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Se il problema è la lingua, allora la soluzione è semplice: dotare le scuole di risorse e strumenti per colmare il gap che ragazze e ragazzi con background migratorio sono costretti a scontare e che, chiaramente, ne compromette l'integrazione. Il tetto del 30% - che per altro riguarderebbe appena 2.000 classi in Italia, lo 0,6% del totale e che in realtà esiste dal 2010 ma è di difficilissima applicazione - serve a poco, anzi serve solo a discriminare.
Non ha dubbi Simone Cavari, dirigente scolastico dell’Isis Gobetti-Volta di Bagno a Ripoli in provincia di Firenze. Un istituto superiore con vari indirizzi e una cospicua presenza di studenti di origine straniera, in particolare sudamericani e nordafricani, presenti soprattutto nei percorsi tecnici.
Mentre il governo, dopo gli interventi di Mattarella e Zuppi, parla “solo” di ragazzi senza cittadinanza e che a seguito di un test non dimostrerebbero un’adeguata conoscenza della lingua italiana - le scuole sono alle prese con i problemi quotidiani che le storie migratorie comportano. “Nel nostro istituto - racconta Cavari - abbiamo istituito un gruppo di lavoro in L2, la seconda lingua, che per questi ragazzi è l’italiano. È la prima cosa che devi offrire loro, arrivano da noi, magari a gennaio, e si trovano catapultati in una realtà che non conoscono, senza conoscere una sola parola della nostra lingua. Pensa a cosa significa stare cinque ore in una classe senza capire nulla di quello che si dice. Se non si fa nulla, è abbastanza normale che dopo qualche giorno non vengano più”.
Proprio per questo, continua il dirigente scolastico, “li intercettiamo subito, grazie al lavoro di alcuni docenti con certificazione L2 o che comunque si dimostrano disponibili a prestare la propria opera, insieme anche ad altri insegnanti volontari già in pensione. Durante la mattina raccogliamo questi studenti dalle classi e formiamo dei piccoli gruppi per insegnare loro la lingua di relazione, che permetta loro innanzitutto di avere rapporti con i coetanei e con gli insegnanti. In queste prime fasi, ovviamente, le discipline di apprendimento devono un po’ essere messe da parte”.
L’altro progetto messo in piedi dall’istituto toscano si chiama “Studio insieme”: ragazzi di quarta e di quinta rimangono a scuola nel pomeriggio tre volte a settimana e aiutano gli studenti di prima e di seconda, italiani e stranieri, ovviamente coordinati da un docente. “Cerchiamo di fare quello che si può - osserva il dirigente scolastico -, di offrire un sostegno con in mezzi che abbiamo e che non sono molti. Un tempo esisteva un finanziamento proprio per le aree a forte processo immigratorio e adesso non c'è più”.
Per Cavari la questione è semplice: “Se il problema è la lingua bisogna trovare risorse e strumenti per far sì che questi ragazzi che non sanno l'italiano lo possano apprendere. Il tetto del 30% non mi pare una soluzione. Innanzitutto è di difficile applicazione, soprattutto al di fuori delle città: chi si incaricherebbe di fornire il trasporto a diversi chilometri di distanza? I Comuni? Mi sembra molto difficile anche dal punto di vista organizzativo”.
Ma la prima questione è ovviamente un’altra. “Credo sia di dubbia costituzionalità - sottolinea Cavari - dare agli italiani la possibilità di scegliere la scuola che preferiscono e negarla ai non italiani se il tetto viene superato”.
Se la comunicazione è il principale strumento di integrazione, “allora – continua - bisogna iniziare a insegnare la lingua di relazione già dal primo ciclo d’istruzione”. Ma qui le note sono dolenti. La classe di concorso A023, quella che riguarda l’insegnamento della lingua italiana a discenti di origine straniera, è tra quelle più colpite dai tagli negli ultimi anni e comunque i numeri sono largamente insufficienti: 1.268, 506 nei Cpia (i Centri per l’istruzione degli adulti) e 762 nelle classi primarie, con un taglio di 175 posti.
Il nodo è sempre quello. Servono investimenti, anche per soluzioni organizzative. “Per esempio - suggerisce Cavari - formare classi più piccole, avere come si diceva più insegnanti specializzati in L2”. Sarebbe una politica, ma quella del governo è propaganda: in una scuola in cui si muore di caldo - o di freddo in inverno -, in cui ci sono 200 mila precari, in cui mancano insegnanti di sostegno e quelli che ci sono spesso non hanno il titolo di specializzazione, in cui lo stato degli edifici è quello che conosciamo, il problema per Meloni e Valditara sono gli “stranieri” che minerebbero l’identità italiana e potrebbero provocare addirittura, come ha detto il ministro, una fuga dalla scuola degli “studenti bianchi”.


























