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La spesa militare mondiale ha raggiunto nel 2025 un nuovo record storico: 2.887 miliardi di dollari, con un aumento del 2,9 per cento rispetto al 2024. È quanto emerge dai nuovi dati del Sipri (Stockholm international peace research institute), che rende pubblici i dati complessivi e divisi per Stati.
Mentre, per ora, gli Stati uniti frenano, Cina e Russia continuano la corsa agli armamenti e lo stesso fa l’Europa. Colpisce il rilievo del Sipri sul fatto che i confini tra le categorie delle spese militari essenziali e quelle correlate non siano ben delineati, con la conseguenza che ci sia il rischio che le rendicontazioni siano incoerenti e la trasparenza sia ridotta: l'esito è la limitazione di un efficace controllo pubblico.
L’Italia
Il suddetto è un rilievo non trascurabile e che guarda anche all’Italia, per la quale si parla di tentativo “di includere i costi di costruzione di un ponte verso la Sicilia nelle proprie spese militari”. Sul piano dei numeri, il nostro Paese si pone al 12° posto nella classifica mondiale per spesa militare. A essere particolarmente significativo è l’aumento del 20 per cento rispetto al 2024, rimanendo però all’1,9 per cento del prodotto interno lordo.
Anche la Rete italiana pace e disarmo, nell’analizzare il rapporto, sottolinea che siamo di fronte a operazioni contabili, perché il ministero della Difesa ha incluso nel conteggio comunicato sia alla Nato sia al Sipri voci aggiuntive generiche e non verificabili, allo scopo di avvicinarsi il più possibile alla soglia del 2 per cento del pil come da impegni presi in sede atlantica, dove ancora una volta si ripropone il tema di scelte compiute dai governi italiani che vanno a sottrarre importanti risorse a sanità, scuola, politiche sociali e green economy.
La triste classifica
Nel documento del Sipri si vede che 12 dei primi 15 Paesi per spesa militare hanno aumentato i propri stanziamenti nel 2025, mentre hanno registrato una diminuzione solo Stati Uniti (riflesso però delle scelte dell'amministrazione Biden), Regno Unito e Israele.
Gli Stati che si collocano nella parte bassa della classifica dei primi 15 hanno registrato alcuni dei maggiori aumenti percentuali su base annua all’interno di questo gruppo, con la Spagna, quindicesima, che ha registrato l’incremento più consistente pari al 50 per cento. La spesa della Polonia, quattordicesima, è cresciuta del 23 per cento, mentre l’Italia e l’Ucraina, rispettivamente dodicesima e settima, hanno aumentato la propria spesa militare del 20 per cento ciascuna.
Nel caso degli Stati Uniti, la Rete italiana pace disarmo fa notare che il presidente Trump ha già annunciato l'intenzione di portare il bilancio del Pentagono da poco meno di 1.000 a 1.500 miliardi di dollari: “Quando questi aumenti si materializzeranno nelle statistiche dei prossimi anni, il ‘record storico’ del 2025 apparirà come una tappa di passaggio verso cifre ancora più vertiginose”.
Russia e Cina
I dati di questi due grandi Paesi ci dicono quanto sia pericolosa la dinamica in atto. La Russia ha portato il proprio bilancio militare a 190 miliardi di dollari (+5,9 per cento), un incremento della produzione bellica che prosegue dopo tre anni dall’invasione in Ucraina, a guerra ancora in atto.
La Cina è arrivata a un totale di 336 miliardi di dollari (+7,4 per cento). Da 31 anni la crescita è ininterrotta, giungendo a rappresentare il 12 per cento della spesa militare mondiale, al secondo posto nella classifica globale. Stati Uniti, Russia e Cina sono responsabili di quasi il 60 per cento dell'intera spesa militare del pianeta, la conseguenza è un record di concentrazione di risorse destinate alla guerra. Per la Rete ciò “rende ancora più urgente un cambio di rotta verso il disarmo e la diplomazia multilaterale”.
L'Europa
Il “vecchio continente” è quello che più contribuisce alla corsa al riarmo nel 2025, con un aumento complessivo del 14 per cento della propria spesa militare. Nel dettaglio: “I fondi per eserciti e armamenti in Europa centrale e occidentale crescono del 16 per cento, trainati da aumenti massicci in molti Paesi: la Germania, quarta nella lista con ben 114 miliardi di spesa, fa da traino con +24 per cento, la Polonia +23 per cento, Spagna +50 per cento, il maggiore incremento percentuale tra i primi 15 Paesi della classifica”.
Zone di guerra
Sempre la Rete italiana pace e disarmo si sofferma sui dati che raccontano il costo umano e finanziario dei conflitti in corso: “L'Ucraina ha speso nel 2025 ben 84,1 miliardi di dollari per la propria difesa militare (il 20 per cento in più rispetto al 2024), diventando il settimo Paese al mondo nella classifica dell'Istituto di ricerca svedese, mentre Israele ha destinato a questo scopo 48,3 miliardi di dollari, in lieve calo del 4,9 per cento rispetto all'anno precedente, ma comunque su livelli elevatissimi rispetto a qualsiasi dinamica storica e in special modo ai parametri di spesa pro capite”.
La Rete, inoltre, evidenzia che “insieme i due Paesi, al centro di alcuni dei principali conflitti armati oggi attivi, sommano oltre 132 miliardi di dollari di spese militari in un solo anno. La somma della spesa dei 32 Paesi Nato ha raggiunto invece l'enorme cifra di 1.581 miliardi di dollari (corrispondente a quasi il 55 per cento del totale mondiale), con i membri europei che contribuiscono per 559 miliardi (il 35 per cento del livello complessivo dell’Alleanza)”.
Dati Sipri e Nato non coincidono
Lo Stockholm international peace research institute sottolinea che “nel 2025 si sono registrate notevoli divergenze tra i dati sulla spesa militare del Sipri e quelli della Nato. Tuttavia, poiché la Nato non pubblica dati disaggregati né dettagli tecnici sui propri calcoli, la verifica indipendente di tali cifre sta diventando più difficile”.
Il Sipri porta un esempio: “La Nato ha stimato la spesa militare del Canada nel 2025 a 5 miliardi di dollari Usa in più rispetto alla cifra dell’Istituto, ma non ha reso pubblico l’ambito della spesa aggiuntiva. A livello strategico cifre relative alla spesa militare gonfiate o definite in modo incoerente possono travisare l’effettiva capacità militare dei membri della Nato e distorcere le valutazioni dell’equilibrio delle forze, influenzando potenzialmente la percezione delle minacce e lo sviluppo delle capacità sulla base di livelli di spesa che non riflettono accuratamente la capacità operativa”.
Più spesa, meno sicurezza
La Rete italiana pace e disarmo, nel riportare i dati del Sipri, non può che sottolineare “un’amara contraddizione di fondo che emerge: questa spirale di riarmo non sta producendo un mondo più sicuro. Nel 2026, mentre questi nuovi dati di spesa militare vengono pubblicati, assistiamo alla continuazione e all'allargamento di numerosi conflitti armati (dall’Ucraina al Medio Oriente, dall'Africa subsahariana ad altre aree di crisi), con numero di guerre e conflitti armati violenti attivi oggi ai massimi dalla fine della seconda guerra mondiale”.
Conflitti che a loro volta “alimenteranno ulteriori aumenti di spesa militare negli anni a venire, in un ciclo vizioso che nulla ha a che fare con la costruzione della pace”, conclude la Rete, ricordando la campagna globale in atto “Global campaign on military spending” condotta insieme a centinaia di organizzazioni in tutto il mondo.

























