In carcere i diritti delle persone non vengono garantiti. Sovraffollamento crescente, anche negli istituti per minorenni, condizioni materiali di vita degradate, isolamento dal territorio, difficoltà di garantire percorsi di cura, lavoro e reinserimento sono malanni ampiamente documentati.

A pagarne le conseguenze, i detenuti e il personale penitenziario, sanitario e socio-assistenziale. Questi problemi però difficilmente finiscono al centro del dibattito pubblico.

Un’assemblea aperta

Per rilanciare una riflessione pubblica sulle responsabilità che stanno dietro a questa situazione, una cordata di organizzazioni e associazioni, tra cui la Cgil, da tempo impegnate a denunciare le condizioni in cui versano le carceri, hanno organizzato il 6 febbraio un’assemblea aperta dal titolo “Diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”.

Un’occasione per condividere analisi, esperienze e proposte e per ragionare insieme su possibili iniziative comuni. Per gli organizzatori, gli strumenti per intervenire esistono, è necessario discuterne e renderli praticabili, a partire dalla richiesta esplicita di provvedimenti di clemenza, in grado di incidere sul grave sovraffollamento, causa di condizioni inumane.

La chiave della prevenzione

“La vera emergenza non è prevedere un maggior ricorso al carcere, ma prevenirlo, renderlo un luogo adeguato alla funzione di rieducazione e recupero che gli è attribuita dalla Costituzione – sostiene la segretaria confederale Cgil Daniela Barbaresi -. La vera emergenza è ridurre il numero delle presenze in carcere. È indispensabile superare il sovraffollamento attraverso misure alternative, sanzioni sostitutive, sanzioni e misure di comunità, un minor ricorso alla carcerazione preventiva. Con l’assemblea del 6 febbraio ribadiremo con forza la richiesta di provvedimenti di clemenza e umanità, a partire da amnistia e indulto che, accompagnati da percorsi seri e concreti di inclusione, possono contribuire in maniera effettiva all’abbattimento del sovraffollamento e al positivo reinserimento delle persone nella società”.

Governo in direzione opposta

Nonostante i numerosi appelli, le parole inequivocabili pronunciate durante l’anno giubilare prima da papa Francesco e poi da papa Leone XIV, le prese di posizione di rappresenti delle istituzionali, primo fra tutti il presidente della Repubblica Mattarella, non ci sono stati interventi concreti. Anzi, sembra che tutto vada nella direzione opposta. Il governo Meloni ha battuto ogni record per nuovi reati introdotti, per l’inasprimento di pene per reati già previsti dal codice, nel pacchetto Sicurezza oltre alla rivolta in carcere, diventa reato persino la resistenza anche passiva.

L’indulto è previsto dalla Costituzione

“Basterebbe un provvedimento di indulto, previsto dall’articolo 79 della nostra Costituzione, per risolvere il sovraffollamento in carcere – dichiara Stefano Anastasia, garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà per la Regione Lazio -. L’eccesso di presenze è di 16 mila detenuti, che corrispondono ai condannati con pena residua di due anni. Un indulto con queste caratteristiche riporterebbe la popolazione alla capienza regolamentare".

“La grande difficoltà, il motivo per cui questa possibilità non è stata presa in considerazione – prosegue Anastasia -, è che per essere deliberato l’indulto richiede la maggioranza qualificata dei due terzi del parlamento in ogni articolo e nella votazione finale. Una novità introdotta nel 1992, perché prima era prevista la maggioranza semplice. Fino ad allora in Italia abbiano avuto un provvedimento di amnistia e indulto ogni tre anni, dopo, soltanto nel 2006”.

Governare le carceri con la clemenza

Le nostre carceri sono state governate per anni grazie a provvedimenti di clemenza. Poi sono intervenute politiche più restrittive, introduzione di molti nuovi reati e aumenti di pena, che hanno reso il sistema ingovernabile. Nel 1990 è entrata in vigore la legge sulla droga, con elementi che hanno prodotto un alto tasso di incarcerazione, insieme ai reati minori come il furto o la resistenza a pubblico ufficiale.

Dei quasi 64 mila detenuti, appena il 20 per cento è stato condannato per reati gravi, ovvero criminalità organizzata e delitti contro la persona.

Intervenire per garantire i diritti

“Ma di indulto in Italia non si può parlare – riprende Anastasia -. Il governo sostiene che per la certezza della pena non si può fare ricorso all’indulto. Se c’è una violazione dei diritti fondamentali della persona bisogna intervenire e l’indulto è previsto dalla Costituzione. Inoltre l’esecutivo asserisce che l’indulto aumenta la recidiva, un’affermazione priva di fondamento. Dopo l’ultimo provvedimento del 2006, il ministero della Giustizia commissionò una ricerca sul tema: scoprimmo che dopo 5 anni la recidiva di chi era uscito con l’indulto era la metà rispetto a quella ordinaria, il 34 per cento contro il 67 per cento. Questo vuol dire che aveva funzionato perfettamente”.

Un’altra politica

Certo, un atto di clemenza come l’indulto può risolvere il sovraffollamento per un periodo limitato, al massimo tre anni. Dopo, se non ci sono politiche penali che riducano le incarcerazioni per reati minori, il problema si ripresenta. “Ma nel frattempo ci sono i tempi per fare un’altra politica – dice il Garante -. Oppure per ampliare la capienza, costruire nuovi padiglioni”.

“Chiediamo al governo di prendere finalmente in esame le proposte che già esistono – aggiunge Barbaresi -, come l’aumento dei giorni per la concessione della libertà anticipata, quella sulle case di reinserimento sociale, la depenalizzazione di alcuni reati minori, un ricorso più ampio e serio alle misure alternative. I dati drammatici del sovraffollamento, dei suicidi, degli eventi critici ci chiedono di procedere finalmente provvedimenti di clemenza, accompagnandoli a misure serie di inserimento lavorativo, sociale, social housing, perché le persone non si ritrovino sole e abbandonate fuori dal carcere".

"Per questo è stata avanzata anche la proposta di indulto differito – conclude la leader sindacale -, cioè preparato e accompagnato, per dare continuità a un percorso riabilitativo dentro e fuori dal carcere, con la presa in carico delle persone che eviti le recidive legate alla solitudine, alla marginalità, all’impossibilità di sperimentare percorsi di inclusione vera”.