Tempi durissimi per l’editoria. Il 30 aprile ha chiuso, dopo 26 anni di attività, la testata online Tiscali News, portale che è stato tra i pionieri del web in Italia: 12 i giornalisti che hanno perso il lavoro. Chiude anche (dopo 17 anni) la rivista Wired Italia del gruppo editoriale Condé Nast: avviato il licenziamento di 15 dipendenti: quattro giornalisti, tre grafici editoriali e otto professionisti dell’area tech.

Tiscali News

Il 30 aprile è stato l’ultimo giorno di pubblicazione di Tiscali News, il sito fondato nel 2000 da Renato Soru con l’idea di offrire, insieme alle notizie, una serie di servizi come la posta elettronica, il meteo e la messaggistica istantanea, prendendo ad esempio quanto già accadeva negli Stati Uniti con portali come Yahoo e Msn.

Tiscali nel 2022 è divenuta di proprietà del gruppo Tesselis, che ha deciso di dismettere il settore giornalistico dell’azienda. La società nei mesi scorsi aveva aperto una valutazione sulla cessione del proprio ramo consumer ed è stato sottoscritto un accordo di esodi incentivati, al fine di gestire le eccedenze dichiarate.

Il 15 aprile scorso, in una riunione al ministero delle Imprese, l’azienda ha riferito di aver avviato un procedimento di composizione negoziata della crisi sulla base di un progetto di ristrutturazione fondato sull’offerta d’acquisto relativa al ramo B2C presentata dal gruppo energetico Canarbino. Il prossimo step è fissato per il 12 maggio presso il Tribunale di Cagliari, dove è attesa l’autorizzazione definitiva alla cessione del ramo. Ma nei progetti dell’acquirente non vi erano prospettive per i 12 redattori.

“Un miracolo editoriale, nato quando l’informazione online era un’ipotesi per visionari e l’applicazione del contratto giornalistico una mission impossible”, commenta la segretaria dell’Associazione stampa sarda Simonetta Selloni, ricordando che la testata “ha raggiunto un picco di cinque milioni di utenti, e fino a poco tempo fa il portale d’informazione si collocava tra i dieci più letti d’Italia”.

Selloni evidenzia che “scelte aziendali inspiegabili mettono a tacere quest’immenso patrimonio di professionalità. Logiche inspiegabili, se non in un’ottica di mercato miope, che non considera nella giusta dimensione un lavoro sul quale, tra l’altro, l’azienda ha costruito la sua solida web reputation”.

Wired Italia

L’annuncio è arrivato il 17 aprile direttamente da Roger Lynch, amministratore delegato del gruppo editoriale Condé Nast, dal 1998 proprietaria della testata: Wired Italia chiude. Il gruppo ha quindi disposto il licenziamento di 15 dipendenti: quattro giornalisti, tre grafici editoriali e otto professionisti dell’area tech.

Nata nel nostro Paese nel 2009, la rivista ha dato voce al mondo dell’innovazione in senso largo, indagando gli impatti della tecnologia su politica, economia, cultura e scienza. Un primo taglio era già avvenuto nel 2015: la redazione italiana era stata ridotta da 12 a sei giornalisti e la periodicità della rivista cartacea era passata da mensile a trimestrale.

L’amministratore delegato Lynch, nella nota “Aggiornamenti su brand e tecnologia”, dopo aver spiegato di aver “chiuso il 2025 con una crescita del fatturato e il quarto anno consecutivo di crescita della redditività dal 2020”, e dichiarato che il primo trimestre 2026 “ha superato i nostri budget in termini sia di fatturato sia di redditività”, ha illustrato l’imminente riorganizzazione.

Le riviste Glamour, Self e Wired in Italia “rappresentano poco più dell’1 per cento del nostro fatturato complessivo. Questi mercati non sono redditizi e continuare a gestirli nella forma attuale limita la nostra capacità d’investire nelle idee e nelle aree che guideranno la crescita futura”. Da qui la decisione di chiudere, in quanto l’edizione italiana di Wired “non ha tenuto il passo con la crescita negli altri nostri mercati”.

Immediata è stata la risposta del Comitato di redazione. “Quindici lavoratrici e lavoratori: questo è il conto umano dell’ultima mossa di Condé Nast Italia, ossia la chiusura di Wired e una riorganizzazione dell’intera area technology”, scrive il Cdr: “Due decisioni che arrivano insieme, chiusura e tagli, ma senza alcun confronto sul futuro. Non è la prima volta, e non sarà neppure l’ultima se qualcosa non cambia”.

Il Cdr rileva che “quella cui stiamo assistendo non è una ristrutturazione: è la gestione di un’azienda che non sa dove vuole andare e che scarica il costo dell’incertezza su chi lavora. Il management italiano è privo di reale potere decisionale: si limita a recepire ed eseguire direttive che arrivano dall’headquarter statunitense e da un executive team internazionale che impone ai brand locali le proprie priorità, senza dimostrare di conoscere le realtà su cui operano e le reali potenzialità dei mercati”.

La richiesta del Cdr è chiara: “I 15 colleghi coinvolti devono essere ricollocati all’interno dell’azienda, con soluzioni concrete e immediate, perché il lavoro c’è”. I dipendenti chiedono anche la convocazione di un tavolo per conoscere “quali sono i piani industriali per l’Italia, quali investimenti sono previsti e qual è il modello organizzativo e di business con cui s’intende operare e, possibilmente, crescere”.

Il Cdr così conclude: “Se le risposte non arriveranno, le iniziative arriveranno da noi sul piano sindacale e su quello pubblico. Perché difendere 15 persone significa anche affermare con forza che non è più accettabile veder distruggere lavoro qualificato in nome di risparmi che non costruiscono niente”.