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La riorganizzazione del gruppo Eni e la nascita di Eni Industrial Evolution accendono nuove preoccupazioni a Taranto. La Filctem Cgil chiede chiarimenti immediati su investimenti, prospettive industriali e tutele occupazionali, mentre cresce l’incertezza sul futuro della raffineria jonica. Il tema è stato al centro di un’assemblea molto partecipata tenuta all’interno dello stabilimento, con la presenza del segretario nazionale Antonio Pepe e del segretario generale territoriale Francesco Bardinella.
L’incontro ha fatto il punto sui cambiamenti entrati in vigore dal 1° gennaio, data in cui le attività di raffinazione tradizionale sono confluite nella nuova società. Secondo il sindacato, la ristrutturazione del gruppo, articolata in una costellazione di società controllate, appare guidata più da esigenze finanziarie che da una visione industriale di lungo periodo. Un’impostazione che rischia di produrre effetti pesanti proprio sugli impianti considerati strategici, come quello di Taranto.
Una società senza leve strategiche
La nuova Eni Industrial Evolution riunisce le raffinerie di Taranto, Livorno, Sannazzaro e Milazzo al 50%, oltre al centro ricerche, a 16 depositi e al costiero gas. Restano però escluse dal perimetro le bioraffinerie di Venezia e Gela e, soprattutto, la tecnologia Est, insieme ai relativi brevetti, mantenuti in capo alla capogruppo. Si tratta di una tecnologia proprietaria e strategica che consente di trasformare i residui più pesanti del petrolio in prodotti a maggior valore, aumentando l’efficienza della raffinazione. Per la Filctem, l’esclusione delle leve tecnologiche più avanzate indebolisce il ruolo industriale della nuova società, che rischia di operare in posizione subordinata, dipendendo dalle scelte della casa madre e dalle oscillazioni del mercato.
A preoccupare ulteriormente è l’assenza di un piano industriale definito. Mancano indicazioni chiare sugli investimenti, sulle prospettive occupazionali e sul futuro degli impianti coinvolti. Un vuoto che pesa in modo particolare su un territorio come Taranto, dove la presenza produttiva di Eni rappresenta un presidio economico e sociale fondamentale.
Privatizzazioni e transizione a rischio
Nel corso dell’assemblea è stato richiamato anche il quadro nazionale, con il riferimento alla cessione da parte del Governo del 2,8% delle quote Eni, inserita nella strategia di privatizzazioni. Secondo la Filctem, l’operazione rischia di indebolire ulteriormente il ruolo pubblico dell’azienda, riducendo risorse e capacità di intervento proprio nella fase della transizione energetica e della chimica di base, già segnata dalle chiusure dei cracking di Brindisi e Priolo.
Pepe e Bardinella mettono in guardia dal combinato disposto tra privatizzazioni, modello societario frammentato e ritardi negli investimenti. Una miscela che potrebbe mettere in discussione la stessa permanenza industriale del gruppo in Italia, aprendo la strada a operatori senza radicamento territoriale e senza una visione di sviluppo per i territori.
Taranto di nuovo in bilico
Per Taranto, impegnata da anni in un difficile percorso di riconversione industriale, la partita sulla raffineria assume un valore decisivo. Il sindacato chiede un confronto immediato e trasparente con l’azienda per chiarire gli impegni sugli investimenti futuri, il destino dello stabilimento e le garanzie per i lavoratori. Senza risposte concrete, avverte la Filctem, la transizione rischia di tradursi nell’ennesima occasione mancata.






















