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Sembravano inseparabili. Selfie, pacche sulle spalle, ammiccamenti social. Una coppia politica nata sotto il segno dell’algoritmo nero, cresciuta a colpi di like e slogan urlati. Poi qualcosa si rompe. I cuoricini spariscono, resta il fastidio. L’amore politico finisce anche a destra, dove la fedeltà dura il tempo di un saluto romano.
Salvini credeva fosse un flirt utile. Un militare da esibire, un’icona muscolare per dare spessore a una leadership sgonfia. Vannacci invece ha preso la cosa sul serio. Troppo serio. Ha scambiato il corteggiamento per investitura, il palco per trincea, la Lega per un’anticamera del destino. Quando l’allievo corre più a destra del maestro, il maestro frena.
La rottura racconta più di mille analisi. Nessuna divergenza politica, solo una gara di radicalità finita male. Salvini annaspa nel moderatismo d’emergenza, Vannacci punta dritto all’elettorato che sogna l’ordine come nostalgia e la disciplina come identità. Uno teme l’irrilevanza, l’altro la corteggia. Nessuno dei due teme il ridicolo.
Così il generale resta solo, in aspettativa permanente, sospeso tra talk show e crociate culturali. L’ennesimo partito nuovo di zecca, con l’elmetto pieno di slogan e poche truppe reali. Il capitano invece archivia l’esperimento, come si fa con le storie nate male. Si cambia foto profilo e si finge maturità.
Alla fine restano i cuoricini, solo cuoricini. Quelli scambiati per consenso, quelli usati come programma, ma spezzettati alla prima difficoltà. Simboli leggeri per un gioco pesante, dove l’estrema destra si moltiplica per scissione e la destra tradizionale perde il controllo dei propri mostri. Amarsi meno, odiarsi meglio. È questa la linea.






















