Pubblichiamo un'anticipazione tratta dal numero di prossima uscita dei Quaderni di rassegna sindacale, Lavori, il trimestrale diretto da Mimmo Carrieri.

Con l’occhio lungo degli anni, credo si possa affermare con sufficiente certezza che l’attività giornalistica di Gianni Toti segni il suo momento migliore, acquisti il suo senso più compiuto nel periodo in cui egli lavorò e scrisse per i giornali del sindacato e, in particolare, negli anni – dal 1951 al 1958 - in cui fu prima vice direttore e poi (dal 1952) direttore del settimanale della Cgil Lavoro. È probabile che i suoi articoli migliori, quelli che meglio rispecchiano la sua maniera colta di praticare il mestiere, la sua abilità, tutta giornalistica, appunto, di costruire un racconto in cui persone, idee, riflessioni vengano colte e spiegate a partire da un dettaglio, da un’immagine, da un tic stilistico, da un’inflessione della voce, da una sintesi bruciante, si possano riscontrare nei densissimi pezzi usciti, a partire dalla fine degli anni cinquanta, su Vie Nuove (che di Lavoro si può considerare il settimanale fratello e competitore, reso più forte e autorevole dall’appartenenza stretta al mondo editoriale del Partito Comunista togliattiano ma sentito anche, polemicamente, dalla redazione del giornale della Cgil, troppo pedagogico e perciò meno libero e spregiudicato – lo racconta Lietta Tornabuoni, allora ai primi passi in una professione in cui eccellerà, in una testimonianza resa a Rossella Rega); ma è certo che se fare giornalismo può non fermarsi a questo e, anzi, trova completamento nella perizia artigianale di decidere una scaletta di argomenti, dettare una propria agenda di priorità delle notizie in modo che il profilo politico ed editoriale del giornale risalti con nettezza, scegliere o commissionare foto che approfondiscano e arricchiscano la quantità e la qualità dell’offerta informativa, affrontare i problemi della distribuzione in modo che il giornale possa arrivare al punto più vicino al potenziale lettore con la stessa attenzione con cui si batte l’editoriale o il corsivo che fanno il punto o lanciano una nuova polemica, allora è proprio nella settimanale preparazione di Lavoro che Toti riesce a esprimere pienamente (almeno per alcuni anni) il suo modello di giornalismo e quindi a trasmettere per intero la sua cifra professionale.

Lavoro è, in effetti, un piccolo miracolo editoriale che si deve alla fortunata congiunzione astrale che fa incontrare le strade di due sindacalisti di razza superiore, come Giuseppe Di Vittorio e Fernando Santi, e un giornalista, ex partigiano, curioso di ogni novità culturale e appassionato scandagliatore e mescolatore di linguaggi artistici, come Gianni Toti. È Fernando Santi, che nella segreteria della Cgil aveva l’incarico di seguire i problemi dell’informazione (un privilegio, o un grattacapo – per i più, che in Cgil si è tradizionalmente attribuito fino a tempi recenti a un dirigente della componente socialista), a tenere, durante il terzo congresso del 1952, la relazione sullo stato della stampa sindacale e a indicare, con l’enfasi necessaria al tempo e a sottolineare la forte connotazione politica del tema (non di immediata e scontata percezione, allora) l’obiettivo della Confederazione: “Si innalzi e si propaghi sempre più la voce della grande Cgil”. Non è, però, una declamazione generica, il segretario aggiunto, spiega, infatti, che il giornale attraverso cui le posizioni della confederazione dovranno esprimersi non ha semplicemente la funzione di conquistare, in competizione con la parte avversaria, più amici attraverso un’azione di stampa e propaganda diretta verso la pubblica opinione, ma è lo strumento di una lotta provvista di un grande fondamento morale, in quanto con essa ci si deve ripromettere di affermare la verità. Santi fissa anche, citando Di Vittorio – per rafforzarsi della sua autorità e nello stesso tempo per segnalare l’ispiratore del progetto editoriale – i livelli di diffusione che Lavoro dovrà raggiungere – gradualmente, 150 mila copie, 200 mila, mezzo milione - svelando tuttavia così il limite tutto organizzativistico della proposta. Gianni Toti prende sul serio l’indicazione e lavora su un’idea semplice, oggi possiamo dire persino ingenua: acquisire il modello dei grandi giornali popolari illustrati del tempo espiantandone i contenuti frivoli o mistificatori propri della cultura piccolo borghese di cui essi erano canali potenti di trasmissione e diffusione e immettervi un’altra cultura, quella del popolo lavoratore o, meglio, quella cultura ben piantata sui valori delle classi popolari, con le proprie storie, la propria iconografia capace di far emergere, se raccontata ogni settimana con lo stesso brio con cui la stampa borghese raccontava le storie di reali, principi e stelle cinematografiche, un altro mondo, il mondo della realtà e, come a Santi sarebbe parso giusto dire, della verità.

È questo il filo rosso che tiene insieme gli otto anni della direzione di Lavoro di Gianni Toti e che, nello stesso tempo, è causa ed effetto del sostegno politico e dell’investimento finanziario della Cgil. Un appoggio in certo senso sorprendente, che si può spiegare solo con l’importanza che il vertice di quegli anni (non senza contrasti, che le pagine del giornale documentano e le note della segreteria della Confederazione, dalle quali appare l’attenzione meticolosa alle vicende del settimanale, confermano) assegnava alla lotta culturale, alla battaglia delle idee per l’egemonia in cui, però, il sindacato a un certo momento sembra sul punto di candidarsi ad affiancare o addirittura sostituire il partito. È suggestiva ma tutt’altro che infondata l’osservazione di chi – come Rossella Rega – ha trovato una sorta di simmetria tra le crisi, attraversate nel dopoguerra in vari momenti, delle forze della sinistra e il pendolo dei giornali sindacali, oscillanti tra “informazione verticale” e “informazione orizzontale”, in altri termini tra le aperture a un giornalismo di informazione rivolto a un pubblico ampio, di grandi numeri e variegato profilo, e un giornalismo di servizio esclusivamente incentrato sui bisogni di conoscenza e formazione della platea sindacale, composta dai quadri dirigenti intermedi (in Cgil da sempre aggiratisi intorno alla cifra dei 15 mila, non a caso il numero di abbonati medio dei diversi notiziari sindacali).

È come se accanto alla parabola delle crisi politiche si snodasse un’altra parabola di direzione contraria della stampa sindacale, chiamata come tutto il sindacato (si parla della Cgil essenzialmente, ma non solo per lo meno in certi periodi) a svolgere, nel campo della sinistra, una funzione di supplenza quando la voce e il ruolo della politica accennano a ridursi o spegnersi del tutto. Sotto questo aspetto, è interessante la vicenda di Rassegna Sindacale che si intreccia con la vita di Lavoro, fino a sostituirlo del tutto nel 1962 (ma Toti era già andato via da quattro anni e Lavoro si può dire finisca da quel momento) riproponendo un modello di giornale solo sindacale che sembra voler mettere da parte l’esperienza precedente, salvo però a dover fare i conti con essa successivamente, riassorbendo, anche qui secondo parabole che andrebbero analizzate, le istanze e le ambizioni di una stampa che rompe lo steccato sindacale e propone visioni e narrazioni più generali.

La novità essenziale di Lavoro – quella che più rappresenta lo spirito (la poetica, verrebbe da dire, visto di chi si parla) del direttore e della redazione (della quale esponente di rilievo fu un grande fotogiornalista, Ando Gilardi) – consistette nella foliazione a 32 pagine con un doppio sedicesimo, il primo dedicato ai tempi politici, sindacali e sociali, il secondo al tempo libero. L’innovazione, per l’esattezza, è tutta nella seconda metà del giornale, che Toti (in un’intervista che gli feci a metà degli anni Ottanta del secolo scorso) spiegò alla luce del suo progetto di “sindacalizzare il tempo libero”. L’idea giornalistica, al di là dei limiti della realizzazione, è originale e in anticipo sui tempi, quella di un giornale che segue il lettore nelle diverse fasi della sua giornata (settimana): nel tempo del lavoro, in cui è prevalente l’attenzione verso l’attività che si svolge in azienda o in ufficio e durante il quale perciò la lettura deve essere impegnata, e nel tempo del non lavoro, quando è giusto offrire allo stesso lettore la possibilità di trovare svago e riposo fermandosi su argomenti più leggeri, senza però scadere nella banalità o nella frivolezza. In questa seconda parte, compaiono così i giochi e i cruciverba, i lettori trovano ospitalità per i loro interventi, a loro viene offerta una pagina per un racconto intorno al quale si organizza un premio che va avanti per alcuni anni, compaiono rubriche di cinema e d’arte, critiche televisive. Il rapporto tra le due parti, però, è sempre accidentato; alcuni episodi dell’aneddotica del giornale rivelano che all’interno della redazione, per le pressioni che arrivano dai dirigenti del sindacato, si creano contrasti vivaci, fino a culminare, approfittando dell’assenza per un viaggio di lavoro del direttore, nella soppressione del tempo libero in un numero del periodico, atto che l’imbarazzato vicario ammette essergli stato autorevolmente richiesto.
I lettori mostrano di capire che la nuova identità del giornale, fissata soprattutto nel biennio 1956-1957, è affidata essenzialmente a questo secondo sfoglio e intervengono con lettere inviate al direttore per contestare o, nella maggior parte dei casi, per sostenere lo sforzo di rinnovamento compiuto, a cui non resta estranea, però, nemmeno la prima parte: basta leggere i resoconti narrativi delle conferenze stampa di fine anno dei leaders sindacali, veri e propri racconti colmi di umori e spunti polemici.

Il panorama di opinioni che emerge dalla rubrica settimanale della posta sembra smentire la tesi, ripetuta anche in pubblicazioni recenti, che la conclusione dell’esperimento sia stata dettata dall’insuccesso del giornale che, nel ricordo di Bruno Trentin raccolto da Roberto Giovannini, sarebbe restato invenduto e ancora imballato in gran quantità nei sottoscala delle sedi sindacali. Più evidente l’ostilità politica, che si rafforza (o trova il suo alibi, come accadrà altre volte per altri giornali della Confederazione – compresa la stessa Rassegna Sindacale) con le difficoltà finanziarie causate dai costi elevati (“Questo giornale è un lusso che non possiamo permetterci” ricorderà di essersi sentito dire Toti, in un’intervista di parecchi anni dopo) e con l’oscillazione del pendolo verso una ripresa politica della sinistra e la riconduzione conseguente del sindacato entro ambiti più pertinenti al suo mestiere. Negli anni del rilancio di Lavoro (cambio di formato, stile rotocalco, aumento della foliazione, uso della fotografia) maturano paradossalmente le condizioni della sua chiusura. È lo stesso Toti (in un articolo che parla della stampa cattolica) a porre l’attenzione sulla necessità di grandi investimenti per reggere la concorrenza della grande stampa d’evasione. È ancora in vita Di Vittorio, grande sponsor del giornale e di Toti, quando il processo di ritorno alle fabbriche con la scelta del reinsediamento sindacale, seguito alla sconfitta nelle elezioni alla Fiat del 1955, comincia a far perdere al giornale il retroterra politico e ideologico che lo ha fino a quel punto sorretto e alimentato.

È però la morte di Di Vittorio, nel novembre del 1957, a mettere di fatto la parola fine all’esperienza di Lavoro rotocalco della Cgil, non solo perché viene meno la presenza del dirigente che più ha creduto nella necessità di un giornale nazional-popolare del sindacato, ma anche perché, con la morte del suo leader, viene sconfitta quella Cgil formata su una narrazione potente del riscatto culturale dei lavoratori prima ancora che sulla tutela dei loro contratti e delle loro condizioni di lavoro. In questa nuova ottica Lavoro è in effetti un lusso, nel senso che non risponde all’esigenza di informare la nuova leva di sindacalisti che sta emergendo e, in controtendenza, continua a puntare su una prospettiva sproporzionata, quella di rivolgersi a tutto il popolo del paese che si sta ricostruendo, immaginandosi illusoriamente di poter rappresentare un’alternativa possibile ai grandi periodici. Toti nel ragionare sulle cause della fine di Lavoro parlerà della concorrenza della televisione il cui racconto e le cui immagini rendono sempre più povero il richiamo della carta stampata, soprattutto nelle stesse persone alle quali il giornale della Cgil ambiva rivolgersi. Questo è vero certamente; ma c’è da aggiungere anche, con la freddezza storica permessa dalla distanza di tempo, che il germe del fallimento Lavoro lo porta con sé fin dalla nascita: in quell’idea di un contenitore simile ai grandi rotocalchi italiani e stranieri (Oggi, Epoca, Life) piegato, però, a veicolare contenuti diversi, alternativi; un giornale fatto per ospitare storie dure, vere, opposte a quelle edulcorate, sfavillanti, posticce raccontate dagli altri.

Si tratta di un’idea troppo semplice per poter risultare alla lunga vincente, non tiene conto della forza del mezzo, dell’avvertimento che il mezzo è il messaggio e che pertanto la sostituzione del messaggio, la scelta di sostituire il sensazionalismo, più o meno mondano, del rotocalco borghese con la normalità delle storie operaie imporrebbe di rimettere la mani sul mezzo, o quanto meno indurrebbe a una riflessione più approfondita sulle modifiche da apportare a uno schema che dimostra di non valere per tutte le stagioni e che suppone l’esistenza di un pubblico “altro” (come “altra” è la classe operaia) che se mai c’è stato, comincia all’avvio del boom economico a non esserci più. Di questo, ritengo, che Toti si sia reso ben presto conto e anche da qui sia partito per il lungo viaggio sulle forme che caratterizzerà la sua successiva ricerca di artista, che provando all’estremo i linguaggi dell’arte e contaminandoli attraverso le più ardite combinazioni lo condurrà anche a esplorare un radicale rinnovamento di contenuti.

Mezzo secolo dopo quell’esperienza, che cosa resta oggi dell’insegnamento di Gianni Toti nella stampa sindacale: qual è la sua eredità? Non è semplice dare una risposta, perché l’eccezionalità di Lavoro, il periodo tutto sommato non breve lungo il quale venne pubblicato, la straordinaria caratura della figura professionale del suo protagonista principale, il contesto d’eccezione nel quale operò e il livello anch’esso straordinario degli interlocutori di cui si giovò hanno reso difficile qualsiasi replica. Si può dire, però, che le ambizioni editoriali e professionali e le tensioni politiche e culturali che caratterizzarono quei momenti sono riemerse carsicamente nei decenni successivi; il pendolo ha continuato a oscillare tra l’opzione di una stampa di servizio (un po’ di più di un house organ e assai meno di un periodico generalista, sia pure incentrato sui problemi del lavoro) e la scelta di una stampa aperta all’esterno, con la finalità di portare a tutti il punto di vista del mondo del lavoro facendone il protagonista del racconto. Toti può considerarsi l’interprete più autorevole e convincente di questa seconda strada, il capofila di tutti quelli che hanno arrischiato la stessa avventura e si sono scontrati con gli stessi ostacoli, restando vittime spesso degli stessi pregiudizi. L’esperienza di Toti ha arricchito il giornalismo sindacale ponendolo di fronte alle responsabilità e alle opportunità derivanti dal grande cambiamento dell’informazione, della comunicazione politica e dell’editoria che segnano la seconda metà degli anni cinquanta. La sua eredità più grande, quindi, non si trova in un giornale o in una scuola di giornalismo ma nella consapevolezza che ha contribuito a creare che i giornali del sindacato possono svolgere la loro funzione, rappresentare le istanze sociali e culturali che il sindacato stesso vuole promuovere e tutelare se non si chiudono alle novità e tentano di capire in che modo, con quale modello di informazione, con quale strumento editoriale possono ritagliarsi il loro ruolo e confermare la loro necessità, senza confondersi, nel ricco - e tutto indispensabile - mondo dei media.


Post Scriptum bibliografico

Rossella Rega è autrice dei due contributi più importanti sulla storia di Lavoro e l’attività di giornalista del sindacato di Gianni Toti. Il primo si trova nel secondo dei due volumi di Rossa. Immagine e comunicazione del lavoro, catalogo della Mostra Rossa (Skira-Ediesse, 2006) allestita, per la cura di Luigi Martini, dall’Associazione Centenario della Cgil per i cento anni della Confederazione (La persistenza della carta. Immagini e parole della stampa sindacale del secondo dopoguerra, pp. 323-409), il secondo è l’ampio saggio introduttivo al volume che riproduce anastaticamente tre numeri di Lavoro (Lavoro, 1948-1962. Il rotocalco della Cgil, Ediesse 2008). Su Lavoro si è anche soffermato Roberto Giovannini nel volume da lui curato Rassegna Sindacale compie cinquanta anni, edito dall’Edit Coop nel 2006 per l’anniversario del settimanale. La mia intervista a Gianni Toti è stata pubblicata sul numero 18 del 1985 di Rassegna Sindacale (richiesta e scritta per capire le vicissitudini di allora alla luce dell’esperienza passata, in un momento in cui il pendolo del settimanale batteva verso il ridimensionamento di foliazione e ambizioni e concedeva spazio a una nuova testata mensile, Thema, che durerà appena dieci numeri). Nello stesso numero di Rassegna un ampio articolo di Gianni Ferrante sulla stampa sindacale del dopoguerra. Un’antologia assai rappresentativa degli scritti giornalistici di Gianni Toti è stata curata e introdotta da Massimiliano Borelli e Francesco Muzzioli (Planetario, Ediesse, 2008) T.T.