A Roma il salario minimo vive in modalità silenziosa, come i cellulari nelle chiese. In Campania invece squilla forte, senza chiedere permesso. Mentre il governo coltiva l’arte dell’attesa eterna, qualcuno decide che il lavoro vale più della prudenza istituzionale e pianta una bandierina dove altri vedono solo disturbo.

Il neo governatore Roberto Fico parte dal basso. Parte dai territori, dagli appalti, da dove il lavoro smette di essere un concetto astratto e diventa busta paga. Nove euro lordi come soglia di civiltà, premiata nelle gare pubbliche. Una misura concreta, quasi ovvia, dunque rivoluzionaria.

Non è nemmeno un’eresia isolata. La Puglia lo aveva già fatto e l’esecutivo aveva provato a fermarla. La Corte Costituzionale ha risposto con eleganza chirurgica, bocciando il ricorso del governo e ricordando che la dignità del lavoro non è competenza residuale. Le Regioni possono, quando lo Stato preferisce girarsi dall’altra parte.

Meloni infatti guarda altrove, impegnata a difendere l’arte sottile del salario invisibile. Tra rinvii e retorica sul merito, il coraggio sul reddito resta latitante. Il lavoro povero continua a essere una seccatura statistica, mai una priorità politica.

E in Campania la ferita sanguina di più. Retribuzioni più basse, precarietà diffusa, diritti leggeri. Usare la leva pubblica per imporre giustizia sociale suona quasi sovversivo in tempi di devozione al mercato. Il salario minimo riparte da qui, dai margini che diventano centro, lasciando a Roma il lusso dell’attesa e il conto del ritardo.