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Un triste record quello evidenziato dalla Rete italiana pace e disarmo che analizza la Relazione annuale trasmessa dal governo al Parlamento sulle operazioni autorizzate e svolte in tema di esportazioni, importazioni e transito dei materiali di armamento nel 2025: +19% rispetto al 2024, con il Medio Oriente che torna a dominare e il Kuwait come primo destinatario, mentre al terzo posto troviamo gli Stati uniti.
La Relazione annuale è prevista dalla Legge 185/90 e come già avvenuto negli ultimi due anni, il governo Meloni ha rispettato la scadenza di legge del 31 marzo, un fatto che la Rete “registra positivamente, e che dovrebbe consentire al Parlamento di avviare un dibattito serio e tempestivo sui dati contenuti nella Relazione”.
Il gradimento sulla tempistica non esime però le associazioni che aderiscono alla Rete dal denunciare come il contenuto del documento governativo vada nella direzione esattamente opposta a quella auspicata, perché segna “incontrovertibilmente un nuovo capitolo nell'ascesa dell'industria militare italiana sui mercati internazionali (recentemente evidenziato anche dai trend Sipri)".
"Questa crescita non è frutto del caso – prosegue –: riflette scelte precise di politica industriale e di difesa, incentivate dal clima globale di riarmo e da una corsa ai mercati esteri che premia le grandi commesse senza sempre garantire un controllo adeguato sulle destinazioni finali e sull’uso dei sistemi d’arma trasferiti.
Il flusso continua anche verso Israele
Il Medio Oriente è tornato prepotentemente al centro dei flussi di export italiano. ”Un aumento robusto e problematico che, ancora una volta, solleva interrogativi urgenti sulla coerenza tra le scelte del governo e i vincoli giuridici e etici previsti dalla legge e dal Trattato sul commercio di armi che l’Italia ha ratificato da oltre dieci anni”.
Richiede un singolo capitolo il commercio di materiale militare tra l’Italia e Israele: “anche nel 2025 non compare tra i destinatari di nuove autorizzazioni individuali di esportazione”, dopo la sospensione delle nuove licenze in ragione delle caratteristiche dell’intervento militare israeliano a Gaza. È un dato positivo che va riconosciuto”, scrive la Rete che procede poi con le dovute contestazioni, perché i dati contenuti nella Relazione dell’Agenzia delle Dogane confermano che “questa decisione non ha fermato le spedizioni fisiche di materiali d’armamento autorizzate da licenze emesse prima dell’ottobre 2023”.
Complessivamente nel 2025 risultano movimentati verso Israele oltre 22,6 milioni di euro di materiali militari italiani, riconducibili a licenze rilasciate prima della sospensione delle autorizzazioni. Senza contare che nello stesso anno il 4,30% delle importazioni italiane di armamenti proviene da Israele, circa 85 milioni di euro, a conferma che gli interscambi non si sono interrotti nonostante la guerra in corso a Gaza.
Per questo motivo viene chiesto che la sospensione delle nuove autorizzazioni sia accompagnata da una revisione delle licenze pregresse e da un divieto esplicito e completo di qualsiasi fornitura verso Israele finché il conflitto e le violazioni del diritto internazionale umanitario non saranno cessati.
I Paesi destinatari: gli Usa e l’anomalia ucraina
Sono 88 i paesi destinatari dell’export militare italiano (erano 90 nel 2024), “con un dato geograficamente molto rilevante: i trasferimenti verso Paesi europei e membri Nato rappresentano soltanto il 37,62% del totale, mentre il restante 62,38% riguarda Paesi extra UE/NATO. Un dato in peggioramento rispetto al già preoccupante 55,9% del 2024, e in netta contraddizione con lo spirito e le indicazioni della Legge 185/90.
Nella lunga lista dei Paesi destinatari balza dal 76° posto al primo il Kuwait, “grazie a una singola licenza da circa 2,6 miliardi di euro, gonfiando la quota del Medio Oriente all’37,03% del totale”. A seguire vi sono Germania, Francia, Regno unito e quindi gli Stati uniti che con un controvalore di 363 milioni di autorizzazioni sono risaliti al terzo posto complessivo
Arriva quindi l’Ucraina, che la Rete definisce “un’anomalia che persiste”, perché si riaffaccia ai primi posti nella lista con ben 349 milioni di euro in autorizzazioni individuali, risalendo dall’11° al 4° posto.
Questo benché l’apposita “legge, il Trattato ATT e la Posizione comune UE prevedano criteri stringenti (e spesso un divieto esplicito) per le esportazioni verso Paesi in stato di conflitto armato attivo”. Da tre anni invece “verso Kiev vengono autorizzate vendite per alcune centinaia di milioni di euro” e la Relazione del governo “non fornisce dettagli sulle specifiche categorie di materiali autorizzati”, distinti dalle forniture governative dirette di sostegno alle Forze amate ucraine decise dal governo a seguito di approvazione parlamentare. La Rete italiana pace disarmo rinnova la richiesta che il Parlamento si esprima esplicitamente anche sulle autorizzazioni di esportazione commerciale verso l’Ucraina.
Tanto, troppo denaro che circola
È di 11,141 i miliardi di euro il valore complessivo delle autorizzazioni per movimentazioni di materiali d'armamento, oltre 9 in uscita dall’Italia e quasi 2 in entrata. Come già scritto si tratta di un aumento del 19,14% rispetto al 2024, “quando inoltre si era già registrato un +25% sull'anno precedente. Negli ultimi quattro anni l’aumento del volume di autorizzazioni segna un colossale +87% e per le importazioni extra UE siamo invece ad un mai registrato +171% nel quadriennio.
Il tutto risulta evidente anche dalle transazioni bancarie legate all'export di armamenti che lo scorso anno “hanno superato i 14 miliardi di euro complessivi contro i 12 del 2024: 23.942 comunicazioni effettuate dagli intermediari; oltre il 66% delle transazioni per esportazioni definitive è stato gestito da tre soli istituti: UniCredit, Banca Nazionale del Lavoro e Deutsche Bank.
La Rete parla poi di “concentrazione senza precedenti” analizzando le aziende coinvolte nell’export di armi, perché le prime 15 società esportatrici rappresentano il 90,44% del valore totale delle autorizzazioni e i primi quattro operatori da soli coprono ben il 69,32% del totale: Leonardo SpA , Iveco Defence vehicles SpA, Rwm Italia SpA con il 4,62%, e “la presenza di questo produttore di bombe e munizioni, già al centro di polemiche per forniture all’Arabia Saudita usate nello Yemen, rimane preoccupante”, e infine Mbda Italia SpA. “La scomparsa di Fincantieri dalla top 4 e l’ascesa di Iveco e Rwm sono elementi che meritano analisi parlamentare approfondita, in particolare per quanto riguarda le destinazioni finali dei sistemi autorizzati.
Ci sono poi i dati che arrivano dall'Agenzia delle Dogane, i quali confermano “che le autorizzazioni rilasciate negli anni precedenti si stanno progressivamente concretizzando in forniture reali”. I numeri sono tanti e ben elencati nell’analisi della Rete italiana pace disarmo, la quale chiude il rapporto confermando “la sua vigilanza sul tema e il pieno sostegno alla campagna “Basta favori ai mercanti di armi” e chiedendo al Parlamento di: respingere le modifiche peggiorative alla Legge 185/90; garantire una Relazione annuale più completa con dati analitici per tipo di materiale, quantità e valore per ogni singola autorizzazione; e di aprire un dibattito serio e pubblico su un settore che vale miliardi di euro e tocca direttamente la pace, i diritti umani e la credibilità internazionale dell’Italia”.


























