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Finalmente una buona notizia. In un Paese dove ogni furberia ama travestirsi da libertà negoziale, qualcuno ha avuto il coraggio di dire che mille contratti depositati al Cnel somigliano più a una discarica che a un archivio. E già questa, tra i rottami del dibattito pubblico, pare quasi un’apparizione mariana.
Le nuove linee guida mettono una scopa dove per anni ha regnato il bazar. Soglie minime oltre il 5 e il 3 per cento delle platee coinvolte e criteri agganciati al Codice degli appalti. Risultato? Quasi il 99 per cento dei lavoratori italiani risulta coperto da contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil. Il resto somiglia a una giungla di sigle tascabili, utili soprattutto a tagliare salari e dignità.
Per le pubbliche amministrazioni, poi, la faccenda cambia parecchio. Invece di perdersi dentro oltre mille etichette depositate, potranno orientarsi tra circa 150 contratti davvero applicati. Una differenza enorme. Meno nebbia, meno alibi, meno gare d’appalto imbastite scegliendo il contratto più gracile come si sceglie il vino peggiore per ubriacare il costo del lavoro.
La ripulitura dell’archivio serve, però non basta. Occorre misurare sul serio la rappresentatività di sindacati e associazioni datoriali, stanare le firme autentiche dentro il mucchio e riconoscere la mano di soggetti realmente radicati e capaci di offrire le tutele economiche e normative più alte.
Il passaggio decisivo arriva adesso. Premiare, anche nell’accesso a contributi pubblici e vantaggi normativi, esclusivamente i contratti nazionali. Sembra ovvio, ma per anni si è coccolato il dumping contrattuale come una piccola astuzia di mercato. Ora sarebbe il caso di chiamarlo col suo nome: concorrenza fondata sul furto. Stesso lavoro, stesso salario, stessi diritti. Il resto è archeologia della rapina.






















