La normativa italiana sull’inserimento lavorativo delle persone con disabilità è avanzata, ma tra il diritto scritto (formale) e il diritto realmente esigibile (sostanziale) resta ancora una distanza inaccettabile. La Costituzione, con gli articoli 3 (in cui finalmente è stato introdotto il termine disabilità) e 4, non si limita a riconoscere il diritto al lavoro: affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di partecipare pienamente alla vita sociale e produttiva. Eppure, nella realtà quotidiana, questo diritto continua a scontrarsi con precarietà, frammentazione dei servizi, disuguaglianze territoriali e tutele insufficienti per le persone con disabilità e per i caregiver.

La legge 68 del 1999 ha superato la logica del collocamento obbligatorio, introducendo la logica dell’incontro tra capacità della persona, organizzazione del lavoro e responsabilità dell’impresa. Serve applicarla questa legge fino in fondo e rilanciarla rafforzando i centri per l’impiego, anche assumendo personale qualificato. È, ovviamente, necessario rendere stabili i fondi e garantire accomodamenti ragionevoli. Insomma, occorre costruire una cultura del lavoro fondata su inclusione, dignità e partecipazione.

Secondo l’ultima relazione al Parlamento sull’attuazione della legge migliaia di posti riservati alle persone con disabilità restano vuoti, mentre migliaia di aspiranti lavoratori e lavoratrici attendono un’occasione di occupazione. Nel pubblico non solo gli avviamenti calano di circa il 30 per cento, ma quel che è davvero difficile da comprendere è che aumentano i contratti a termine, che arrivano al 58 per cento, e continuano a prevalere mansioni poco qualificate. Ciò che appare evidente è che troppe imprese preferiscono pagare sanzioni o aggirare l’obbligo invece di assumersi fino in fondo la responsabilità dell’inclusione.

Che fare? L’accomodamento ragionevole è un terreno decisivo d’iniziativa sindacale. È uno strumento di uguaglianza sostanziale previsto dalle norme, non un favore concesso dall’azienda. Che vuol dire accomodamento ragionevole? Semplice, significa rimuovere barriere fisiche, organizzative, sensoriali e culturali; significa adattare postazioni, tempi, formazione, comporto, mansioni, turni e modalità di lavoro. In sostanza, significa rendere il lavoro concretamente accessibile e sostenibile.

L’accomodamento ragionevole deve diventare parte ordinaria della progettazione dei luoghi di lavoro, costruita sul singolo, rispettando le sue peculiarità, non una misura eccezionale da rivendicare caso per caso. Per fare tutto ciò servono finanziamenti stabili, procedure omogenee nei territori e un ruolo effettivo della contrattazione.

La contrattazione collettiva è quindi il terreno decisivo. Nei contratti nazionali e nella contrattazione di secondo livello dobbiamo rafforzare il riferimento all’accomodamento ragionevole, al coinvolgimento delle persone interessate, al ruolo delle rappresentanze sindacali e alla responsabilità sociale d’impresa.

Ma non basta scrivere principi generali: servono procedure esigibili, tempi certi, verifiche periodiche, formazione dei dirigenti e dei responsabili aziendali. E strumenti di tutela contro ogni forma di discriminazione diretta, indiretta o per associazione.

Il lavoro non è solo reddito: è autonomia, cittadinanza, relazione, dignità, inclusione. Per questo il sindacato deve stare dentro questa sfida con più forza, nei tavoli istituzionali e nei luoghi di lavoro, orientando la contrattazione verso diritti, benessere, continuità occupazionale e piena valorizzazione delle persone.

Valerio Serino è responsabile dell’Ufficio Politiche per il lavoro e l’inclusione delle persone con disabilità della Cgil nazionale