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L'analisi

Il lavoro ci ha salvato

Foto: Sikai Gu (da Unsplash.com)
Antonio Martini
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Lavoratrici e lavoratori hanno tenuto in piedi le nostre comunità. Una cosa è certa: per lasciarci alle spalle le attuali difficoltà, per cambiare modello di sviluppo, per tornare a crescere e distribuire equamente il benessere, non si potrà prescindere dal lavoro

Alessio Rossi, un giovane rider veneto di Just Eat, ha raccontato di come - durante la pandemia - il carico di lavoro sia triplicato. È stata purtroppo questa l'unica novità per coloro che ci hanno portato, anche durante le feste di Natale, il cibo a casa "ripagandoci" dell'impossibilità di andare al ristorante. "Le situazioni sono sempre le stesse: non ti dà niente nessuno. Alcun dispositivo di protezione garantito dall'azienda, perfino le mascherine sono a nostro carico. Quando piove e non abbiamo consegne da effettuare, siamo in mezzo alla strada, se siamo fortunati troviamo riparo sotto un portico". Nemmeno la paga è migliorata: una media di 6 euro all'ora, ma spesso si scende a 4, sempre che ci siano chiamate a cui rispondere. Altrimenti si resta a disposizione senza guadagnare nulla. 

È una delle tante testimonianze che abbiamo raccolto per raccontare per Collettiva cos'è stato il 2020 per la nostra Regione.

Potevamo scegliere altre chiavi di lettura, ma per quanto ci riguarda non ci sono dubbi che quello che si chiude è stato l'anno del lavoro, delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno tenuto in piedi le nostre comunità.

Dopo essere stati bombardati per un tempo fin troppo lungo di concetti come: merito, eccellenze, centralità delle aziende, privilegi dei dipendenti pubblici; dopo aver considerato (non noi, ma quasi tutti gli altri) lo stato sociale e, in particolare, la copertura sanitaria universale lussi che non potevamo più permetterci, ci si è resi conto che proprio il lavoro pubblico (negli ospedali, nelle RSA e nella scuola in primis) e quello privato (nelle aziende alimentari, nel manifatturiero, nei trasporti, nei supermercati, e in tutti gli altri settori che consideriamo essenziali) ci hanno salvati nei momenti più bui, quando non avevamo nemmeno la possibilità di uscire dalla nostra abitazione.

Questo è vero in tutto il Paese, e lo è anche in Veneto, dove chi governa ama presentarsi come il primo della classe quando le cose vanno bene, per poi scaricare su altri le responsabilità quando le cose vanno peggio che in tutto il resto d'Italia, come sta avvenendo durante la seconda ondata del Coronavirus.

I lavoratori le proprie responsabilità, invece, se le sono assunte fino in fondo, spesso per retribuzioni che non consentono neanche di arrivare alla fine del mese, e ancor più spesso rischiando la salute, quando non la vita (i livelli di contagio negli ospedali e nelle case di riposo per gli operatori sono ben superiori rispetto alla scorsa primavera e i ritmi di lavoro disumani).

Siamo messi davvero male dal punto di vista dell'emergenza sanitaria, non va meglio per ciò che concerne la crisi economica. Le previsioni degli istituti di ricerca prevedono un calo del Pil superiore alla media nazionale (-10%), il monte ore lavorato è sceso come mai prima d'ora (-21%), quando verrà meno il blocco dei licenziamenti c'è il rischio concreto che uno tsunami occupazionale colpisca il nostro tessuto produttivo.

Molto dipenderà da come riusciremo a mettere sotto controllo la diffusione del Covid e da come utilizzeremo le risorse disponibili per la ricostruzione.

Saranno tutte risorse extra territoriali, visto che la scelta di un abbassamento generalizzato della pressione fiscale (di cui hanno goduto soprattutto i più abbienti) portata avanti nell'ultimo decennio dalla Regione ha disarmato il livello locale da qualsiasi possibilità di intervento a sostegno di chi sta pagando le conseguenze più gravi del dramma che stiamo affrontando.

La Cgil del Veneto ha molte buone idee in proposito, e non mancheranno occasioni per parlarne più approfonditamente.

Una cosa è certa: per lasciarci alle spalle le attuali difficoltà, per cambiare modello di sviluppo in chiave ecologica, tecnologica e sociale, per tornare a crescere e - contrariamente al passato - distribuire equamente il benessere, non si potrà prescindere dal lavoro, che dopo aver fatto quanto doveva per aiutare tutta la società veneta, non ha nessuna intenzione di farsi da parte per consentire ai soliti noti di decidere il futuro della nostra terra.

Antonio Martini, ufficio stampa Cgil Veneto