Dal primo maggio tutti a casa. La storia dei 52 lavoratori del ministero della Giustizia, in scadenza proprio il giorno della festa dei lavoratori, è una classica storia di diritti negati in un sistema di fornitura di servizi essenziali che coinvolge diverse realtà. Nessuna delle quali, però, si prende la responsabilità della continuità occupazionale. Né il Ministero, né la società che aveva l’appalto, né le nuove appaltatrici e men che meno la agenzie per il lavoro.

Assistenza tecnica nei tribunali

Siamo nei tribunali di diverse città d’Italia, dove professionisti informatici svolgono la loro attività di assistenza tecnica per il dipartimento per l’innovazione tecnologica del dicastero per la società Topnetwork, alcuni come dipendenti diretti, altri come somministrati delle agenzie per il lavoro Dg Network e Gi Group. Al rinnovo dell’appalto, Topnetwork perde la commessa e il servizio di assistenza agli utenti passa a un nuovo raggruppamento composto da Fastweb, Dxc, Rti e Accenture.

Appalto vinto al ribasso

L’appalto è stato vinto al ribasso e come capita in questi casi il conto lo paga chi lavora. Delle 175 persone impiegate nel servizio solo 123 risultano ricollocabili, le altre 52, tra cui 30 in somministrazione, i più fragili appunto, restano fuori. In questi casi deve operare la clausola sociale di salvaguardia che va applicata a tutti, nessuno escluso, compresi i lavoratori in somministrazione.

Nidil Cgil lo dice e lo ripete ai tavoli: “Non è accettabile – sostiene il sindacato – che un’offerta vinta al ribasso si scarichi direttamente sui livelli occupazionali, soprattutto in un appalto ministeriale di così rilevanza, mettendo a rischio l’efficienza della macchina della giustizia italiana, oltre a mettere in difficoltà i lavoratori e le loro famiglie. La clausola sociale di salvaguardia deve essere applicata a tutti i lavoratori coinvolti”.

Ma tant’è. Il 22 aprile, durante un incontro tra Nidil, le agenzie per il lavoro coinvolte, Dg Network e Gi Group, e la società uscente Topnetwork, viene reso noto l’esubero dei 52 lavoratori. Si decide l’immediato stato di agitazione permanente, due giorni di sciopero, il 29 e il 30 aprile, presidi davanti ai tribunali. Ieri all’incontro al Ministero porta a un nulla di fatto, e così si conferma lo sciopero.

Roberto e gli altri

“Lavoro al Ministero come somministrato di Dg Network da ottobre 2022, sempre le stesse mansioni, sempre le medesime attività – racconta Roberto (il nome è di fantasia), un giovane informatico che dal primo maggio resta a casa come gli altri suoi 51 colleghi -. Andrò fuori missione, a mille euro lordi al mese per sei mesi. Se l’agenzia non trova una nuova collocazione finirò disoccupato. Del cambio di appalto si sapeva già da novembre, poi ci sono state diverse proroghe e questo è l’epilogo peggiore. Come vivo tutto questo? Con profondo sconforto. Tra l’altro a oggi non sappiamo chi resta e chi no. Le nuove aziende che hanno vinto l’appalto non si sono nemmeno presentate, non ci hanno nemmeno messo la faccia e non hanno dato le liste dei dipendenti”.

La credibilità delle istituzioni

La denuncia arriva anche dai sindacati Fiom, Fim e Uilm: “Denunciamo il comportamento arrogante delle società subentranti, che non si sono nemmeno degnate di rispondere alla convocazione del Ministero né di partecipare all’incontro. Questa assenza non è solo uno sgarbo istituzionale, ma un segnale di totale disprezzo verso il destino dei lavoratori. Se nemmeno il ministero della Giustizia riesce a far rispettare le proprie norme e a imporre il rispetto della clausola sociale a colossi industriali, significa che siamo allo sbando. Se il diritto al lavoro viene sacrificato sull’altare del ribasso economico e del profitto aziendale proprio tra le mura di un dicastero, viene meno la credibilità stessa delle istituzioni”.

Roberto e gli altri hanno sempre svolto il loro lavoro con professionalità, tanto che ieri, al presidio, magistrati e amministrativi hanno espresso solidarietà con la protesta, sono passati, li hanno sostenuti. “Siamo stimati – conclude Roberto -, si fidano di noi, anche coloro che se non ti conoscono magari all’inizio sono giustamente un po’ diffidenti”.