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Il nuovo rapporto congiunto della Fao e della World Meteorological Organization parla chiaro: il caldo estremo sta mettendo sotto pressione i sistemi agroalimentari globali, minacciando la salute e i mezzi di sussistenza di oltre un miliardo di persone e causando ogni anno la perdita di circa 500 miliardi di ore di lavoro. Un monito che arriva nella Giornata internazionale della Terra.
In pericolo tutti i sistemi alimentari e gli esseri umani
Il report spiega che la frequenza, l'intensità e la durata delle ondate di calore sono cresciute in modo significativo negli ultimi 50 anni, con effetti diretti su colture, allevamenti, pesca e lavoratori agricoli. Il caldo estremo agisce quindi come un "moltiplicatore di rischio", amplificando fenomeni già in atto come siccità, incendi, diffusione di parassiti e malattie.
Quando le temperature sorpassano i 30 gradi le rese delle colture iniziano a diminuire, perché il caldo prolungato interrompe la fotosintesi, con riduzione della fertilità delle piante e delle qualità dei raccolti. Già sopra i 25 gradi gli animali da allevamento entrano in stress termico con riduzione della produttività e rischi per la salute. Le ondate di calore riducono l'ossigeno disciolto nei mari, mettendo a rischio la sopravvivenza dei pesci: nel 2024 il 91% degli oceani ha sperimentato almeno un episodio di caldo marino estremo.
Il fenomeno ha anche un impatto diretto sugli esseri umani, in particolare sui lavoratori agricoli: in alcune regioni del Sud Asia, dell'Africa subsahariana e dell'America Latina, i giorni troppo caldi per lavorare potrebbero arrivare fino a 250 l'anno.
Le guerre e l’ambiente
Il direttore generale della Fao, QU Dongyu, durante la 38ª sessione della Conferenza regionale dell’Agenzia dell’Onu per il Vicino Oriente, ha lanciato inoltre l’allarme secondo il quale il conflitto in Medio Oriente sta aumentando la pressione su sistemi agroalimentari già fragili, con effetti che potrebbero estendersi ben oltre l’area direttamente coinvolta.
Ci sono poi altri fattori climatici come le siccità improvvise dovute alle temperature elevate e che sono sempre più intense: prosciugano il suolo in pochi giorni, innescando incendi boschivi e favorendo la proliferazione di parassiti, il suolo perde la capacità di trattenere l’acqua e diviene più vulnerabile all'erosione.
Viene citato il caso emblematico della primavera 2025 in Kirghizistan, dove le temperature di 10,8^ superiori alla norma, hanno causato uno shock termico al grano, un'infestazione di locuste e calo dei raccolti di cereali del 25%.
La siccità comporta poi che in presenza di abbondanti piogge, spesso anch’esse improvvise, il terreno non sia più in grado di drenare l’acqua provocando allagamenti e devastazioni. Sono sempre infatti più frequenti i fenomeni di inondazioni lampo. Tutto ciò ha tra i risultati la perdita temporanea o definitiva di intere aree coltivabili e, di conseguenza, la perdita di ore lavorative, di posti di lavoro per chi è impiegato in agricoltura e nell’indotto.
Solidarietà internazionale e stop alle emissioni oppure il collasso
Qu Dongyu e Celeste Saulo, segretaria generale della Wmo, insistono sul bisogno urgente di mettere in campo strategie di adattamento, anche nella consapevolezza che, seppure con uno stop improvviso (quanto evidentemente impraticabile) a tutti i fattori che hanno determinato e stanno determinando il cambiamento climatico, dalla situazione attuale non sia iù possibile tornare indietro.
Tra le misure proposte lo sviluppo di colture più resistenti, la modifica dei calendari agricoli, sistemi di allerta precoce e un maggiore accesso a strumenti finanziari come assicurazioni e sostegni economici.
In ogni caso, le soluzioni tecniche non basteranno in assenza di interventi strutturali e cooperazione internazionale. Ciò di cui il Pianeta continua ad avere bisogno è una transizione verso modelli a basse emissioni per garantire la sicurezza alimentare globale nel lungo periodo.


























