Pensioni, i conti non tornano. Cristian Perniciano, responsabile Fisco e finanza pubblica Cgil, Roberto Pizzuti, docente di Economia politica all’Università la Sapienza di Roma, Ezio Cigna, responsabile Previdenza pubblica Cgil, sono intervenuti oggi a Economisti erranti, la trasmissione settimanale di RadioArticolo1.

 

“La spesa previdenziale incide del 17,7% sul bilancio dello Stato – ha esordito Perniciano –. Rispetto alla media Ue, si tratta di una percentuale alta, visto che siamo secondi dopo la Grecia. E, guarda caso, noi e i greci siamo anche gli unici paesi che non hanno un reddito di base, oltre ad avere il livello di evasione fiscale più elevato. La nostra spesa previdenziale alta è frutto anche di un’impostazione storica del sistema italiano di welfare, molto concentrato sulla prestazione pensionistica e poco sull’aiuto al lavoratore in difficoltà o disoccupato. Peraltro, nel calderone Inps vi sono fondi che pesano più di altri e alcune casse andate in default. Comunque, la spesa previdenziale può anche essere alta e si può discutere su come disegnare il welfare, ma non lo si può fare partendo dalla legge Fornero, che punta a tagliare 80 miliardi in dieci anni. Per noi, insomma, ogni cambiamento va fatto non per risparmiare, ma per creare un sistema migliore dal punto di vista dell’equità, dell’universalità, del principio solidaristico”.

Il nostro sistema previdenziale tiene eccessivamente conto dell’andamento demografico del Paese – ha detto Pizzuti –. Se la vita media attesa aumenta di 5 mesi, far slittare di uno stesso numero di mesi anche l’età di pensionamento significa non rispettare che esiste un tempo di vita di lavoro e un tempo di vita da pensionato. Per capirci, se una persona lavora 40 anni e sta in pensione 20, se poi vive un po’ di più, supponiamo di 6 mesi, beh, quei 6 mesi andrebbero divisi in 4 di lavoro e 2 di pensionamento in più, per tener fede agli equilibri esistenti. Invece, com’è successo di recente, se c’è un aumento della vita media di 5 mesi, questi vengono tradotti tutti in termini di maggior tempo di vita lavorativa. Ciò è incongruo, perché così sparisce il tempo di pensionamento. Inoltre, vorrei ridimensionare il dato nazionale di spesa pensionistica del 17,7%. L’Eurostat insiste nell’includere anche il Tfr, che non c’entra nulla e che in altri Paesi non c’è, e il fisco, che in alcuni Stati europei è molto più tenue che da noi, dal lato delle ritenute fiscali. Aggiungo che l’invecchiamento demografico è una cosa che riguarda l’evoluzione della nostra società, non è colpa degli anziani. Ragion per cui, i suoi effetti vanno ripartiti sull’intera collettività”.

Al tavolo di confronto, il governo si è disimpegnato sulla cosiddetta fase 2. Dei 6 temi in discussione, è rimasto veramente poco in termini di risorse – ha sostenuto Cigna –. La contabilizzazione di spesa riguarda solo 2 punti. La previdenza complementare nel suo rafforzamento è stata esclusa, nel senso che si fanno solo dei piccoli accorgimenti rispetto alla fiscalità del pubblico impiego. Ma soprattutto mancano del tutto temi per noi centrali, che lo erano invece quando la Presidenza del Consiglio firmò il verbale di sintesi il 28 settembre 2016, cioè giovani e donne. Noi avevamo chiesto accorgimenti seri su una pensione di garanzia nel sistema contributivo per i giovani, e delle risposte al mondo delle donne, che con la ‘Fornero’ vedono drasticamente peggiorare il proprio requisito pensionistico in soli 5 anni, passando dai vecchi 60 anni ai 67 nel 2019. Quest’ultima è un’equiparazione con gli uomini che le donne non possono sopportare, in ragione del lavoro di cura che molte svolgono in famiglia, che non è solo l’accudimento dei figli, ma anche dei genitori anziani, dei portatori di handicap, cose del tutto ignorate da Palazzo Chigi”. 

In realtà, il governo non ha preso alcuna decisione sulla pensione dei giovani, che poi è il fulcro del sistema pensionistico futuro. "Non comprendendo che proprio oggi bisogna intervenire per evitare una situazione di dramma sociale che arriverà tra 15-20 anni, quando le pensioni saranno il 33% del salario medio e determineranno una massa sterminata di pensionati poveri, che saranno poi gli attuali quarantenni”, ha aggiunto Pizzuti.

Si rischia la creazione di una vera e propria bomba sociale, conferma Perniciano, "perché il nostro è un sistema a ripartizione, dove la sostenibilità dipende non solo da quante pensioni escono, ma anche da quanti contributi entrano. Se la disoccupazione è a due cifre, se gli aumenti di produttività vanno più sul capitale che sui salari, è evidente che ci saranno meno versamenti previdenziali e ciò indebolirà sempre di più il sistema, fino a farlo scoppiare”.

“Da anni – ha concluso Cigna –, la Cgil ha elaborato una proposta di pensione di garanzia nel sistema contributivo che riguarda i quarantenni di oggi, che hanno iniziato a lavorare nel '96. Il punto-chiave è che dobbiamo costruire un meccanismo di solidarietà all’interno del sistema contributivo che è assente, perché la costruzione del proprio montante è individuale, cioè quello che tu avrai fatto sarà la pensione che percepirai. Di questo, abbiamo discusso per mesi, ma nel rush finale il governo ha detto no: è un grave errore, nel momento di assumersi delle responsabilità l’esecutivo ha fatto dietrofront non rispettando gli impegni”.