Si entra in aula e pare di assistere a una seduta spiritica: Giorgia Meloni evoca un’Italia che nessuno riconosce, liscia, prospera, obbediente. Fuori si accumulano sconfitte, dentro si riscrivono come prove di carattere. Referendum affondato, Santanchè e Delmastro accompagnati alla porta, e subito dopo la narrazione riparte, impeccabile, come se la realtà fosse un dettaglio trascurabile.

La “fase due” viene agitata come una parola d’ordine da comizio permanente. Un dispositivo retorico collaudato: si perde e si dichiara di aver vinto meglio. Il rifiuto diventa carburante, la battuta d’arresto una benedizione. Nessuna correzione, nessun inciampo ammesso. Un’operazione linguistica che scambia l’ostinazione per coerenza.

Il resto segue una liturgia precisa. L’opposizione ridotta a disturbo di fondo, le domande trasformate in offese, i fatti scomodi trattati come rumore. Le immagini che imbarazzano sciolte nell’acido della propaganda, i rapporti opachi dissolti in una prosa levigata. Il potere si racconta innocente e si autoassolve. Sempre.

Sulla scena internazionale il copione si fa perfino più audace. Guerra, crisi energetica, tensioni globali: tutto tradotto in formule prudenti, in frasi che scivolano senza lasciare traccia. Si invoca l’Europa, si propone di sospendere vincoli come se fossero formalità negoziabili a piacere. Intanto gli equilibri saltano, e il linguaggio resta sospeso, elegante e vuoto.

Poi basta uscire dal palazzo. Lì l’Italia respira a fatica, tra salari compressi e lavori che si sfilacciano. Ma nel racconto ufficiale ogni cosa procede, ogni scelta funziona, ogni critica rafforza. A questo punto resta una sola soluzione coerente: adeguarsi alla favola. Chi non ce la fa, si convinca di vivere meglio. E magari, con un po’ di impegno, riuscirà pure a pagare le bollette con sano ottimismo.