Il 3 ottobre il Centro studi di Confindustria ha pubblicato una nota dal titolo “In Italia salari reali aumentati più della produttività e al lavoro una percentuale record del Pil”, in cui si afferma che “il reddito da lavoro è l’unico ad aver tenuto durante la crisi, mentre tutte le altre forme di guadagno hanno subito pesanti diminuzioni”. Non servono argomenti statistici per confutare tale affermazione. Tuttavia, può essere utile cogliere questa occasione per mettere meglio a fuoco l’analisi sulla cosiddetta distribuzione primaria (o funzionale) del reddito nazionale che forma il Pil, tra capitale e lavoro.

Prima di tutto occorre precisare che l’analisi va svolta scomponendo il valore aggiunto al costo dei fattori (non ai prezzi base), cioè al lordo dei contributi, ma al netto delle imposte sui prodotti e sulle produzioni, in modo da evidenziare la remunerazione dei fattori produttivi. È necessario, poi, sottolineare che l’osservazione dell’andamento della quota distributiva del lavoro (e, specularmente, del capitale) deve essere realizzata sul totale dei settori dell’economia nazionale, in ragione delle importanti differenze inter intra settoriali e, soprattutto, di un approccio macroeconomico. Tale elaborazione, infatti, fa appello a una legge economica (Legge di Bowley) secondo la quale una variazione costante delle quote distributive del reddito nazionale, al netto delle oscillazioni cicliche (compresa la crisi), porta a un sentiero di crescita bilanciata della domanda aggregata e dell’occupazione, senza generare spinte inflazionistiche.



Già solo la teoria esclude la possibilità che, in questa fase di depressione e deflazione, l’aumento della quota del lavoro sottragga margini di profitto da dedicare agli investimenti. Matematicamente, l’invarianza delle quote distributive si ottiene quando la crescita dei salari (le retribuzioni di fatto, tra primo e secondo livello, al netto dell'inflazione) risulta in linea con quella della produttività (intesa come rapporto tra valore aggiunto e unità di lavoro, al netto del deflatore del valore aggiunto).

C'è una chiara alleanza tra profitti e rendite a scapito del lavoro

Sono ormai numerosi gli studi che descrivono in Italia il periodo di “moderazione salariale” e la caduta della quota del lavoro negli anni novanta (dai dati Istat, dal 62% del 1990 al 53% del 2000). Va anche sottolineato che la progressiva flessione della quota di salari sul Pil è stata registrata in tutte le maggiori economie industrializzate del pianeta e, per questo, è ormai riconosciuta come una delle cause principali della crisi globale. Ma il nostro paese ha contato la flessione più forte tra tutte le economie Ocse. A prescindere dalle considerazioni politiche e sindacali, negli anni di incremento della quota del capitale non c’è stato alcun aumento degli investimenti e dell’innovazione delle imprese: l’evidenza empirica restituisce una chiara alleanza fra profitti e rendite a scapito del lavoro e dello stesso sviluppo economico.

Successivamente, nel periodo 2001-2008, non a caso conosciuto come declino dell’economia italiana, la quota del lavoro ha recuperato poco meno di 4 punti percentuali per effetto statistico della temporanea crescita dell’occupazione, soprattutto precaria e indipendente. È in questi anni che aumenta il divario con le principali economie europee in termini di produttività – a detta di Istat ed Eurostat – soprattutto del capitale e “di sistema” (misurata con la cosiddetta Produttività totale dei fattori). Basti pensare alla polarizzazione del sistema produttivo in termini di dimensione d’impresa, specializzazione produttiva e internazionalizzazione.

Infine, con l’irruzione della crisi nei bastioni della struttura produttiva nazionale, tra il 2009 e il 2014, la quota del lavoro è scesa di nuovo, di circa un punto percentuale. In questi anni, però, la dinamica è distorta dalla flessione di 9 punti di Pil, a cui ha corrisposto una fortissima perdita occupazionale (oltre un milione e mezzo di unità di lavoro) e una contrazione degli investimenti fissi di circa il 30% (circa 100 miliardi l’anno rispetto alla dinamica tendenziale pre-crisi).

La perdita di potere d'acquisto è causata dall'aumento della disoccupazione

Non solo. Concentrandosi sull'ultimo triennio della crisi, emerge che i salari di fatto tra il 2012 e il 2014 sono cresciuti meno dell’inflazione, oltre che della produttività, anche se le retribuzioni contrattuali – grazie al rinnovo dei ccnl – hanno mantenuto il potere d’acquisto (più 0,2% nell’intero arco della crisi). E, d’altra parte, i salari di fatto sono calcolati dall’Istat tenendo conto degli effetti dovuti a mutamenti nella struttura dell’occupazione per qualifica, livello di inquadramento, regime orario, anzianità, straordinari, contrattazione decentrata e al tempo di lavoro effettivamente prestato per assenze, conflitti ecc.

Quindi, fermo restando che la produttività è diminuita di meno (mediamente 0,2 punti l’anno), la perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni di fatto negli ultimi sei anni (mediamente meno 0,4 punti l’anno) è dovuta essenzialmente all’aumento della disoccupazione (soprattutto nell’industria manifatturiera e nelle costruzioni), all’ulteriore sostituzione di lavoro stabile con lavoro precario (soprattutto nel terziario privato), al “congelamento” della contrattazione nella pubblica amministrazione, al generale arresto della contrattazione acquisitiva nel secondo livello e alla riduzione del reddito per i lavoratori in cig.

Occorre riflettere su come programmare la crescita del reddito nazionale

In ogni caso, la nota del Centro studi di Confindustria offre anche l’occasione per ragionare su come programmare la crescita del reddito nazionale e l’invarianza delle quote distributive. Invece, nel quadro macroeconomico programmatico della Nota di aggiornamento del Def 2015 (propedeutica alla legge di stabilità 2016) il governo sembra voler prevedere la riduzione della quota del lavoro nel triennio in corso (mezzo punto l'anno); oltre che programmare un alto livello di disoccupazione, soprattutto giovanile, fino almeno al 2019. Nello stesso quadro programmatico, peraltro, si riconosce un contributo alla crescita potenziale del sistema-paese quasi esclusivamente da attribuire al fattore lavoro e non all’accumulazione del capitale o alla produttività totale dei fattori. Eppure, il presupposto dell’obiettivo di invarianza delle quote distributive e di una politica economica di sostegno a un sentiero di crescita bilanciata sono le politiche industriali, sociali e fiscali volte alla creazione di lavoro, all’innovazione e all’aumento dei redditi netti.

In conclusione, nella crisi i salari hanno tenuto in termini relativi, grazie all'aumento dei minimi dei ccnl, che Confindustria vorrebbe superare; ma hanno comunque perso potere d'acquisto e sono cresciuti meno della produttività, pur non avendo ancora colmato la grande perdita dei 20 anni precedenti.