Guy Ryder ricopre l’incarico di direttore generale dell’Organizzazione internazionale del lavoro dal 2012. E’ il primo a dirigere l’Agenzia delle Nazioni Unite con alle spalle un curriculum tutto votato all’impegno internazionale del sindacato. E’ stato infatti alla guida della Confederazione internazionale e prima della International Confederation of Free Trade Unions. E’ dal sindacato che è iniziata la sua carriera nel lontano 1981 quando entrò nell’ufficio politiche globali del Trade Union Congress, la confederazione inglese. Il suo impegno all’Ilo è stato fin da subito quello di rilanciare il ruolo dell’organizzazione nel fare la differenza nelle vite lavorative di tutti i cittadini in ciascuno dei cinque continenti. E la sfida è davvero imponente, all’inizio dello scorso anno, infatti, proprio dall'Ilo è arrivato l’allarme di una possibile ripresa economica senza occupazione. Da allora sono trascorsi dodici mesi, la crisi tiene ancora banco. Un pericolo che ancora sussiste secondo il direttore Ryder, intervistato da RadioArticolo1 in uno Speciale Ellemondo (qui si può ascoltare il podcast).

Temo proprio che i nostri studi mostrino che quel pericolo si stia realizzando. Anche in un momento in cui le persone iniziano a parlare di ripresa economica, la realtà dei fatti è che la disoccupazione nel mondo sta continuando a crescere. Noi stimiamo, ad esempio, che entro il 2019 ci saranno 13 milioni di disoccupati in più a livello globale. Quindi le nostre economie non stanno crescendo abbastanza velocemente per ridurre la disoccupazione e, ovviamente, il problema è particolarmente grave in Europa dove per una serie di anni vediamo una crescita lenta e, sfortunatamente, le prospettive per il prossimo biennio non sono affatto incoraggianti.

In effetti in Europa la risposta alla crisi economica è stata l’austerità, adottata come una via d’uscita da parte dell’Unione Europea. Crede sia stata una scelta giusta? Dove ci sta conducendo il perseguimento di questa strategia?

Senza dubbio all’indomani della crisi finanziaria occorreva riportare le finanze pubbliche sotto controllo. Credo che tutti riconoscano l’imperativo di dover ridurre il debito pubblico e il deficit, ma penso che il problema sia stato nell’approccio, piuttosto squilibrato. Come lei notava, tutta l’enfasi è stata riposta nel tagliare la spesa e aumentare le tasse, per riportare in equilibrio le finanze. Penso, però, innanzitutto, che sia stato troppo e troppo in fretta: avremmo dovuto adottare una prospettiva di più lungo termine su queste questioni. In secondo luogo, non c’è stato equilibrio: sfortunatamente le misure di austerità sono state applicate in modo tale che hanno asfissiato l’economia, hanno fermato la crescita, hanno ridotto la creazione di lavoro. Ritengo che una delle lezioni da apprendere dalla crisi degli ultimi 5-6 anni è che per uscire dalle difficoltà delle finanze pubbliche abbiamo bisogno di crescere, abbiamo bisogno di più persone che lavorino, che abbiano soldi da spendere, che paghino le tasse: questo non è accaduto. Perciò sfortunatamente, in qualche misura, abbiamo esasperato un approccio iniquo all’austerità che si è poi rivelata fallimentare visto che le finanze pubbliche non stanno migliorando.

In Europa la disoccupazione giovanile è altissima, i salari si riducono e allo stesso tempo si registra un divario fondamentale delle competenze nel mercato del lavoro – quello che in inglese viene detto mismatch . Come possiamo correggere queste tendenze secondo la sua organizzazione?

Sì, concordo assolutamente con il quadro che lei ha delineato perché i giovani sono i più vulnerabili nel mercato del lavoro, sono le vittime più colpite da questa crisi. Chi ha meno di 25 anni ha il triplo delle possibilità di essere disoccupato rispetto ad altri adulti, perciò sono queste le persone più danneggiate. E ovviamente siamo consapevoli che in molti dei paesi del sud Europa, penso alla Grecia, alla Spagna, ma anche al vostro Paese, la situazione è particolarmente drammatica e c’è un urgente bisogno di agire. Ora lei mi chiede come affrontare il problema. Ebbene penso che la prima cosa da dire sia che è un’illusione ritenere che la disoccupazione giovanile sarà risolta se non verrà affrontato il problema della disoccupazione in generale. Quindi le questioni complessive della crescita e del lavoro di cui abbiamo già discusso sono cruciali, oltre a tutto questo abbiamo, però, bisogno di azioni specifiche indirizzate ai giovani. La Garanzia Giovani lanciata dall’Unione Europea è stata accolta con favore dall’Organizzazione internazionale del lavoro, credo che sia importante: è importante che gli Stati membri della Ue le diano corso velocemente e in maniera efficace e noi stiamo lavorando con l’Italia e con altri Stati membri proprio per assicurarci che ciò avvenga. In secondo luogo, ritengo che ci sono forse altre due aree su cui dovremmo concentrarci: la prima è lo sviluppo delle professionalità. Come lei ha notato, c’è questa discrasia molto preoccupante tra le competenze – che spesso proprio i giovani hanno – e il tipo di impiego in cui sono occupati e noi dobbiamo correggere questo divario. Ci sono due modi per farlo: il primo è attraverso la revisione dei sistemi di apprendistato, in modo che i giovani abbiano l’opportunità di compiere esperienze lavorative mentre si stanno formando. Si tratta di una cosa in cui l’Europa vanta una forte tradizione ma che è stata in qualche modo trascurata negli ultimi anni. Dobbiamo ridare dinamica ai sistemi di apprendistato. Inoltre, i servizi pubblici per l’impiego: i governi hanno le loro responsabilità nell’aiutare i giovani a trovare il proprio posto all’interno del lavoro e l’efficienza dei servizi e dei centri per l’impiego viene spesso ignorata ma è un tema chiave nel far sì che i giovani siano connessi e inseriti nel mercato.

Direttore, ha citato il Piano Garanzia Giovani. In altre circostanze lei lo ha definito un buon esempio di quelle azioni di cui abbiamo urgente bisogno. Pensa che i governi nazionali stiano facendo abbastanza per realizzare quel programma?

Ritengo siano due le cose da dire: la prima è che nessuno dovrebbe credere che la Garanzia Giovani europea sia una panacea che risolverà tutti i nostri problemi. Non è l’unica risposta alle difficoltà che ci troviamo ad affrontare, tuttavia è una parte importante di quella risposta. E penso che questo sia il primo punto. La seconda cosa da evidenziare è che, anche con i limiti e le risorse finanziarie che la Commissione europea ha reso disponibili, ci sono delle vere sfide per rendere quel piano effettivo a livello nazionale. Vede, non è semplicemente il fatto di avere a disposizione 6 miliardi di euro a garantire che di quel denaro si faccia il miglior uso. Ci sono sistemi complessi da far funzionare efficientemente, ci sono sfide per le amministrazioni pubbliche, per le parti sociali affinché questi sistemi operino in maniera efficace. Penso che non realizzeremo mai queste azioni in modo sufficientemente veloce o sufficientemente adeguato, se non raddoppiamo i nostri sforzi per garantire che questi programmi abbiano sui giovani un effetto della portata necessaria. Certamente, non c’è dubbio che al momento dobbiamo fare ancora grossi passi in avanti.

La Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Italia – potremmo dire l’Europa meridionale nel suo complesso – hanno subìto più di altre aree la crisi economica e le successive misure di austerità. Quale potrebbe essere il ruolo del dialogo sociale per venirne fuori?

Penso che il dialogo sociale sia cruciale in queste circostanze. Sfortunatamente ritengo molto preoccupante che in alcuni paesi esso sia divenuto una vittima della crisi e che sia stato interrotto o indebolito dalle tensioni che ne sono nate. Ciò mi pare specialmente evidente in Grecia, per esempio, dove l’Ilo è stata particolarmente attiva e dove abbiamo lavorato molto duramente con il precedente governo - e dove lavoreremo altrettanto duramente con qualunque altro governo verrà eletto - per collaborare con i sindacati e i datori di lavoro di quel paese. Il dialogo sociale è la modalità operativa della nostra organizzazione. Se si guarda ai dati della crisi, se si guarda semplicemente all’Europa, quei paesi che hanno navigato meglio nella crisi, che sono riusciti a salvaguardare meglio l’occupazione durante questo periodo, sono stati gli stessi che hanno utilizzato il dialogo sociale, che lo hanno preservato e gli hanno assegnato un valore prioritario. Tanti paesi del Nord Europa lo hanno sfruttato in modo davvero molto efficace. Sfortunatamente devo dire che persino in nazioni come l’Italia, con una storia molto forte per quanto riguarda l’istituzione del dialogo sociale, si è, invece, sentito il peso di vincoli, si sono sentiti i limiti… Ritengo che - anche alla luce di quelli che chiamerei gli stress test della crisi - tutti i governi, le organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro dovrebbero riconoscere che il dialogo sociale non è un ostacolo alla ripresa, non dovrebbe esserlo, ma può invece essere uno strumento molto importante nell’individuare quella che lei definiva una via d’uscita. Credo che dovremmo tenere tutto questo molto a mente.

Dopo aver affrontato i temi della crisi economica in Europa e delle possibili strategie per invertire la rotta, proponiamo al direttore generale dell’Ilo Guy Ryder di affrontare un altro tema di eccezionale attualità: quello delle migrazioni. Sono un dato di fatto nel mondo globalizzato del lavoro ma spesso i paesi che accolgono i migranti dimenticano che molti di essi arrivano da aree del pianeta dove sono in corso conflitti e dove la vita non è affatto semplice. La domanda è se, come comunità internazionale, stiamo facendo abbastanza per i migranti in termini di condizioni di vita e lavoro dignitose e cosa dobbiamo migliorare.

La mia risposta secca alla sua domanda è: no, non stiamo facendo abbastanza collettivamente e a livello internazionale sui temi delle migrazioni. Penso che lei abbia assolutamente ragione nel dire che le migrazioni sono un dato di fatto delle economie globalizzate. I dati sui flussi migratori sono molto elevati, continueranno a crescere e noi dobbiamo riconoscerlo e dobbiamo assicurarci che le migrazioni abbiano luogo in condizioni accettabili. Devo dire che ritengo che l’Italia abbia dimostrato un senso di responsabilità straordinario e una straordinaria solidarietà: data la sua posizione, proprio al Sud dell’Europa è stata in prima linea nell’affrontare alcune delle più drammatiche vicende migratorie, e in particolare, migrazioni in situazioni di crisi. Penso che l’Italia abbia mostrato grande solidarietà, che i suoi leader però non abbiano ricevuto in cambio abbastanza solidarietà nella gestione di quelle drammatiche migrazioni. Nel 2014 l’Ilo ha presieduto il Gruppo per le Migrazioni globali delle Nazioni Unite, si tratta di un gruppo che affronta i problemi migratori a livello internazionale e quello che abbiamo cercato di fare è stato dare il nostro contributo a rafforzare una risposta pratica, globale, che permetta alle migrazioni di essere gestite in maniera efficace e attraverso quella solidarietà che dovrebbe esistere a livello multilaterale e internazionale. Sono convinto che il modo corretto di gestire le migrazioni sia attraverso la protezione dei diritti dei lavoratori migranti, la parità di trattamento tra i lavoratori migranti e gli altri e la certezza che le migrazioni avvengano attraverso canali legali e in modi che proteggano gli interessi sia dei migranti sia delle popolazioni locali. Chiaramente non abbiamo fatto abbastanza da questo punto di vista. Stiamo soffrendo un arretramento politico. Abbiamo visto crescere la xenofobia e reazioni contro i migranti nel mondo. Sono derive pericolose che la comunità internazionale e i governi nazionali dovrebbero affrontare assieme. Molto più che in passato come una priorità.

Negli ultimi anni il mondo del lavoro ha conosciuto tragedie imponenti, come quella del Rana Plaza in Bangladesh, o della miniera di Soma in Turchia che hanno rilanciato la necessità di un nuovo impegno in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Sarebbe importante sapere qual è, in queste senso, l’apporto offerto dall’Ilo.

Sì, quando parliamo di disoccupazione di massa nel mondo, di crisi, una cosa che a volte dimentichiamo è che c’è una perdita di vite permanente e massiccia dovuta a incidenti sul lavoro o a malattie professionali. Pensi solo a questo dato: ogni anno 2,3 milioni di persone – 2,3 milioni -muoiono per via di malattie professionali o incidenti sul lavoro. E in ogni caso, circa 2 milioni di questi decessi sono dovuti a malattie. E questo è un problema enorme. L’Ilo sta lanciando una nuova iniziativa per focalizzare l’attenzione su questo e per mobilitare l’azione contro questa perdita di vite umane assolutamente inaccettabile ed evitabile – perché badate non è inevitabile. Questa nuova campagna arriva proprio all’inizio di quest’anno. Ma ci sono anche questioni specifiche in circostanze altrettanto specifiche in cui la nostra azione è necessaria e lei ne ha menzionate due. Mi lasci dire qualcosa solo su Rana Plaza. Si tratta di un evento terribile accaduto nell’aprile del 2013 in cui circa 1.100 lavoratori tessili, per lo più giovani donne, rimasero uccisi nel crollo dell’edificio in cui lavoravano in Bangladesh. Noi tutti sappiamo che stavano producendo beni che lei e io compriamo nei negozi europei e statunitensi, questo ci porta a concentrare la nostra attenzione sulle catene di fornitura globali e sulle condizioni di lavoro presenti in queste catene. Sappiamo che i prodotti oggi non sono realizzati in Italia, o in Svizzera, o nel Regno Unito o negli Stati Uniti, sono realizzati nel mondo: le catene di fornitura sono globali e riescono davvero a tagliare i confini nazionali . Dobbiamo riporre maggiore attenzione - e l’Ilo lo sta facendo molto chiaramente – su come gestiamo queste catene di fornitura internazionali e globali. Dobbiamo assicurarci che le persone non siano soggette alle pietose condizioni di lavoro che abbiamo visto nel Rana Plaza. C’è molto da fare e penso che i temi della salute e della sicurezza sul lavoro non dovrebbero essere relegati a questioni di secondaria importanza. Anche in condizioni di crisi globale dell’occupazione, fanno parte della crisi stessa.

Tra soli quattro anni ricorrerà il centesimo anniversario della fondazione dell’Ilo, la nostra ultima domanda riguarda proprio quell’appuntamento e il suo impegno personale in vista di quell’anniversario. Obiettivo: rafforzare il ruolo dell’Organizzazione negli anni a venire. A cosa state lavorando?


Sì, grazie per averlo ricordato. Siamo a soli quattro anni di distanza dal nostro centenario. Siamo la più antica organizzazione internazionale e l’Italia giocò un ruolo chiave nella nostra fondazione. Pensiamo che nel nostro centesimo anniversario sia molto importante esaminare in profondità il posto assegnato al lavoro nelle nostre società e il suo futuro. Penso che se si parla con la gente per strada, nei ristoranti, in ogni luogo, persino nelle case, una delle maggiori preoccupazioni è da dove arriveranno le occupazioni del futuro, dove i nostri figli, i nostri nipoti troveranno impiego, come lavoreranno, come saranno pagati, come riconcilieremo il lavoro con il futuro del nostro pianeta. Tutti questi sono problemi enormi che le persone hanno ben in mente, ma siamo così impegnati a far fronte alle difficoltà di oggi e di domani che a volte facciamo fatica a guardare allo sviluppo del lavoro nel più lungo termine, perciò una delle cose che voglio fare in occasione del centenario dell’Ilo, è lanciare un processo di riflessione imponente sul futuro del lavoro che dovrebbe iniziare ora e terminare nella conferenza internazionale del 2019, quella del centenario. Spero in un dibattito importante sulla direzione che sta prendendo l’occupazione e su cosa dobbiamo fare per assicurarci che ce ne sia di dignitosa per tutti nel futuro. Questa è la prima di una serie di iniziative che sto lanciando per il centenario. Ce ne sono anche altre che guardando più specificamente al ruolo delle donne, all’economia verde, a come dobbiamo mettere fine alla povertà attraverso il lavoro dignitoso. Perciò queste sono grandi sfide, grandi appuntamenti per l’Ilo nel 2019. Non vogliamo una semplice celebrazione ma una profonda riflessione che aiuti la nostra organizzazione a fare il suo lavoro in maniera ancora più efficace nel futuro. Ed è a questo che ci stiamo preparando.