Esiste una forma di poesia involontaria nella televisione pubblica quando decide di esercitarsi nella propaganda. Su Rai2 è andata in scena con un titolo che meriterebbe una targa commemorativa. “Due di picche”. Talvolta la verità si infila tra un jingle e una grafica istituzionale, appare per un attimo e poi scompare. Ma quell’attimo basta a raccontare un intero sistema.

Il debutto, lunedì scorso, di Tommaso Cerno ha offerto una piccola lezione di matematica televisiva. Dal milione e mezzo del Tg2 a poco più di seicentomila spettatori nel tempo di un caffè freddo. Più che uno share, una diaspora. Alle 13.57 il pubblico ha fatto ciò che fa chiunque davanti a una predica inattesa. Ha cambiato canale con impeccabile disciplina civica.

Quattro minuti di editoriale su Trump, Iran e virtù del governo italiano. Un distillato di pedagogia patriottica servito all’ora di pranzo. Il pubblico italiano, spirito pragmatico, preferisce la digestione alla catechesi geopolitica. Persino Medicina 33, che almeno promette di salvare il fegato, ha mostrato maggiore capacità persuasiva.

Dai piani alti arriva la spiegazione più creativa. Serve tempo perché il pubblico si affezioni. Guarderete Cerno finché non vi piacerà. Nel frattempo il collaboratore esterno da undicimila euro a puntata prosegue la missione pedagogica. Mille euro al minuto per educare un Paese che, con notevole ingratitudine, preferisce cambiare canale.

Il pubblico ha già consegnato il suo editoriale. Un giudizio rapido, elegante, perfino educativo. La televisione pubblica cercava gravità permanente, quella che tiene insieme propaganda e consenso. Ha trovato invece la legge più antica della democrazia catodica. Il telecomando vota ogni giorno. E talvolta vota con un’ironia che nessun autore saprebbe scrivere.