli e rispetto del lavoro”; “un prodotto conosciuto mi dà più sicurezza”.

È quanto si evince dall’indagine su I consumi alimentari delle famiglie. Motivazioni ed esperienza d’acquisto, elaborata dalla Flai Cgil in collaborazione con la Fondazione Di Vittorio (Fdv) e Tecné.

La ricerca è stata presentata ieri, lunedì 10 dicembre, nell’ambito del congresso nazionale della Flai, ed è stata discussa nella tavola rotonda alla quale hanno partecipato, tra gli altri, Fulvio Fammoni (presidente Fdv) e Carlo Buttaroni (Tecné).

La tavola rotonda trasmessa da RadioArticolo1

 

Si tratta di un'indagine "impegnativa e innovativa", ha spiegato Fammoni illustrandola alla platea congressuale. "Siamo entrati in una fase delicata - ha proseguito il presidente Fdv -: dopo la fase di stallo di una 'ripresina', siamo all'inizio di una possibile fase di stagnazione. I consumi alimentari sono in calo, come certificano i dati Istat". Dalla ricerca, ha osservato Fammoni, emergono alcune indicazioni: "l'insufficienza delle risorse economiche a disposizione delle persone, la difficoltà delle persone; il ruolo del made in Italy per innescare meccanismi diversi dello sviluppo; il tema della qualità: dai dati emerge che per i consumatori tutela dei lavoratori e qualità dei prodotti sono elementi legati; l'eticità della filiera, sulla quale siamo tutti d'accordo, ma c'è un modo formale e c'è un modo sostanziale per parlare di eticità". 

L’indagine analizza i comportamenti di consumo e si basa sull’esperienza di acquisto delle famiglie, effettuata su un campione di 1.000 consumatori cui è stato chiesto di effettuare la spesa mensile utilizzando un budget assegnato in base alla zona di residenza, l’età, la composizione del nucleo familiare e la professione.

(cliccare sulle tabelle per ingrandirle)

Il budget familiare a disposizione degli intervistati era di 458 euro per la spesa mensile. Si tratta di una cifra media poi differenziata oltre che per le tipologie prima richiamate anche per la composizione familiare. Se questo budget veniva superato i consumatori dovevano rimodulare la composizione del carrello, scegliendo se rinunciare alla qualità del prodotto (optando quindi per prodotti di fascia inferiore), alla quantità di acquisto o entrambe le scelte.

Gli intervistati (all’esterno dei supermercati) effettuavano gli acquisti muovendosi all’interno di un negozio virtuale ricostruito. Sugli scaffali erano esposti prodotti con nomi ed etichette di fantasia che ponevano in evidenza quattro caratteristiche che, intrecciate tra di loro definivano la diversa gamma di prezzo: notorietà del prodotto; luogo di produzione; origine delle materie prime; diritti dei lavoratori addetti alla produzione. Mediamente – rilevano gli autori della ricerca – il comportamento di acquisto primario (spesa messa nel carrello) è di circa 43 euro superiore al budget assegnato, con differenze significative soprattutto per area geografica e professioni.

Passando all’esame dei “sacrifici”, ossia esaminando a cosa rinunciano le famiglie per rientrare nel budget, si nota che l’acuirsi delle differenze fra le diverse tipologie di consumo. Sono stati presi in considerazione oltre 50 prodotti con prezzi diversi. Nei risultati viene indicato il prezzo medio del prodotto sullo scaffale, quello messo come prima scelta nel carrello, il prezzo medio del prodotto effettivamente acquistato per rientrare nel budget e la percentuale di riduzione della spesa per qualità e quantità. Le soluzioni che le famiglie adottano – fanno notare i ricercatori – “sono ovviamente differenti per tipologia di prodotto secondo le specifiche esigenze alimentari e la diversa condizione economica”.

Le famiglie più agiate riducono meno la qualità dei prodotti, mentre quelle con meno risorse riducono sia qualità che quantità in modo più elevato.

Nel Mezzogiorno si ha la punta più alta delle quantità non acquistate. Lo stesso vale per le persone che vivono da sole o che si trovano in disagio occupazionale.

In generale – conclude l’indagine – “emerge molto positivamente il tema della produzione nazionale, ma la condizione del lavoratore che produce è considerata una parte integrante della qualità del prodotto. E’ un aspetto fondamentale da tenere in considerazione per la valorizzazione e l’eticità della filiera, rafforzando così in Italia e all’estero il concetto del made in Italy”.

(a cura di Davide Orecchio)