Protestare è ancora un diritto o sta diventando un problema di ordine pubblico? È da questa domanda che parte la nuova puntata di Collettiva Talk, ospite Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale e autrice di Divieto di protestare, pubblicato da Einaudi.

Trent’anni di spazi ristretti

“In Italia non esiste una legge che vieta di protestare”, ma secondo Camilli negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a un processo più lento e per questo meno evidente: “Abbiamo visto restringersi gradualmente gli spazi del dissenso e gli spazi per esprimere la propria opposizione a chi gestisce il potere”.

Un processo che non nasce oggi e che è spesso cominciato dalle persone considerate più marginali. Prima attraverso pratiche amministrative, poi con interventi legislativi sempre più incisivi. Fino a trasformare progressivamente il modo stesso in cui lo Stato guarda al conflitto sociale.

La sicurezza e la fabbrica dei nemici

Al centro c’è anche una parola: sicurezza. Un termine che dovrebbe significare lavoro, casa, salute, istruzione, protezione sociale e che invece è stato progressivamente ridotto a sinonimo di ordine pubblico. “Vediamo un’ossessione vera per la costruzione di nemici”, sostiene Camilli. Stranieri, poveri, senza dimora, attivisti e manifestanti diventano categorie sulle quali sperimentare strumenti di controllo e repressione. Alla domanda di maggiore protezione sociale si finisce così per rispondere con più ordine pubblico.

Quando protestare diventa reato

Il salto di qualità, secondo la giornalista, arriva con le più recenti norme sulla sicurezza. Camilli ricorda che Antigone ha definito il pacchetto del governo Meloni del 2025 “il più grosso attacco alla libertà di protesta dell’Italia repubblicana”.

Nuovi reati, pene più severe, blocchi stradali criminalizzati, misure contro gli ambientalisti, fino a strumenti preventivi capaci di intervenire prima ancora che un reato venga commesso. Norme che finiscono per riguardare direttamente anche il conflitto del lavoro e le tradizionali forme di mobilitazione sindacale.

Gaza, la piazza rompe gli argini

Eppure, proprio mentre gli spazi sembrano restringersi, la protesta torna a riempire le strade. Le mobilitazioni per Gaza hanno mostrato una partecipazione capace di andare oltre le organizzazioni tradizionali, coinvolgendo soprattutto giovani e persone che non avevano mai manifestato o scioperato.

Una reazione nata, dice Camilli, da “un sentimento mortifero di impotenza”, che a un certo punto si è trasformato in azione collettiva. Una sindacalista racconta alla giornalista di avere ricevuto telefonate da lavoratrici e lavoratori che volevano scioperare per Gaza ma non sapevano neppure come si facesse, perché non lo avevano mai fatto prima.

Da qui nasce una domanda che riguarda direttamente anche il sindacato: cosa resta dopo la piazza? “Che ne sarà di questa partecipazione politica?”. È un interrogativo che, sottolinea Camilli, “interroga i sindacati, interroga i partiti, interroga tutte le organizzazioni politiche”.

La ferita ancora aperta di Genova

La conversazione attraversa la libertà di espressione, il conflitto intorno a Gaza, gli sgomberi degli spazi sociali e il diritto all’abitare, fino a tornare a Genova 2001. Per Camilli quello che accadde durante il G8 resta un passaggio decisivo per comprendere il presente. Dopo le violenze, non arrivò quella riforma delle forze di polizia richiesta da molti e “quella ferita, quella frattura nella fiducia verso le istituzioni, per tanti e tante è coincisa con un ritiro dalla politica”. Una storia che pesa ancora oggi, mentre tornano nel dibattito pubblico lo scudo penale per gli agenti, il fermo preventivo e nuove tutele per le forze dell’ordine.

L’eredità di Di Vittorio

Divieto di protestare non è però soltanto il racconto di una democrazia che restringe i propri confini. È anche la storia di chi continua a superarli. Le forme della mobilitazione cambiano, passano dalle organizzazioni alle università, dai luoghi di lavoro alle strade, dai centri sociali alle reti digitali.

E forse proprio qui sta il punto politico della conversazione con Camilli: alla paura si può rispondere moltiplicando nemici, controlli e repressione oppure tornando a un’altra idea di sicurezza, fondata sul lavoro, sui diritti e sulla protezione sociale. Anche recuperando quella lezione di Giuseppe Di Vittorio che teneva insieme libertà di movimento, lavoro e dignità.